Fu costruito nel 1976 ed è visitato ogni anno da circa 20 milioni di pellegrini. Di che cosa stiamo parlando?
Attraversiamo la parte meridionale del continente, scegliendo come punto di partenza e di arrivo due tra le più pericolose metropoli del pianeta. Prima ci sono i grandi parchi della Tanzania, dove la natura parla con voce sicura. Poi ci si riposa sulla sabbia bianca di Zanzibar prima di intraprendere il viaggio in treno che ci porta sulle soglie di una delle meraviglie del mondo: le cascate Vittoria. E' un posto magico a cavallo fra due paesi. Da lì in avanti niente ci potrà più stupire: né le rovine di Great Zimbabwe, né il delta dell'Okawango e nemmeno la pur frizzante vita notturna di Maputo.
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L’autista è scomparso, sembra stia male. Si dice che sia in cerca di una farmacia dove curarsi. Al campeggio del Lake Manyara inganniamo l’attesa cercando di imparare le regole del Bao. Si tratta di eliminare i fagioli dalla prima fila di una raffinata plancia da gioco, spesso di legno intagliato. Arriva Damon, si può ripartire, ma un binocolo è stato rubato. L’autista è scosso, dice che bisogna andare là dove gli hanno lavato il mezzo. La vicenda comincia a puzzare, pensiamo di essere incappati in una truffa. Il paesino nel quale ci facciamo strada è semplice, il cortile della casa ampio. C’è una discussione, qualche banconota passa di mano. Un uomo si dilegua in bicicletta e un agente di polizia fa il suo ingresso sulla scena. L’uomo incriminato del furto, alla vista del poliziotto, consegna il binocolo. Si viene alle mani, ma il peggio è scongiurato. Si ride, si torna al lavoro. Ma cosa sia veramente successo nella terra dei safari, non lo sapremo mai.
La sabbia bianca sfreccia compatta sotto le ruote. Sulle spiagge deserte solo qualche ragazzino a salutare la nostra corsa. D’improvviso un’insenatura, l’acqua turchese e un’isola al centro. Un bambino si avvicina, tiene in mano una lavagnetta. E’ un’insolita forma di pubblicità al ristorantino sulla spiaggia, l’unico incontrato dopo la partenza in bicicletta da Paje. Decidiamo di fermarci per pranzo. Una piccola imbarcazione lascia la baia e vi fa ritorno poco dopo, con in grembo il nostro pesce. La scena si sposta sul retro dove pentole e tegami si affollano nell’angusta cucina all’aperto. Due ore dopo il pesce è in tavola. Con le gambe delle sedie piantate nella sabbia, affondiamo i denti nei calamari e gli occhi nel blu dell’orizzonte tropicale.
Il Fish Market è un microcosmo esemplare. I pescherecci attraccano a pochi metri dalla spiaggia e nerboruti uomini scaricano la loro merce. E’ un duro lavoro: immersi vestiti nell’acqua fangosa, trascinano il pesce a riva, roteando mani e braccia in mezzo a un fetore indescrivibile. Poco distante le donne. A loro il compito di pulire i pesci di taglia ridotta, quelli destinati all’immediata vendita. Si forma un capannello spontaneo e i prezzi vengono urlati come alla borsa valori. Tra uno spintone e l’altro si arriva al vero mercato coperto dove il pesce viene preparato e cucinato. Predominano il fumo e un odore forte, ma ben distinto da quello dei pescherecci. Un forte temporale fa scendere il sipario sul funerale e sulla cremazione dei pesci a Dar Es Salaam.
Il treno si arrampica sospirando fino quasi a 2000 metri. I ponti si susseguono e le verdi colline ci introducono allo Zambia. A Tunduma sale un uomo molto alto, avrà sessant’anni e veste un bianco camice. Tutto fa presagire che si tratti di un medico. Infatti vuole accertarsi della nostra situazione sanitaria. Scruta attentamente le pagine dei libretti, deluso dalla presenza del timbro della febbre gialla. Il suo piano per ottenere qualche regalino sta colando a picco. Poi un’illuminazione: “Come mai le altre pagine sono vuote?”. Inutilmente gli spieghiamo che non esistono vaccinazioni obbligatorie, ma lui è irremovibile e vuole i passaporti. Il nostro viaggio deve finire qui. Mi rendo conto che il tutto si ridurrà a un’odiosa richiesta di denaro, ma reagisco in modo inaspettato, deciso e autoritario. Lui minaccia di chiamare la polizia. I nostri compagni di scompartimento arrivano in soccorso. Fanno presente al sedicente medico che il nostro inglese è piuttosto primitivo e che non si intendeva offendere la sua persona. Lui, rincuorato, si rivolge in tono supplichevole: “Cosa mi avete portato in dono dalla costa?”.
Il confine più bello. Avanzo sul ponte gettato a coprire l’orrido dello Zambesi. A destra la schiuma e il rumore delle cascate Vittoria che portano timidi spruzzi, a sinistra il fiume che scende verso lo Zambia. A solcarlo coraggiosi amanti del rafting. I due gabbiotti dei confini si trovano sul ponte stesso, ma è nella terra di nessuno che si prova l’emozione più grande. Una linea bianca divide i due stati. Proprio sulla linea è agganciata la corda per il bungee jumping. Un tuffo nel vuoto, una visione straordinaria. Non sono i cento dollari che mi fanno desistere, proprio non ho il coraggio. Di fronte il muro d’acqua scende costante. L’onnipresente arcobaleno rende la visione celestiale. Ko mi dice che l’arcobaleno continua a salire fino al tramonto, lento ma costante. Ko è in viaggio da due anni. Da due anni in giro da solo accompagnato dai più bei paesaggi della terra.
Mi è capitato di non poter soddisfare alcuni bisogni durante i miei viaggi, a volte anche primari. Ma non mi era mai successo di dover rinunciare all’acqua. Lo Zimbabwe, che soffre una visibile fase di recessione, non offre il beneficio dell'acqua in bottiglia. Ristoranti, supermercati o bancarelle sulla strada non smerciano che bibite gassate, quelle che ti penti di aver bevuto già all'ultimo sorso, quando lo zucchero comincia a consumare la sua vendetta e la tua gola cerca nuovamente sollievo. Io non bevo bibite. La ricerca affannosa dell'acqua mi distrugge, ma ha un suo sbocco naturale: aprire il rubinetto e servirsi del bene più prezioso. Si rischia, è vero, ma l'alternativa è cedere alla tentazione dei mostri con le bolle. Anche questa volta scampo al loro mortale abbraccio.
Disteso al freddo, per terra. Sopra di me la televisione racconta di un’impresa storica per la nazionale del Botswana. Finale nella 4x400. Madiri quasi non ci crede. Madiri dorme nella sua stanza con la ragazza. In casa anche il fratello, la zia e un bambino di cui non si sa la provenienza. L’appartamento è modesto e il bagno una sofferenza. E’ l’immagine dell’abbandono. L’acqua calda non esiste e bisogna lavarsi le mani nella doccia maleodorante. D’altra parte l’ospitalità è straordinaria. Mentalmente ripercorro tutte le nostre acrobazie per gustare uno spizzico di olimpiade. Quella finale dei 100 metri davanti a un piatto di lasagne accanto alle rovine di Great Zimbabwe; la lotta con alcuni ultrà del campionato inglese a Maun per la scelta del canale. E i 200 metri a Ganzi, sconfiggendo un grande avversario, la telenovela locale. Ancora non sapevo di Maputo con la delusione della pallavolo e l’estasi per la maratona. Un’olimpiade diversa, a suo modo da ricordare.
“Time is money” ulula il nonnetto sudafricano. Per una notte siamo stati suoi schiavi. Fuori un nero inferno. Che ora è e cosa ci facciamo qui? Era cominciato tutto dieci ore prima a Pretoria. Niente treno per il Mozambico. Senza Rand e con la triste prospettiva di una notte in strada ci aggiriamo per la città. Un simpatico vecchietto si fa avanti, è l’autista di un mezzo per il confine. Mi accompagna lungo i vicoli sporchi e polverosi alla ricerca di un cambiavalute. Forse rimediamo qualcosa. Quello che alcune ere geologiche fa poteva essere un minibus, lascia la capitale sudafricana alle 20. Non c’è accordo sulla durata del viaggio: c’è chi pensa che ce la caveremo con quattro ore, chi giura che sei non basteranno. Spalmato sul finestrino di sinistra, realizzo che non sarà una notte facile. Pian piano la carretta si svuota e ne prendiamo possesso. Il vecchio si fa sempre più autoritario. Non possiamo stenderci, non possiamo tenere le gambe in alto. Si gira spesso, urla, mentre i fari davanti a lui roteano impazziti. E’ come un missile senza controllo lanciato alla conquista della notte australe. Non riusciamo a spiegarci quello che succede dopo. Una lunga deviazione ci porta fuori strada. Per noi è la salvezza, evitiamo quell’hotel che non possiamo permetterci. Il primo mattino è illuminato dalle lampade di rari cambiavalute. Il fruscio dei fasci di biglietti è l’unico rumore nell’oscurità. Dietro la montagna Giorgia e Alexa, i colori e l’allegria di Maputo.
L'unico visto da ritirare prima della partenza è quello della Tanzania. Gli altri si possono ottenere in viaggio. Quello dello Zambia a Dar Es Salaam in un giorno; quelli del Kenya, dello Zimbabwe, del Botswana, del Sudafrica e del Mozambico in frontiera. Portatevi dietro un numero consistente di foto tessera e di dollari americani. E' possibile che vi chiedano il certificato di vaccinazione contro la febbre gialla; a me è successo sulla Tazara, al confine tra Tanzania e Zambia. Se non l'avete, probabilmente dovrete sborsare qualche scellino extra.
Da Dar es Salaam verso Zanzibar avrete la scelta tra un aliscafo e un traghetto lento notturno. La seconda opzione vi costerà tre volte di meno e avrete risparmiato anche una notte; certo è che vi dovrete adattare a dormire su panche dure e scomode!
I biglietti per la Tazara non costituiscono un problema e vengono venduti anche dalle agenzie vicino al porto che d'altra parte vi spilleranno qualche euro in più. A bordo portatevi alcuni viveri base anche se potrete comunque acquistare tutto il necessario attraverso i finestrini alle diverse fermate lungo il percorso.
Consiglio vivamente il treno che parte dalle cascate Vittoria e raggiunge Bulawayo. E' economico e vi permetterà di sperimentare quello che era il lusso dei viaggiatori...negli anni 50! Un consiglio: non sfidate il servizio di ristorazione e procuratevi il vostro cibo.
I servizi di autobus in Botswana sono ineccepibili e di livello europeo, anche come prezzi. Tuttavia gli inconvenienti ai motori paiono essere più frequenti.
CASCATE VITTORIA: sono un paradiso in cui è bello perdersi per un paio di giornate, una per ognuno dei due versanti. Difficile dire quale sia il migliore, ma come regola generale si può affermare che il lato zambiano ha le migliori viste generali, mentre dal lato dello Zimbabwe si arriva più vicino all'acqua. Per dormire è meglio la città zambiana di Livingstone rispetto a Vic Falls, ma la prima è piuttosto distante, mentre la seconda ha il vantaggio di pemettere il raggiungimento delle cascate tramite una breve passeggiata. L'ingresso nel lato dello Zimbabwe costa il doppio rispetto a quello zambiano.
GREAT ZIMBABWE: il sito è piuttosto esteso, anche se non c'è molto da vedere. Tuttavia è affascinante per la scarsa affluenza di turisti. Cercate di essere là al tramonto, quando le pietre assumono una colorazione che vira sul rosa. Unico problema in questo caso è la penuria di trasporti per raggiungere nuovamente Masvingo. Probabile vi tocchi fare l'autostop, ma non aspettate che scenda del tutto il buio, perchè le strade non sono illuminate.
A Zanzibar il prezzo fisso è di 10 dollari per qualsiasi sistemazione base, di solito oltre la soglia delle decenza. In Botswana invece trovare un albergo economico è un'avventura e anche i campeggi sono costosissimi. Prezzi abbordabili e servizi decisamente buoni negli altri paesi attraversati.
In genere in questa zona dell'Africa non si mangia benissimo. A Zanzibar è molto buono il pesce, specialmente sul lungo mare di Stone Town, ma siamo anche rimasti piacevolmente sorpresi da un piatto di spaghetti preparato con maestria.
Per quanto concerne il bere, si segnala una grande produzione di bibite, alle volte sottomarche locali della coca cola. Attenzione in Zimbabwe dove è raro trovare acqua in bottiglia. Tuttavia l'acqua del rubinetto non è male e non mi ha provocato alcun disturbo intestinale.
A Zanzibar vi potrete sbizzarrire nell'acquisto di souvenir, soprattutto in legno. Consiglio il gioco del Bao, ma poi spiegatemi come si gioca!
A Maputo si possono comprare batik molto economici che però non hanno la raffinatezza di quelli del sud est asiatico.