Tagikistan: era il
1989 -
Testo e foto
Questa tormentata repubblica dell'Asia centrale ha una sua
bandiera,
una compagnia aerea nazionale e una manciata di ambasciate all'estero.
Ma nonostante questi simulacri di sovranità rimane un paese
curiosamente incompleto e con grandissimi problemi. La parte
settentrionale appartiene di fatto all'Uzbekistan; la capitale,
Dushanbe, una città che ha meno di 75 anni, sembra un
appartamento in attesa che gli inquilini vi vadano ad abitare; la
regione montuosa del Pamir, un vero Paradiso e il “fiore
all’occhiello” della Nazione, nonostante i
tentativi sovietici di popolarla, è ancora praticamente un
deserto.
Il fatto che il Tagikistan fosse la più artificiosa
delle cinque repubbliche sovietiche dell'Asia centrale è
stato tragicamente dimostrato dalla rapidità con cui si
è sfaldata quando ebbe fine il controllo diretto da parte di
Mosca. La guerra civile ha imperversato fino alla stipula di un cessate
il fuoco verso la fine del 1996. A metà dell'anno seguente
l'Iran, la Russia e le Nazioni Unite insieme fecero da intermediari
affinché le parti giungessero a un accordo di pace.
Nonostante i balli di gioia nelle vie di Dushanbe e le
speranze per un
futuro migliore, il paese ha dimostrato di non avere conquistato la
stabilità e sopravvive grazie ai crediti e ai prestiti della
Russia, mentre le popolazioni del Pamir devono contare sulle
elargizioni dell'Aga Khan. Il complesso dei monti Pamir presenta al
visitatore incomparabili paesaggi che rendono praticamente ridicola
qualsiasi regione montuosa di qualunque parte del mondo, con la sola
eccezione del Tibet.
C’è una strada, in quota. Vi
concederà il privilegio dei brividi
dell’altitudine, senza essere obbligati a piccozza e ramponi.
Chiunque decida di intraprendere oggi un viaggio in questo
paese deve
assolutamente ottenere informazioni aggiornate circa la situazione
della sicurezza. Ciò era vero anche allora. Ma noi non lo
sapevamo.
Questo è un ricordo di uno dei miei viaggi in quella terra
aspra.
Era il 1989. L’URSS tremava già. Dopo
oltre un
milione e mezzo di morti, la guerra che aveva incendiato
l’Afghanistan per dieci anni, era appena terminata. Per
merito di Mikhail Gorbaciov. Il 3 febbraio l’ultimo soldato
sovietico era ritornato oltre il confine.
Il 5 marzo, alle 7 di una mattina gelida, dopo aver atteso per oltre
due ore dentro un’incredibile sala d’attesa,
qualcuno ci spinse sulla pista piena di neve e ci indicò un
gruppo di aerei parcheggiati: si vedevano appena. La neve arrivava alle
ginocchia. Però per noi fu un sollievo uscire
all’aria aperte: nella cosiddetta sala d’attesa
mancava tutto, anche il gabinetto. Uomini e donne orinavano e
defecavano di fronte a tutti in uno dei quattro angoli della stanza,
portato al rango di latrina dal popolo sovrano. I primi tre aerei
rifiutarono di prenderci a bordo: erano diretti altrove. Inutile
girarsi indietro, l’aerostazione era oramai lontanissima e i
neon della squallida baracca risultavano appena visibili. Sulla pista
eravamo soli e le sagome dei Tupolev in sosta ci sovrastavano come
tanti Ufo Robot in guardia. Al quarto tentativo, una hostess
incappucciata e semicongelata in cima alla scaletta, ci fece cenno che
sì, quello era il Tupolev che stava per partire per
Dushanbe.
Ci si abitua a tutto, questo è vero, ma nonostante
ciò, il fatto di vagabondare per una pista
dell’aeroporto Sheremetyevo, tra colline di neve a cercarci
l’aereo da soli, rimane ancora oggi una delle esperienze
più incredibili della mia vita.
Il Tupolev era
già stracolmo. Da dove fossero arrivati tutti quelli, rimase
un mistero. Era povera gente che rientrava a Dushanbe e a Kurgan Tyube.
Uomini donne e piccoli animali che producevano miasmi, calore e
umidità in quantità impressionante. La hostess
contò i passeggeri, anche se non tutti erano seduti. Contare
persone in piedi, che magari cambiano posizione in fretta, si sa, non
è facile. Allora, per essere sicura di non sbagliarsi, la
ragazza lavorava con una macchina contatrice, simile a un cronometro.
Ogni volta che si trovava nelle prossimità di un passeggero,
lo guardava dritto negli occhi, alzava la mano armata e premeva il
tasto del contapersone, accompagnandolo con un ampio movimento del
braccio e un impercettibile movimento delle labbra: lei e la
macchinetta contavano assieme.
Fece l’operazione due volte, con il viso sempre
più imbronciato. Poi entrò decisa nella cabina
dei piloti. Uno di loro uscì e rifece l’operazione
assieme a lei. C’era un passeggero in più!
Fu sistemato nella toelette di coda, e l’aereo
partì.
Durante il volo venne offerto un pasto caldo: pollo lesso e peperoni
arrostiti. Forse non degni dell’arte di Vissani, ma non
peggio dei pasti della nostra compagnia di bandiera. Alla frutta (una
macedonia conservata male) il mio vicino di posto mi guardò
con un sorriso reso scintillate da quattro incisivi d’oro, e
mi mostrò il cucchiaino di latta con il marchio
dell’Aeroflot. Si guardò intono con aria furbetta
e, sicuro che nessuno lo vedesse, fece scivolare il cucchiaino nella
tasca del pastrano.
Beh, pensai io, lo fanno in molti! Da noi
è quasi una regola. Ho conosciuto gente che si è
fatta un intero servizio. Un mio conoscente aveva una piccola barca a
motore e si rubò quattro salvagente (uno per viaggio) da
sotto il sedile!
Ma nell’Unione Sovietica non funzionava così!
Certo, nessuno aveva visto il pericoloso delinquente mentre delinqueva,
ma dopo qualche minuto, ritirati i vassoi, la hostess più
alta in grado si materializzò nel corridoio con una faccia
da pitbull inferocito e, attraverso l’altoparlante
intimò: “il comandante avverte che, fino a quando
non sarà trovata la posata mancante, la procedura di
atterraggio non verrà iniziata!”
Lo disse solo in russo, ovviamente, perché non era nemmeno
in discussione che un passeggero di altra madrelingua avrebbe messo gli
occhi su un pezzettino di latta a forma di cucchiaino del valore di
qualche centesimo di rublo. Vale a dire di pochissimi millesimi di
dollaro.
Quando già incominciavo a calcolare quanto cherosene il
pilota sarebbe stato disposto a barattare per un cucchiaino di latta,
il furfante si alzò imbarazzato e consegnò il
bottino all’equipaggio. Dalla mimica mi parve volesse
spiegare che il prezioso oggetto gli era sfortunatamente caduto
infilandosi in una piega del pastrano. Non so se gli cedettero, ma
registrarono comunque i suoi documenti. Da quel momento, tutti gli
altri passeggeri, quali virtuali rappresentanti dell’intero
popolo sovietico vero titolare della proprietà di
quell’arnese, riservarono al poveretto un terrificante
sguardo che rimase ostinatamente severo anche durante la procedura di
atterraggio che potè dunque cominciare. E che, considerando
la pericolosità della manovra e la sconsiderata andatura che
il pilota decise di assumere, avrei pensato si sarebbe trasformato in
uno sguardo di supplica, se non addirittura di mistica rassegnazione.
E fu così che, con un passeggero chiuso nella
toeletta di
coda anche durante la procedura di atterraggio, non si sa come
arrivammo anche noi nelle terre musulmane dell’Impero.
Aldo,
Pietro, il nostro interprete Yaro, un moravo che era sempre
dappertutto, tanto da giustificare l’ipotesi che potesse
trattarsi di un agente del KGB, e io.
Il volo Aeroflot era settimanale.
Non avremmo potuto scappare da quel posto per i successivi otto giorni!
Dushanbe, la capitale, costruita allora da non più
di
cinquant’anni, aveva un aspetto terribilmente desolante.
Interi quartieri disabitati e costruzioni abbandonate
ancora prima di
essere completate. Ma la gente non era fuggita via, semplicemente non
era mai arrivata. Si respirava un’aria pesante e un
inquietante senso di provvisorietà. La povertà si
avvertiva in ogni cosa: i quartieri dormitorio di Mosca sembravano
belli in confronto alle case del centro come San Babila appare
più elegante di Sesto San Giovanni.
Le statue di Lenin, sistemate nei posti più incredibili,
erano certamente molto, ma molto più numerose della gente in
giro.
Per strada sgangherati autobus gialli, con frequenze esagerate, non
trasportavano altro che se stessi da un capo all’altro del
nulla. L’aeroporto internazionale
(nell’URSS di
quegli anni tutti gli aeroporti delle Repubbliche annesse erano
internazionali), quasi a certificare la presenza della potenza
dominante, era virtualmente inserito nel fuso orario di Mosca. Quando
atterrammo indicava le 09,20 del mattino, anche se era già
quasi mezzogiorno. In ogni caso anche il fuso orario di Dushanbe era
virtuale: albeggiava alle 3 del mattino e alle 14 già si
vedeva poco per strada.
Non ho mai capito perché negli aeroporti delle Repubbliche
gli orologi fossero regolati con l’ora di Mosca,
né me lo hanno mai saputo spiegare: mi sembra troppo banale
pensare che questa scelta fosse fatta per problemi di coordinamento
logistico dei voli.
Ad attenderci all’aeroporto c’era Vladimir. Era
arrivato con una Ziguli color ruggine, ma anche molto arrugginita.
Vladimir
era un siberiano corto e robusto, con lo sguardo gelido di un
Husky da slitta. Parlava pochissimo, per fortuna, e in maniera quasi
incomprensibile persino dal nostro interprete. Mi è comunque
rimasto di lui il ricordo di straordinario bevitore: a tavola riusciva
a bere Vodka e Cognac in quantità impressionanti e, quando
si mangiava in sua compagnia, ordinava perentoriamente al cameriere di
non portare acqua, per nessuna ragione. Seppi, qualche anno dopo, che
fu ucciso con una pugnalata durante i moti rivoluzionari del 1991.
La
Zigulì, cigolando, riuscì a portarci
all’albergo. Eravamo gli unici ospiti, ma le pratiche di
registrazione furono comunque lunghissime: Vladimir e Pietro ebbero il
tempo di portarci nelle stanze i bagagli, uscire in strada, andare non
so bene dove per affittare una Zaz, riempire il serbatoio con la
benzina contenuta in certe tanniche magicamente comparse nel bagagliaio
della Zigulì, pulire alla meglio il cristallo della Zaz con
un panno di lana (che è universalmente noto come uno dei
peggiori pulitore di cristalli) e ritornare nella hall
dell’albergo, dove sollecitarono la nostra pratica. Ho
chiamato hall il luogo, “quel” luogo,
perché non mi viene in mente un lemma diverso: ma se penso
che si chiama hall anche il locale omologo dell’hotel
Atlantic di Amburgo, mi rendo conto di quanto sia povero il mio
vocabolario!
Dopo circa un’ora uscimmo di lì per andare a
pranzo: faceva decisamente caldo, per la stagione. Aldo quindi
piegò la sua pelliccia di lupo e la buttò dentro
la Zaz.
Quella pelliccia di lupo fu la sua croce (e anche la mia) per
tutto il viaggio. E per molto tempo dopo. Si trattava di un capo
d’abbigliamento di vago aspetto zarista, acquistato a Roma
attorno all’epifania: la prima volta in Tadjikistan
preoccupava per il clima, anche se non solo per quello. Allora Aldo,
con-siderando assolutamente inadeguata la mia Henry Loyd, aveva voluto
esa-gerare: cappottone in renna lungo fino alle caviglie con interno in
pelo. Di lupo.
Peso stimato attorno ai ventisette chili e indu-mento
capace di con-servare la temperatura corporea anche a Natale in piena
tundra siberiana. Vladimir, che siberiano lo era davvero, vedendo Aldo
con il lupo addosso, aveva scosso la testa, proprio come faceva il mio
professore di latino appena finiva di interrogarmi e un attimo prima di
darmi il solito tre meno.
Dunque, fuori dall’hotel ci rendemmo conto, per la prima
volta, di essere in piena Asia centrale e, comunque, alla longitudine
più orientale mai raggiunta nei nostri viaggi.
Il pranzo era stato organizzato nell’alloggio privato di
Sergej.
Sergej era il capo del Soviet e quindi una persona di rango, uno di
quelli che con un solo sguardo si assicurano l’attenzione di
qualsiasi assemblea. Organizzare il pranzo a casa sua era stato un
privilegio concesso in considerazione dell’importanza che la
nostra delegazione aveva per la balbettante economia locale. Orario:
dieci e mezza del mattino.
Va detto che in quel posto, come succede in quasi tutte le
organizzazioni sociali ostinatamente ancorate alle tradizioni e per le
quali non esistono molti altri strumenti utili per celebrare un evento,
il banchetto resta la migliore forma attraverso la quale
l’ospite riesce a far arrivare all’ospitato il
senso del proprio sentimento di stima e di gratitudine per la
collaborazione che sta per nascere. Questo era il nostro caso. Per
quanto poi riguarda l’orario, beh ci sembrò subito
chiaro che nessuno si era mai abituato al fuso forzato e il pranzo
veniva celebrato (SE veniva celebrato) nel momento centrale della
giornata. A qualunque ora convenzionale questo corrispondesse.
Sergej ci aspettava sulla soglia di casa, proprio davanti al piccolo
portoncino che quasi nascondeva con la sua mole: al suo fianco i due
figli maschi. Era un uomo alto e forte, con i capelli nerissimi e uno
sguardo fiero ma gentile. Sopra una giacca color melanzana indossava un
cappotto grigio di lana pesante. Un capo confezionato in qualche
fabbrica del regime nella quale la produttività e
l’efficienza venivano valutate in base al peso del prodotto
finito. Evidente che doveva trattarsi del suo abito migliore,
altrimenti non l’avrebbe esibito sotto il sole.
Le presentazioni furono accurate e formalmente impeccabili: Aldo, il
capo delegazione, fu presentato per primo. Sergej gli porse una forma
di pane e una manciata di sale, l’offerta tradizionale
riservata a tutti gli ospiti graditi. Poi Sergej, senza muoversi dalla
sua posizione, come se volesse ritardare per qualche oscura ragione
l’introduzione della delegazione nel suo appartamento, si
lanciò in un discorso di benvenuto. Che fosse di benvenuto
lo si capì dalla solennità del suo sguardo e dai
gesti delle sue mani. Non certo dalla disastrosa traduzione del nostro
interprete del quale ci fu invece chiarissima l’assoluta
inadeguatezza.
Il discorso finì e tutti quelli che l’avevano
compreso applaudirono convinti. Noi ci limitammo a un sorriso e un
piccolo cenno del capo. Come dire: va bene, tutto bello, ma adesso che
si fa? Allora Sergej si infilò finalmente in casa e tutti
noi lo seguimmo, su per ripidissime scale.
Il pranzo era già servito in tavola e ci colpirono subito la
ricchezza dei piatti, in aperto contrasto con la modestia della
piccolissima stanza e di tutte le attrezzature stipate al suo interno;
la totale assenza di donne che, evidentemente, avevano preparato e si
erano poi defilate in dignitoso silenzio; la mancanza di acqua in
tavola. Ogni due posti, una bottiglia di vodka, della migliore, e una
di cognac VSOP.
Il pranzo, o almeno quella parte di pranzo che ricordo, fu notevole per
la qualità del cibo, la cornice di formalità che
ne fece quasi una rappresentazione teatrale e l’incredibile
quantità di alcool che fu consumata. Mangiammo caviale
veramente squisito, salmone affumicato e storione essiccato, stufato di
pecora, una peperonata sontuosa che nemmeno la mia nonna riusciva a
farla meglio, patate bollite e cipolle a volontà. Ogni
commensale aveva poi a disposizione una tazza, grande come le nostre
del caffelatte, piena di burro leggermente salato, che si sposava a
meraviglia con l’ottimo pane di segale. Fu una cerimonia
interminabile. Una cerimonia che ne raccolse altre, nella migliore
tradizione locale. Sergej prese posto a metà di uno dei due
lati lunghi del tavolo e volle che Aldo, l’ospite
più importante, sedesse proprio di fronte a lui. Questo
perché è costume, tra quella brava gente, che il
padrone di casa si adoperi per servire l’ospite: versandogli
il cibo nel piatto, sbucciandogli la frutta, cambiandogli il
tovagliolo, se necessario e…riempiendogli continuamente il
bicchiere; ecco perché il padrone di casa non siede a
capotavola.
Sì, i nostri bicchieri venivano continuamente riempiti e poi
svuotati in pochi secondi. Ma una ragione c’è ed
è una ragione di galateo.
Ora, che cosa si fa, di solito, a tavola in presenza di un ospite di
riguardo? Ma è ovvio, si propone un brindisi! Solo che una
cosa è proporre un brindisi a fine pasto o anche non a fine
pasto, ma durante una pausa tra due portate. Un’altra
è proporre un brindisi ogni tre, massimo quattro minuti!
Le cose andarono più o meno così.
Seduti a
tavola, incurante del fatto che chiunque si fosse alzaro avrebbe fatto
sbattere lo schienale della sedia contro il muro, tanto era piccola la
stanza, Sergej si alzò. Teneva stretto il suo bicchiere
pieno di vodka. Incominciò a dire cose che riguardavano il
grande aiuto che gli italiani stavano per dare alla sua gente e la
gratitudine che loro avrebbero dovuto riconoscere ai fratelli
occidentali. Finito il discorsetto guardò Aldo diritto negli
occhi. Era il segnale. Tutti ci alzammo in piedi, naturalmente ciascuno
con il suo bicchiere pieno di vodka e facendo sbattere le sedie contro
il muro. E bevemmo, appena Sergej ebbe terminato di bere.
Dopodichè, Aldo e io, che evidentemente non avevamo ancora
capito un granchè del perverso rituale, ci risedemmo, forse
temendo che qualcuno ci fregasse il caviale dal piatto. Gli altri
rimasero in piedi e ci guardarono con compassione, ma anche con
rispettoso rimprovero. Allora capimmo. Aldo si rialzò,
mentre qualcuno gli riempiva di nuovo il bicchiere (con la vodka,
naturalmente), lo alzò in aria e disse qualche elegante
corbelleria, tanto per dire. Gli altri sembrarono soddisfatti e
ribevvero dietro Aldo. In pochi secondi, avevamo trangugiato la dose di
alcool che solitamente assumiamo durante tutte le feste natalizie. E
non si era ancora iniziato il pranzo.
La doppia procedura si ripetè a intervalli di pochissimi
minuti e il proponente del brindisi era sempre un commensale diverso,
ma con un preciso schema che prevedeva una rotazione in senso
antiorario: proposta di brindisi, bevuta, risposta della parte chiamata
in causa e altra bevuta.
Dalle undici circa fino a dopo le sedici, ora locale. Ogni pretesto era
buono per proporre un brindisi agli italiani lì presenti e
ogni proposta esigeva una risposta. Pena una grave offesa. Furono
toccati tutti i temi: la pace nel mondo, il Papa,
l’ecumenismo e la pacifica convivenza tra le religioni, Paolo
Rossi e la juventus, i Presidente Gorbachov, il desiderio di
libertà e la bellezza delle donne italiane. A mano a mano
che passava il tempo, gli argomenti diventavano sempre meno impegnativi
e le parole sempre meno comprensibili. Io fui abbastanza fortunato,
perché non amo il cognac: quindi, finita la vodka e non
essendo possibile reiterare il miracolo delle nozze di Cana per
mancanza del personaggio principale, smisi di bere e me la cavai senza
troppi danni. Alle cinque di pomeriggio ci caricarono sulla Zaz. Aldo
si coprì con la pelliccia di lupo e si
addormentò, continuando a dormire anche quando lo portarono
nella stanza d’albergo. Io mi sentivo la testa un
po’ pesante, ma la vodka ha l’incredibile vantaggio
di lasciare pochissime tracce e di essere digeribilissima. Mi rigirava
però in testa un inquietante interrogativo: ma che cosa
avevamo concluso, in quel pranzo? Che cosa ci eravamo detti? Oltre
all’esibizione della propria resistenza alla vodka, che cosa
era rimasto?
Ce lo avrebbero spiegato l’indomani. Perché il
giorno dopo, la nostra delegazione si trasferì a
Kurgan-Tyube per poi raggiungere Dusti, un piccolo centro qualche
decina di chilometri a Sud, sul confine con l’Afganistan.
Da
Dushanbe a Kurgan-Tyube ci sono poco meno di 90 chilometri
che, in
virtù della scadente pro-pensione al comfort della Zaz e
alla pessima manutenzione della strada, sembrarono almeno il doppio. Ma
la natura del luogo è di inarrivabile bellezza e
ciò fu di grandissimo aiuto. Appena fuori dalla capitale la
strada si srotola tra boschi e radure verdissimi. Poi tutto finisce di
colpo e incomin-ciano le prime alture. La Zaz si arrampicò
su una strada stretta e ripidissima per due volte. Due passi molto
alti, battuti da un vento fortissimo e gelido che sollevava polvere e
sassi. Il sole pic-chiava deciso senza però riuscire a
scaldare un granchè e la Zaz era senza riscaldamento.
Attorno a noi pochissime costruzioni. E quelle che incontrammo erano
distrutte o molto danneggiate dal terremoto che l’anno prima
aveva colpito una vastissima area delle repubbliche islamiche
dell’Impero. In giro pochissima gente. Per molti chilometri
non vedemmo, attorno a noi, che rovine e fango.
Devo ammettere che la tristezza della situazione era in grande
contrasto con l’imponenza della natura attorno. E, come al
solito, mi sentivo estremamente a disagio nella mia posizione di quasi
turista privilegiato.
Incontrammo anche alcuni cantieri: si stava costruendo una strada molto
importante. Intorno le case cadevano a pezzi.
Arrivati a Kurgan Tyube,
conoscevamo tuttii dettagli della nostra
missione e avevamo definito i par-ticolari dei nostri prossimi
incontri.
Kurgan Tyube assomigliava molto alla periferia di Dushanbe!
Però aveva un aspetto molto più o-rientale e la
nostra guida ci portò in giro per la città e per
i dintorni indicandoci con entusiasmo le bellezze del posto. Si
chiamava Goran. Anche Goran era attrezzato con una serie di denti
d’oro, compresi quelli anteriori e anche Darina, sua figlia
di quattordici anni e anche sua moglie. Dipen-deva
dall’acqua, mi spiegarono, quella che il governo dice
potabile. Contiene radioattività, mi disse Goran, e dopo
pochi anni cascano i denti uno a uno, e chissà quali altri
disastri combina dentro. Me lo disse ridendo di gusto. E
l’oro degli incisivi brillò al sole del tramonto.
Sembra che tutti i problemi siano nati da quando il governo
decise di
deviare il corso dei due
affluenti al lago Aral per indurre
l’acqua alle torri di raffreddamento di alcune centrali
nucleari. Il lago Aral si trova a nord ovest di Kurgan Tyube, circa 700
chilometri in linea d’aria. E’ al confine tra il
Kazakistan e l’Uzbekistan, anzi ne è il confine,
nel suo lato Nord. Il lago è salato e negli ultimo
trent’anni ha perduto quasi il 40% dell’acqua,
lasciando le ex città costiere molto lontane
dall’acqua e in balia delle tempeste di sabbia e sale che
flagellano costantemente la costa Sud e Sud orienta-le, essendo i venti
di Nord e Nord-Ovest.
L’acqua rimessa in circolo porta
radioattività e il vento porta il sale sui campi tadjiki: i
denti (e chissà quale altra disfunzione) sono il risultato
della prima, mentre il tumore agli occhi e all’apparato
respiratorio, oltre alle distruzioni di massa delle piante di cotone,
sono il risultato del secondo fattore. Insomma, un disastro ambientale
di portata cosmica di cui, in quegli anni, si cominciava appena a
parlare.
Ma Goran sapeva bene che tutto ciò era da prendere
con una certa filosofia e d’altro canto che co-sa avrebbero
potuto fare? Così passava la sua vita tra le bestie che gli
venivano affidate dal kolkoz e assieme alla sua famiglia, cui dedicava
molto tempo.
Goran era molto devoto e pregava il suo Dio tutte le volte che il
Corano glielo imponeva e quando la sua coscienza ne sentiva bisogno.
Però era anche molto superstizioso, come quasi tutti i suoi
connazionali e amava moltissimo un posto che aveva qualcosa di magico,
per la verità.
A pochi minuti di auto, in una piccola radura polverosa e battuta dal
vento, c’era un piccolo alberel-lo, rinsecchito e
apparentemente insignificante. Il tronco era stato parzialmente
verniciato con cal-ce bianca. Da lontano pareva fiorito,
almeno nella
parte bassa dei rami. Ma non erano fiori. Erano migliaia di rotolini di
carta legati con nastri colorati ai rami bassi, perché solo
a quelli la gente pote-va arrivare. Potevano essere ex voto, promesse
d’amore, preghiere segrete che qualche madre aveva lasciato
lì per il suo Dio affinché il figlio carrista
potesse tornare sano da quella maledetta guerra
nell’Afganista. Poteva essere di tutto: Goran rimase un lungo
attimo in silenzio e Darina non volle dire altro. Una donna con la
testa coperta da un foulard dai colori clamorosi, vedendoci arri-vare,
legò veloce il suo bigliettino al ramo e se ne
andò via, lo sguardo basso. Il vento faceva fi-schiare i
rami dell’albero,
l’unico peraltro, lì
intorno. I bigliettini vibravano in modo diverso l’uno
dall’altro, come avessero una piccola anima che li guidava. I
nodi erano perfetti, perché, mi spiegò Darina che
parlava un po’ di inglese, il desiderio o la preghiera hanno
successo solo se il biglietto non viene portato via dal vento. La
vecchia costruzione lì vicina era l’antica porta
della città. quanto antica nessuno seppe dirlo, ma certo il
bisnonno del bisnonno di Goran già la vide costruita da
qualche secolo. E magari la usò per entrare in
città. Tutta la famiglia di Goran era ed era stata dedita
alla pastorizia: questa è la ragione per cui ci
mostrò, con un certo orgoglio la bassa costruzione circolare
che si trovava proprio lì vicina, in un avvallamento del
terreno, più protetta dal vento di Nord-Ovest. Era una
curiosa costruzione di circa settanta metri di diametro, con un grande
spazio al centro e diverse cellette a cielo aperto distribuite con
regolarità sul perimetro. Darina spiegò che era
ciò che restava dell’antico caravanserraglio, in
uso fino a cinquant’anni prima. Uomini e animali, prima di
entrare in città per il mercato, passavano la notte tutti
assieme lì dentro condividendo qualche pezzo di pane, un
po’ di formaggio e la luce incredibile delle stelle che
lassù brillano in modo speciale. Non ne avevo mai visto uno,
organizzato così. Quello di Aden era più moderno
e più misero.
Goran ci lasciò il tempo di mettere
a punto la nostra meraviglia poi si sistemò il suo
ingombrante copricapo tadjiko, alzò delicatamente i sui
larghi pantaloni e si avviò verso il campo di cotone del
kolkoz.
In condizioni normali, il cotone avrebbe avuto per me lo stesso
interesse che hanno le rane australiane. Ma quel cotone aveva un
significato particolare: era, o almeno avrebbe dovuto essere, il
corrispettivo per il nostro lavoro tra i monti del Pamir. Noi dovevamo
costruire alcune decine di poliambulatori elitrasportati e montati
nelle località più inaccessibili e avremmo
ottenuto in pagamento cotone grezzo. Il controvalore sarebbe stato
definito dalla borsa inglese.
Ma tutti noi avevamo fatto male i conti e non avevamo previsto le
insormontabili difficoltà
che l’incredibile
sistema bolscevico ha sempre innalzato tra gli obbiettivi e i
risultati!
Così, dopo diversi giorni di vita avventurosa, dopo aver
dormito sulle tavole di legno della foresteria del kolkoz e cenato sul
biliardo della sala ricreazione, dopo aver stretto centinaia di mani
ruvide appartenenti a onesti lavoratori, e altrettante appartenenti a
parassiti di stato, la nostra visita terminò senza alcuna
conclusione degna di essere riportata. Il ricco occidente si sarebbe
tenuta la sua tecnologia sanitaria e il kolkoz il suo orribile cotone
zeppo di sale del lago Aral, mentre nelle valli del Pamir la gente
avrebbe continuato a fare tre giorni di cammino prima di trovarsi un
posto in qualche ambulatorio di stato dove potersi curare la peritonite
o la cataratta. Queste considerazioni però, almeno allora,
erano di portata insufficiente per modificare, anche di poco,
l’andamento della pianificazione quinquennale. Yaro, Pietro,
Sergej e tutti gli altri avevano recitato la loro parte, come prevedeva
il rigido protocollo di stato.
Quella sera, alla luce del tramonto, sotto i rami
dell’insignificante albero rinsecchito che portava
però con insolita dignità i sogni di tutti gli
abitanti di Kurgan Tyube, noi, tutto ciò, non
l’avevamo ancora capito.
Il cielo azzurro e rosso, le prime cime dei Pamir bianche di neve, la
terra aggredita dal sale e spazzata dal vento, quei bigliettini che
sembrava mormorassero al vento.
Forse aveva ragione Goran. Qualcosa di magico, quel posto, certo
l’aveva.
Le foto di questa sezione sono consultabili anche su flickr
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