Viaggio a
Gerusalemme -
Testo e foto
L’idea di fare un viaggio nella città tre volte
santa mi girava nella testa da molto tempo. Le
motivazioni che possono spingere un laico a inoltrarsi in quella sorta
di labirinto religioso che è
Gerusalemme sono molteplici. La città è anche un
labirinto architettonico, con le sue pietre e
costruzioni stratificate nei secoli (25 strati risalenti a 12 periodi
storici differenti), ed è un labirinto
politico, con la sovranità rivendicata dai palestinesi ma
detenuta saldamente dagli israeliani dal
1967 ad oggi. L’essermi occupato della città per
ragioni di studio me l’ha resa più famigliare.
Eppure ci ero stato almeno tre volte in passato, ma paradossalmente
l’analisi delle carte e degli
avvenimenti politici che l’hanno attraversata nel
‘900 con cambiamenti architettonici e dello spazio
hanno reso questa città più mia di quanto non lo
fosse mai stata in passato.
L’entrata nella città vecchia alle prime
ore del
mattino è sorprendente per la desolazione. I
taxi da Israele arrivano in città entrando dalla porta di
Giaffa. La porta è una sorta di snodo verso
l’inizio del mercato arabo, il suq, che sempre
più
turistico si lancia verso il quartiere musulmano e il
quartiere cristiano, che si fa notare per i vestiti scuri dei suoi
Pope. La fortuna vuole che con la mia
compagna di viaggio si riesca ad entrare subito nella chiesa ortodossa
di San Giacomo durante una
preghiera in armeno, che definirei conciliante come una ninna nanna;
l’odore delle candele
proveniente da ricchi lampadari dorati da il senso olfattivo del luogo
santo dove si prega. E’ un
odore tipico delle chiese. Sono colto da un certo timore di disturbare,
il trovarsi in presenza di
luoghi santi così ambiti, e di persone che hanno fatto di
tutto per abitare in questi posti, aumenta il
rispetto e le domande che un laico si pone nei confronti della
religione, per quanto questa a volte
possa apparirci foriera di tensioni e invasiva dello spazio
pubblico.
Proseguendo fuori dalle mura della chiesa di San Giacomo si
percorre il
perimetro esterno
del quartiere ebraico, costruito e rinnovato dopo la guerra dei sei
giorni nei suoi confini più estesi,
cioè quelli risalenti all’epoca medioevale. Appare
in effetti ben costruito, ma troppo nuovo nelle sue
pietre chiare ben sistemate. Vivere qui è come fare un salto
nel passato. La religione e i principi
dell’ebraismo modulano ogni aspetto del vivere quotidiano e
coloro che sono qui, a pochi metri dal
Muro del pianto, il Kotel,
hanno scelto di abitare nei pressi del luogo
sacro più importante per
l’ebraismo. Si può pregare al muro del pianto e
abitarvi vicino solo grazie alla conquista israeliana
del 1967 che ha rimodellato completamente lo spazio e
l’accesso ai luoghi santi per tutti. Al muro
del Pianto si manifesta la presenza del divino, la shekinà.
Ho preso sul serio la cosa, dopo averne
letto su un testo del neokantiano Hermann Cohen, quando qualche anno fa
mi trovai ad assistere
alla preghiera dello shabbat
il venerdì sera dopo il
tramonto del sole. Mi ricordo di essermi trovato
in uno stato semi ipnotico di fronte alla marea nera di ebrei ortodossi
che pregava e cantava di
fronte al muro. Il sacro nella sua manifestazione più umana
mi apriva per così dire le porte dello
spirito. Un simbolo, il muro, celava o meglio disvelava dietro di se il
divino reale o creduto e la
storia dolorosa di un luogo. Il Muro del pianto è il
lacrimatoio di uomini che piangono la
distruzione del tempio ebraico ai tempi dell’imperatore Tito.
La distruzione, come sempre a
Gerusalemme, ha poi coinvolto altri edifici che sorgevano qui fino al
1967: il quartiere magrebi
abitato da arabi provenienti dal Maghreb
venne distrutto in poche ore
per fare spazio agli ebrei in
preghiera di fronte al muro. Uno dei tanti racconti che Arafat ha fatto
circa le sue origini riguarda
proprio questa ferita aperta degli arabi di Gerusalemme. Egli ha spesso
dichiarato di essere nato in
quel quartiere quasi a voler incarnare in se stesso la
legittimità palestinese nel rivendicare i torti
subiti e una parte di città. Girando per il quartiere
ebraico mi sono fermato al museo del piccolo
esodo ebraico dal quartiere del 1948. Dopo l’arrivo della
Legione Araba comandata da quella specie
di Lawrence d’Arabia che era Glubb Pascià, gli
ebrei che risiedevano da queste parti furono
costretti ad andarsene. La mostra fotografica è interessante
e documenta una sofferenza che aiuta a
capire come il ramoscello incurvato della coscienza nazionale una volta
liberato colpisca un punto
imprecisato del terreno con molta forza.
La fortuna assiste il turista più inserito
nell’ambiente e subito dopo la visita al muro del
pianto riesco ad infilarmi in uno dei tanti portoni che portano alla
spianata delle Moschee. La
spianata è il terzo luogo santo dell’Islam e,
oltre al tempio più famoso la cui cupola dorata brilla in
ogni cartolina, accoglie la moschea di Al Aqsa, le cui colonne interne
aggiunte in operazioni di
restauro vennero omaggiate da Benito Mussolini. Mi ricordavo bene che
era possibile entrare nelle
moschea e nel tempio della roccia, ma il guardiano con il lungo
pastrano bianco mi dice che sono
almeno quattro anni che non si può più accedere
all’interno dei luoghi di preghiera musulmani. Fare
un conto e darsi una spiegazione è fin troppo facile. Il
cambiamento risale all’inizio della seconda
Intifada ed è probabilmente determinato dal timore che
alcuni fanatici accedano all’interno delle
moschee per danneggiarle come già successo nel 1969, quando
Dennis Rohan, un australiano
appartenente a una setta millenarista protestante, appiccò
un incendio alla moschea per accelerare
l’avvento di Cristo. L’uomo fu arrestato, ma il
pulpito in legno donato da Saladino per celebrare la
conquista della città nel 1187 non si salvò. Come
già in passato il fatto divenne una miccia per
violente dimostrazioni che sfociarono in scontri intercomunitari.
Spostare una pietra a Gerusalemme
è violare un simbolo e lo stesso discorso si può
fare concentrandosi anche solo sui problemi interni
alla cristianità. La chiesa del Santo Sepolcro, che appare
deludente rispetto all’imponenza degli altri
luoghi santi, sorge dove Gesù Cristo fu crocefisso, sul
Golgota. Il luogo è il crocevia della
cristianità e aggirandosi in queste stanze, che ricordano un
gioco di scatole cinesi, non si capisce se
si è nella parte dei greco-ortodossi, dei copti, dei
cattolici, degli armeni o di altre innumerevoli
comunità cristiane. Lo spostamento di una panchina
è visto dalle comunità come un tentativo di
sopruso e proprio di recente la polizia israeliana ha avuto non pochi
problemi a sedare uno scontro
violento tra religiosi all’interno della chiesa per motivi
apparentemente futili. La pietra che tutti
baciano, posta all’ingresso dove il corpo di Cristo sarebbe
stato deposto dopo la morte, è
verosimilmente inautentica, ma forse, come per la Sindone, la cosa non
ha assolutamente
significato: ciò che conta è il simbolo, porta di
ingesso verso il divino per ogni credente, adorata e
baciata da tutti, anche io non resisto e decido almeno di
toccarla.
La città vecchia di Gerusalemme è un
luogo sicuro
anche in tempi di non-tregua con le
giovani bombe di Hamas in giro per Israele a seminare morte. Usciti
dalle mura ci dirigiamo nella
parte occidentale della città che venne costruita seguendo
il modello delle città giardino della
Londra di inizio secolo. Le villette con alberi e profumi avvicinano
questi luoghi del medioriente
all’Europa. Si percepisce un’atmosfera europea.
Dopotutto i signori che abitano queste case hanno
provenienze ungheresi, tedesche, francesi. Il caffè Hillel
si trova esattamente su una strada che fino
al 1967 era terra di nessuno, filo spinato e barriere di metallo
segnavano la separazione tra il settore
giordano della città e quello israeliano. Oggi le tracce
della terra di nessuno sono sparite e se non
fosse per qualche vecchia fotografia rintracciabile su siti internet di
ONG palestinesi o su libri
dedicati a Gerusalemme, non avrei mai capito l’importanza e
il cambiamento che ha caratterizzato il
marciapiede di una semplice strada. Entrare nel caffè,
regala una serie di emozioni inedite. Di fronte
all’ingresso, si para un giovane ragazzo dietro delle
transenne di metallo che con il metal detector
percorre il perimetro delle nostre figure. Il caffè ha
un’atmosfera molto occidentale, ma è inevitabile
che anche una volta seduti con buon cappuccino e squisita fetta di
torta al cioccolato, non ci si
occupi di ciò che si mangia, ma del signore accanto.
L’uomo vicino a me ha un aspetto che potrebbe
ricordare quello di un signore di origine araba assoldato da Hamas per
colpire ancora una volta
Israele e porre fine casualmente alla mia vita di curioso. E’
inutile distrarsi, almeno per me. Il
pensiero è fisso sulle parole ESPLOSIONE, KAMIKAZE, JIHAD
ISLAMICA, HAMAS, MORTE,
naturalmente ho cambiato posto dicendo che volevo un luogo migliore, ma
non è vero, volevo
allontanarmi da un tipo sospetto vicino al tavolo precedentemente
scelto per la colazione. Adesso
sono per Israele, pronto a comprendere le ragioni e il comportamento
elettorale nazionalista e
securitario dei cittadini della repubblica ebraica. Investo la mia
accompagnatrice delle
considerazioni che si possono leggere spesso negli articoli della
neocon nostrana Fiamma
Nirenstein. Rimango seduto con il mio “Haaretz”, il
giornale liberal israeliano, a leggere di Abu
Mazen e della Hudna,
cosa pensa Khaled Mashal l’uomo
attualmente più in vista di Hamas che
risiede a Damasco ma non trovo nulla di interessante. Le cassiere
però chiedono una moneta di
contributo in più perché il locale con
l’omino fuori dalla porta garantisce maggiormente la
sicurezza
degli avventori. Naturalmente ci offriamo volentieri di lasciare la
moneta e ci avviamo all’uscita.
Per tornare a provare empatia verso le sofferenze della popolazione
palestinese rimanendo nella
parte ovest della città, mi basta salire sulla bellissima
torre di pietra della YMCA costruita dallo
stesso architetto dell’Empire State Building che regala una
vista stupenda. Si vede il tetto del
famoso hotel King David, fatto saltare nel 1946 dagli estremisti
dell’Irgun,
il movimento militare
della destra sionista, e le colline verso est. Sono interessato a
vedere tutti i quartieri a est della città
costruiti dalle varie amministrazioni israeliane per chiudere
Gerusalemme dentro un anello di
quartieri ebraici che impediscano, con il passare del tempo, ai
palestinesi di avere un accesso diretto
dalla Cisgiordania alla parte est della città.
L’insediamento più consistente é Maale
Adumin, che
conta già 25 mila abitanti ma dal tetto del grattacielo non
riesco a vederlo. Mi riesce invece di
vedere il muro che un paio di colline più indietro rispetto
alla città vecchia fa una specie di curva.
E’ la prima volta che lo vedo e mi fa un certo effetto. Il
muro è un altro simbolo. Forse per questo
ha destato tante polemiche. Anche se il governo Sharon si sta dando un
gran da fare per costruirlo,
nasce da una idea della sinistra israeliana e dai suoi intellettuali
come A. B. Yehoshua. Il concetto è
semplice, separazione. Ma la questione più scabrosa non
è il muro o la separazione. In fondo i muri
sono brutti ma stabilizzano situazioni di tensione. Si pensi a Berlino
o a Cipro. Il problema è il
percorso tortuoso che mangia terre abitate dai palestinesi e le annette
dietro il perimetro che sta ben
oltre i confini precedenti la guerra del 1967. Il muro però
rappresenta anche un tradimento per i
nazionalisti israeliani più duri perché segna
fisicamente l’abbandono anche da parte di un governo
del Likud dell’idea che dal fiume Giordano al mare possa
esistere solo uno stato ebraico.
Camminando di sera per la strada Ben Yehuda, dove negli ultimi
quattro
anni si sono fatti
esplodere tre kamikaze, vedo dei giovani che sono accampati con i
sacchi a pelo e sembrano
inscenare una dimostrazione. Mi rivolgo a loro e chiedo se stiano
protestando per il ritiro da Gaza
organizzato dal governo. “Noi siamo di Gush Katif al fondo
della striscia di Gaza e siamo qui per
dire che siamo legati al posto dove siamo nati. Noi siamo nati
lì capisci? Il governo crede che
mandando via le nostre famiglie il terrorismo palestinese
cesserà, ma non è così”
chiedo loro se
sono contro il governo “no noi non siamo contro il governo ad
ogni costo, vogliamo solo far capire
alla gente quello che stiamo patendo e la sua
inutilità”. Domando loro del materiale informativo
ma
l’unica cosa che mi danno è un adesivo arancione
con la scritta in ebraico che dice “gli ebrei non
cacciano gli ebrei”, per fare buona impressione tento di
leggerla di fronte a loro, ma con i miei
pochi mesi di ebraico sbaglio le vocali ed ecco che subito mi
rimproverano severi correggendomi a
voce alta. Sono rimasto impressionato dalla loro semplicità,
i coloni, in passato avevo incontrato
quelli molto più duri di Hebron, li immaginavo come un
insieme di personaggi iperideologizzati
con la vena gonfia al centro della fronte e lo sguardo rabbioso, tipo
rabbino Moshe Levinger, ma
non è così. Sembra difficile da capire, ma questi
sono ragazzi di vent’anni e la loro gioventù e la
loro vita è trascorsa in terre da abbandonare, uno dei tanti
paradossi del Medio Oriente.
I giorni scorrono e uno di questi non poteva che essere
dedicato alla
visita della tomba di
Yasser Arafat. Attraversiamo per l’ennesima volta il suq
arabo, usciamo dalla porta di Damasco
dove si mangia il miglior Felafel
e il miglior Hummus
(pasta di ceci)
del luogo, per dirigerci verso
la stazione degli autobus che vanno verso la Cisgiordania. Siamo in una
parte di città che ha tutto
l’aspetto di un paese arabo in via di sviluppo. Quante volte
sono passato in luoghi come questo:
Damasco, Amman, Il Cairo le stazioni si assomigliano. Con un
po’ di fatica riusciamo a capire qual
è l’autobus per Ramallah e saliamo. Il viaggio
è tranquillo sotto un sole cocente ed ecco che ad un
certo punto si costeggia questo mostro di muro grigio, molto alto che
mi impedisce di vedere le
colline brulle che caratterizzano queste terre. La corsa è
finita, si scende, bisogna attraversare il
check point a piedi. Siamo in fila, dietro a un serpentone di
palestinesi vecchi e giovani che passano
attraverso il punto di controllo dall’aria un po’
improvvisata, blocchi di cemento, tettoia in metallo,
cancellate di metallo e giovane soldato israeliano al fondo. I turisti
bianchi e biondi come noi
passano più velocemente, ma anche i palestinesi in entrata
non hanno problemi, la cura maggiore è
all’uscita verso Israele. Saliamo su un taxi collettivo, con
l’autista fuori che cerca di riempirlo in
fretta per partire presto. Appena saliti la mia attenzione viene
catturata da un adesivo sul cruscotto
che riporta una mappa della regione palestinese tutta in verde con la
bandiera palestinese che
l’avvolge. L’autista deve sicuramente simpatizzare
per gruppi radicali e il fatto mi sembra
confermato dal suo sorriso interdetto e ironico quando gli chiedo di
portarci alla Muqata,
dove è
sepolto Yasser Arafat. Scendiamo in una piazza centrale piuttosto
degradata e subito mi lancio
verso i poliziotti palestinesi in uniforme scura per chiedere
informazioni su come arrivare alla
tomba del capo palestinese. Mi danno indicazioni con una certa cortesia
e quell’ansia di ben
figurare che tante volte ho notato parlando con gli uomini
dell’autorità palestinese. Ci avviamo
verso una strada assolata in direzione Muqata. Mi vengono in mente le
immagini dell’assedio
durante l’operazione scudo, il capolavoro mediatico del
leader palestinese con la candelina in mano
e gli occhi strabuzzati dentro la stanza del suo ufficio, le mura del
rifugio distrutte, i commenti dei
leader israeliani come il diplomatico Avi Panzer alla televisione
italiana contro un esponente dei
Verdi: “io a lei, caro signor Cento, voglio diRlo in sua
faccia, a lei dei bambini ebRei morti non
impoRta nulla a lei inteRessa solo dei palestinesi”
“ambasciatore io non le permetto…” e via
così…
quanti dibattiti quante polemiche su questo luogo, sui suoi
protagonisti. Sono dieci anni che ne
sento, mi sono avvicinato a questo conflitto con
l’ingenuità e il manicheismo classico di un
ragazzo
di sinistra, negli occhi avevo le immagini della prima Intifada e come
si poteva stare dalla parte dei
soldati in uniforme? Poi c’era questo leader guerrigliero
dallo sguardo profondo, Al
Walid, il padre,
Abu Ammar, gli occhi del cane, il ramoscello di ulivo da una parte e la
pistola fumante dall’altra,
miriadi di pugnali siriani, giordani e palestinesi dietro la schiena
appariva tutto così chiaro. Yitzak
Shamir, il primo ministro israeliano dell’epoca era brutto e
sembrava così duro ai miei occhi di
ventenne, sempre pronto a dire a no ad ogni spiraglio di pace,
così inflessibile portato ai negoziati di
Madrid a forza dagli americani, i palestinesi invece soffrivano e
lottavano proprio come facevano
gli ebrei anni prima, erano più seducenti. Daniel Ortega era
così bello da giovane e i suoi poeti
sandinisti erano così affascinanti, Ronald Reagan era
così estraneo e così cattivo…il sub
comandante Marcos ha una voce così suadente. Come si
può resistere a certi richiami romantici
quando si hanno vent’anni? I miti della
gioventù… eccomi qua di fronte a uno di loro. Un
soldato
palestinese mi apre la porta per darmi indicazioni. Forse lo avevano
avvertito che due
turisti…chissà se all’Eliseo mi
avrebbero aperto le porte così! La tomba di Mr. Palestine
è
deludente, è una cabina di cristallo che ricorda quelle
tombe di famiglia moderne viste nei cimiteri
sorti di recente nelle grandi città. Sono di fronte a un
uomo tanto amato, tanto odiato che forse è
morto peggio di quanto ci si potesse aspettare qualche anno fa. Clinton
lo aveva predetto a Camp
David vedendolo troppo attento a non mollare sui luoghi santi proprio
di Gerusalemme: “il mondo
tornerà a considerarvi un terrorista”.
E’ ancora ben visibile una corona di fiori di un presidente
di
repubblica centroasiatica, sono forse un po’ deluso ma oltre
a stare di fronte alla tomba e a un pezzo
di storia contemporanea, la mia passione più grande, sono di
fronte a me stesso. Arafat non c’entra
nulla, c’è in questo momento tutta
l’indulgenza che si prova verso se stessi da giovani, verso
le
certezze di un tempo, verso le convinzioni morali e politiche che ci
hanno abitato e che con il tempo
sono scomparse o si sono attenuate. Si rientra a Gerusalemme dalla
parte opposta, un signore mi fa
notare prima dell’uscita da Ramallah che mi è
caduto il passaporto: “raccoglilo altrimenti non potrai
uscire da qui e diventerai palestinese come noi!”.
Il testo che avete letto è già comparso
con il titolo viaggio a
gerusalemme sulla rivista nuvole,
al numero 27.
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