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viaggio a gerusalemme (2005) - di paolo di motoli

colore dei mezzi di trasporto: AEREO, TRENO, AUTOBUS, AUTO, NAVE
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L’idea di fare un viaggio nella città tre volte santa mi girava nella testa da molto tempo.
Le motivazioni che possono spingere un laico a inoltrarsi in quella sorta di labirinto religioso che è Gerusalemme sono molteplici.


Viaggiatore: paolo di motoli
Periodo: maggio 2005
Giorni: 15
Tipo di viaggio: individuale
Mezzi di trasporto: autobus, treno, nave
Costo: -


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testo e foto

Viaggio a Gerusalemme - Itinerario

Gerusalemme, Tel Aviv, Masada, Qumran, Jericho, Ramallah, Haifa, Akko, Limassol, Atene, Patrasso, Ancona

Viaggio a Gerusalemme - Testo e foto

L’idea di fare un viaggio nella città tre volte santa mi girava nella testa da molto tempo. Le motivazioni che possono spingere un laico a inoltrarsi in quella sorta di labirinto religioso che è Gerusalemme sono molteplici. La città è anche un labirinto architettonico, con le sue pietre e costruzioni stratificate nei secoli (25 strati risalenti a 12 periodi storici differenti), ed è un labirinto politico, con la sovranità rivendicata dai palestinesi ma detenuta saldamente dagli israeliani dal 1967 ad oggi. L’essermi occupato della città per ragioni di studio me l’ha resa più famigliare. Eppure ci ero stato almeno tre volte in passato, ma paradossalmente l’analisi delle carte e degli avvenimenti politici che l’hanno attraversata nel ‘900 con cambiamenti architettonici e dello spazio hanno reso questa città più mia di quanto non lo fosse mai stata in passato. 

L’entrata nella città vecchia alle prime ore del mattino è sorprendente per la desolazione. I taxi da Israele arrivano in città entrando dalla porta di Giaffa. La porta è una sorta di snodo verso l’inizio del mercato arabo, il suq, che sempre più turistico si lancia verso il quartiere musulmano e il quartiere cristiano, che si fa notare per i vestiti scuri dei suoi Pope. La fortuna vuole che con la mia compagna di viaggio si riesca ad entrare subito nella chiesa ortodossa di San Giacomo durante una preghiera in armeno, che definirei conciliante come una ninna nanna; l’odore delle candele proveniente da ricchi lampadari dorati da il senso olfattivo del luogo santo dove si prega. E’ un odore tipico delle chiese. Sono colto da un certo timore di disturbare, il trovarsi in presenza di luoghi santi così ambiti, e di persone che hanno fatto di tutto per abitare in questi posti, aumenta il rispetto e le domande che un laico si pone nei confronti della religione, per quanto questa a volte possa apparirci foriera di tensioni e invasiva dello spazio pubblico. 

la cupola della roccia a gerusalemme vista di gerusalemme il muro del pianto a gerusalemme

Proseguendo fuori dalle mura della chiesa di San Giacomo si percorre il perimetro esterno del quartiere ebraico, costruito e rinnovato dopo la guerra dei sei giorni nei suoi confini più estesi, cioè quelli risalenti all’epoca medioevale. Appare in effetti ben costruito, ma troppo nuovo nelle sue pietre chiare ben sistemate. Vivere qui è come fare un salto nel passato. La religione e i principi dell’ebraismo modulano ogni aspetto del vivere quotidiano e coloro che sono qui, a pochi metri dal Muro del pianto, il Kotel, hanno scelto di abitare nei pressi del luogo sacro più importante per l’ebraismo. Si può pregare al muro del pianto e abitarvi vicino solo grazie alla conquista israeliana del 1967 che ha rimodellato completamente lo spazio e l’accesso ai luoghi santi per tutti. Al muro del Pianto si manifesta la presenza del divino, la shekinà. Ho preso sul serio la cosa, dopo averne letto su un testo del neokantiano Hermann Cohen, quando qualche anno fa mi trovai ad assistere alla preghiera dello shabbat il venerdì sera dopo il tramonto del sole. Mi ricordo di essermi trovato in uno stato semi ipnotico di fronte alla marea nera di ebrei ortodossi che pregava e cantava di fronte al muro. Il sacro nella sua manifestazione più umana mi apriva per così dire le porte dello spirito. Un simbolo, il muro, celava o meglio disvelava dietro di se il divino reale o creduto e la storia dolorosa di un luogo. Il Muro del pianto è il lacrimatoio di uomini che piangono la distruzione del tempio ebraico ai tempi dell’imperatore Tito. La distruzione, come sempre a Gerusalemme, ha poi coinvolto altri edifici che sorgevano qui fino al 1967: il quartiere magrebi abitato da arabi provenienti dal Maghreb venne distrutto in poche ore per fare spazio agli ebrei in preghiera di fronte al muro. Uno dei tanti racconti che Arafat ha fatto circa le sue origini riguarda proprio questa ferita aperta degli arabi di Gerusalemme. Egli ha spesso dichiarato di essere nato in quel quartiere quasi a voler incarnare in se stesso la legittimità palestinese nel rivendicare i torti subiti e una parte di città. Girando per il quartiere ebraico mi sono fermato al museo del piccolo esodo ebraico dal quartiere del 1948. Dopo l’arrivo della Legione Araba comandata da quella specie di Lawrence d’Arabia che era Glubb Pascià, gli ebrei che risiedevano da queste parti furono costretti ad andarsene. La mostra fotografica è interessante e documenta una sofferenza che aiuta a capire come il ramoscello incurvato della coscienza nazionale una volta liberato colpisca un punto imprecisato del terreno con molta forza. 

alba a masada masada qumran

La fortuna assiste il turista più inserito nell’ambiente e subito dopo la visita al muro del pianto riesco ad infilarmi in uno dei tanti portoni che portano alla spianata delle Moschee. La spianata è il terzo luogo santo dell’Islam e, oltre al tempio più famoso la cui cupola dorata brilla in ogni cartolina, accoglie la moschea di Al Aqsa, le cui colonne interne aggiunte in operazioni di restauro vennero omaggiate da Benito Mussolini. Mi ricordavo bene che era possibile entrare nelle moschea e nel tempio della roccia, ma il guardiano con il lungo pastrano bianco mi dice che sono almeno quattro anni che non si può più accedere all’interno dei luoghi di preghiera musulmani. Fare un conto e darsi una spiegazione è fin troppo facile. Il cambiamento risale all’inizio della seconda Intifada ed è probabilmente determinato dal timore che alcuni fanatici accedano all’interno delle moschee per danneggiarle come già successo nel 1969, quando Dennis Rohan, un australiano appartenente a una setta millenarista protestante, appiccò un incendio alla moschea per accelerare l’avvento di Cristo. L’uomo fu arrestato, ma il pulpito in legno donato da Saladino per celebrare la conquista della città nel 1187 non si salvò. Come già in passato il fatto divenne una miccia per violente dimostrazioni che sfociarono in scontri intercomunitari. Spostare una pietra a Gerusalemme è violare un simbolo e lo stesso discorso si può fare concentrandosi anche solo sui problemi interni alla cristianità. La chiesa del Santo Sepolcro, che appare deludente rispetto all’imponenza degli altri luoghi santi, sorge dove Gesù Cristo fu crocefisso, sul Golgota. Il luogo è il crocevia della cristianità e aggirandosi in queste stanze, che ricordano un gioco di scatole cinesi, non si capisce se si è nella parte dei greco-ortodossi, dei copti, dei cattolici, degli armeni o di altre innumerevoli comunità cristiane. Lo spostamento di una panchina è visto dalle comunità come un tentativo di sopruso e proprio di recente la polizia israeliana ha avuto non pochi problemi a sedare uno scontro violento tra religiosi all’interno della chiesa per motivi apparentemente futili. La pietra che tutti baciano, posta all’ingresso dove il corpo di Cristo sarebbe stato deposto dopo la morte, è verosimilmente inautentica, ma forse, come per la Sindone, la cosa non ha assolutamente significato: ciò che conta è il simbolo, porta di ingesso verso il divino per ogni credente, adorata e baciata da tutti, anche io non resisto e decido almeno di toccarla. 

vista di jericho tomba di arafat a ramallah ramallah

La città vecchia di Gerusalemme è un luogo sicuro anche in tempi di non-tregua con le giovani bombe di Hamas in giro per Israele a seminare morte. Usciti dalle mura ci dirigiamo nella parte occidentale della città che venne costruita seguendo il modello delle città giardino della Londra di inizio secolo. Le villette con alberi e profumi avvicinano questi luoghi del medioriente all’Europa. Si percepisce un’atmosfera europea. Dopotutto i signori che abitano queste case hanno provenienze ungheresi, tedesche, francesi. Il caffè Hillel si trova esattamente su una strada che fino al 1967 era terra di nessuno, filo spinato e barriere di metallo segnavano la separazione tra il settore giordano della città e quello israeliano. Oggi le tracce della terra di nessuno sono sparite e se non fosse per qualche vecchia fotografia rintracciabile su siti internet di ONG palestinesi o su libri dedicati a Gerusalemme, non avrei mai capito l’importanza e il cambiamento che ha caratterizzato il marciapiede di una semplice strada. Entrare nel caffè, regala una serie di emozioni inedite. Di fronte all’ingresso, si para un giovane ragazzo dietro delle transenne di metallo che con il metal detector percorre il perimetro delle nostre figure. Il caffè ha un’atmosfera molto occidentale, ma è inevitabile che anche una volta seduti con buon cappuccino e squisita fetta di torta al cioccolato, non ci si occupi di ciò che si mangia, ma del signore accanto. L’uomo vicino a me ha un aspetto che potrebbe ricordare quello di un signore di origine araba assoldato da Hamas per colpire ancora una volta Israele e porre fine casualmente alla mia vita di curioso. E’ inutile distrarsi, almeno per me. Il pensiero è fisso sulle parole ESPLOSIONE, KAMIKAZE, JIHAD ISLAMICA, HAMAS, MORTE, naturalmente ho cambiato posto dicendo che volevo un luogo migliore, ma non è vero, volevo allontanarmi da un tipo sospetto vicino al tavolo precedentemente scelto per la colazione. Adesso sono per Israele, pronto a comprendere le ragioni e il comportamento elettorale nazionalista e securitario dei cittadini della repubblica ebraica. Investo la mia accompagnatrice delle considerazioni che si possono leggere spesso negli articoli della neocon nostrana Fiamma Nirenstein. Rimango seduto con il mio “Haaretz”, il giornale liberal israeliano, a leggere di Abu Mazen e della Hudna, cosa pensa Khaled Mashal l’uomo attualmente più in vista di Hamas che risiede a Damasco ma non trovo nulla di interessante. Le cassiere però chiedono una moneta di contributo in più perché il locale con l’omino fuori dalla porta garantisce maggiormente la sicurezza degli avventori. Naturalmente ci offriamo volentieri di lasciare la moneta e ci avviamo all’uscita. Per tornare a provare empatia verso le sofferenze della popolazione palestinese rimanendo nella parte ovest della città, mi basta salire sulla bellissima torre di pietra della YMCA costruita dallo stesso architetto dell’Empire State Building che regala una vista stupenda. Si vede il tetto del famoso hotel King David, fatto saltare nel 1946 dagli estremisti dell’Irgun, il movimento militare della destra sionista, e le colline verso est. Sono interessato a vedere tutti i quartieri a est della città costruiti dalle varie amministrazioni israeliane per chiudere Gerusalemme dentro un anello di quartieri ebraici che impediscano, con il passare del tempo, ai palestinesi di avere un accesso diretto dalla Cisgiordania alla parte est della città. L’insediamento più consistente é Maale Adumin, che conta già 25 mila abitanti ma dal tetto del grattacielo non riesco a vederlo. Mi riesce invece di vedere il muro che un paio di colline più indietro rispetto alla città vecchia fa una specie di curva. E’ la prima volta che lo vedo e mi fa un certo effetto. Il muro è un altro simbolo. Forse per questo ha destato tante polemiche. Anche se il governo Sharon si sta dando un gran da fare per costruirlo, nasce da una idea della sinistra israeliana e dai suoi intellettuali come A. B. Yehoshua. Il concetto è semplice, separazione. Ma la questione più scabrosa non è il muro o la separazione. In fondo i muri sono brutti ma stabilizzano situazioni di tensione. Si pensi a Berlino o a Cipro. Il problema è il percorso tortuoso che mangia terre abitate dai palestinesi e le annette dietro il perimetro che sta ben oltre i confini precedenti la guerra del 1967. Il muro però rappresenta anche un tradimento per i nazionalisti israeliani più duri perché segna fisicamente l’abbandono anche da parte di un governo del Likud dell’idea che dal fiume Giordano al mare possa esistere solo uno stato ebraico. 

Camminando di sera per la strada Ben Yehuda, dove negli ultimi quattro anni si sono fatti esplodere tre kamikaze, vedo dei giovani che sono accampati con i sacchi a pelo e sembrano inscenare una dimostrazione. Mi rivolgo a loro e chiedo se stiano protestando per il ritiro da Gaza organizzato dal governo. “Noi siamo di Gush Katif al fondo della striscia di Gaza e siamo qui per dire che siamo legati al posto dove siamo nati. Noi siamo nati lì capisci? Il governo crede che mandando via le nostre famiglie il terrorismo palestinese cesserà, ma non è così” chiedo loro se sono contro il governo “no noi non siamo contro il governo ad ogni costo, vogliamo solo far capire alla gente quello che stiamo patendo e la sua inutilità”. Domando loro del materiale informativo ma l’unica cosa che mi danno è un adesivo arancione con la scritta in ebraico che dice “gli ebrei non cacciano gli ebrei”, per fare buona impressione tento di leggerla di fronte a loro, ma con i miei pochi mesi di ebraico sbaglio le vocali ed ecco che subito mi rimproverano severi correggendomi a voce alta. Sono rimasto impressionato dalla loro semplicità, i coloni, in passato avevo incontrato quelli molto più duri di Hebron, li immaginavo come un insieme di personaggi iperideologizzati con la vena gonfia al centro della fronte e lo sguardo rabbioso, tipo rabbino Moshe Levinger, ma non è così. Sembra difficile da capire, ma questi sono ragazzi di vent’anni e la loro gioventù e la loro vita è trascorsa in terre da abbandonare, uno dei tanti paradossi del Medio Oriente. 

vista di haifa moschea ad akko paolo di motoli a limassol

I giorni scorrono e uno di questi non poteva che essere dedicato alla visita della tomba di Yasser Arafat. Attraversiamo per l’ennesima volta il suq arabo, usciamo dalla porta di Damasco dove si mangia il miglior Felafel e il miglior Hummus (pasta di ceci) del luogo, per dirigerci verso la stazione degli autobus che vanno verso la Cisgiordania. Siamo in una parte di città che ha tutto l’aspetto di un paese arabo in via di sviluppo. Quante volte sono passato in luoghi come questo: Damasco, Amman, Il Cairo le stazioni si assomigliano. Con un po’ di fatica riusciamo a capire qual è l’autobus per Ramallah e saliamo. Il viaggio è tranquillo sotto un sole cocente ed ecco che ad un certo punto si costeggia questo mostro di muro grigio, molto alto che mi impedisce di vedere le colline brulle che caratterizzano queste terre. La corsa è finita, si scende, bisogna attraversare il check point a piedi. Siamo in fila, dietro a un serpentone di palestinesi vecchi e giovani che passano attraverso il punto di controllo dall’aria un po’ improvvisata, blocchi di cemento, tettoia in metallo, cancellate di metallo e giovane soldato israeliano al fondo. I turisti bianchi e biondi come noi passano più velocemente, ma anche i palestinesi in entrata non hanno problemi, la cura maggiore è all’uscita verso Israele. Saliamo su un taxi collettivo, con l’autista fuori che cerca di riempirlo in fretta per partire presto. Appena saliti la mia attenzione viene catturata da un adesivo sul cruscotto che riporta una mappa della regione palestinese tutta in verde con la bandiera palestinese che l’avvolge. L’autista deve sicuramente simpatizzare per gruppi radicali e il fatto mi sembra confermato dal suo sorriso interdetto e ironico quando gli chiedo di portarci alla Muqata, dove è sepolto Yasser Arafat. Scendiamo in una piazza centrale piuttosto degradata e subito mi lancio verso i poliziotti palestinesi in uniforme scura per chiedere informazioni su come arrivare alla tomba del capo palestinese. Mi danno indicazioni con una certa cortesia e quell’ansia di ben figurare che tante volte ho notato parlando con gli uomini dell’autorità palestinese. Ci avviamo verso una strada assolata in direzione Muqata. Mi vengono in mente le immagini dell’assedio durante l’operazione scudo, il capolavoro mediatico del leader palestinese con la candelina in mano e gli occhi strabuzzati dentro la stanza del suo ufficio, le mura del rifugio distrutte, i commenti dei leader israeliani come il diplomatico Avi Panzer alla televisione italiana contro un esponente dei Verdi: “io a lei, caro signor Cento, voglio diRlo in sua faccia, a lei dei bambini ebRei morti non impoRta nulla a lei inteRessa solo dei palestinesi” “ambasciatore io non le permetto…” e via così… quanti dibattiti quante polemiche su questo luogo, sui suoi protagonisti. Sono dieci anni che ne sento, mi sono avvicinato a questo conflitto con l’ingenuità e il manicheismo classico di un ragazzo di sinistra, negli occhi avevo le immagini della prima Intifada e come si poteva stare dalla parte dei soldati in uniforme? Poi c’era questo leader guerrigliero dallo sguardo profondo, Al Walid, il padre, Abu Ammar, gli occhi del cane, il ramoscello di ulivo da una parte e la pistola fumante dall’altra, miriadi di pugnali siriani, giordani e palestinesi dietro la schiena appariva tutto così chiaro. Yitzak Shamir, il primo ministro israeliano dell’epoca era brutto e sembrava così duro ai miei occhi di ventenne, sempre pronto a dire a no ad ogni spiraglio di pace, così inflessibile portato ai negoziati di Madrid a forza dagli americani, i palestinesi invece soffrivano e lottavano proprio come facevano gli ebrei anni prima, erano più seducenti. Daniel Ortega era così bello da giovane e i suoi poeti sandinisti erano così affascinanti, Ronald Reagan era così estraneo e così cattivo…il sub comandante Marcos ha una voce così suadente. Come si può resistere a certi richiami romantici quando si hanno vent’anni? I miti della gioventù… eccomi qua di fronte a uno di loro. Un soldato palestinese mi apre la porta per darmi indicazioni. Forse lo avevano avvertito che due turisti…chissà se all’Eliseo mi avrebbero aperto le porte così! La tomba di Mr. Palestine è deludente, è una cabina di cristallo che ricorda quelle tombe di famiglia moderne viste nei cimiteri sorti di recente nelle grandi città. Sono di fronte a un uomo tanto amato, tanto odiato che forse è morto peggio di quanto ci si potesse aspettare qualche anno fa. Clinton lo aveva predetto a Camp David vedendolo troppo attento a non mollare sui luoghi santi proprio di Gerusalemme: “il mondo tornerà a considerarvi un terrorista”. E’ ancora ben visibile una corona di fiori di un presidente di repubblica centroasiatica, sono forse un po’ deluso ma oltre a stare di fronte alla tomba e a un pezzo di storia contemporanea, la mia passione più grande, sono di fronte a me stesso. Arafat non c’entra nulla, c’è in questo momento tutta l’indulgenza che si prova verso se stessi da giovani, verso le certezze di un tempo, verso le convinzioni morali e politiche che ci hanno abitato e che con il tempo sono scomparse o si sono attenuate. Si rientra a Gerusalemme dalla parte opposta, un signore mi fa notare prima dell’uscita da Ramallah che mi è caduto il passaporto: “raccoglilo altrimenti non potrai uscire da qui e diventerai palestinese come noi!”.

Il testo che avete letto è già comparso con il titolo viaggio a gerusalemme sulla rivista nuvole, al numero 27.

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