Fu costruito nel 1976 ed è visitato ogni anno da circa 20 milioni di pellegrini. Di che cosa stiamo parlando?
Dalle piramidi ai quartieri fascisti dell’Africa nera, attraverso un paesaggio e un contesto culturale che muta diverse volte. Dal grigio delle sabbie sahariane lentamente ci si spinge al verde lussureggiante che da Khartoum veglia sui nostri chilometri. L’umidità dell’Etiopia lascia spazio all’aridità della Dancalia, mentre caffè e spaghetti ci accompagnano verso la meno africana delle capitali, un gioiello di architettura e decoro urbano. Un viaggio di un mese tra autobus, navi e tetti dei treni, tra mille disagi e avventure, ma con il calore e la generosità di chi è sempre pronto ad aiutarti.
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Freddo.
Avvolto da una sudicia coperta, uso le rocce come cuscino e aspetto l'alba sul monte più sacro. Siamo appena in cinque sotto una pioggia di stelle cadenti. Mi sveglia un dolce canto. Sono coreani. Insieme a loro sono arrivati in tanti. Una soave voce solista aiuta il sole a crearsi un varco tra le montagne. Tutti mormorano sommessamente la loro emozione, alcuni si abbracciano e altri, nascosti dalle coperte, si baciano.
Qualcuno, forse, piange.
E' iniziato un nuovo giorno sul tetto del Sinai.
Il treno affonda come un coltello nel burro delle montagne aride a sud di Aswan. Davanti a noi solo acqua, il grande lago di Nasser. In coda si avanza con grande difficoltà. Tutti devono passare sul piatto della mastodontica bilancia. C'è una piccola fessura che la divide dal cemento. Proprio lì cade il passaporto del sudafricano. Lui che era ritornato dal Sudan solo per comprare un pezzo per la sua 4x4, ora rischia di non poter partire. Tutti scrutano i pochi centimetri causa del disastro. Nulla. Sotto, un morbido strato di sterpaglia e immondizia sembra aver nascosto il prezioso documento. Bisogna pagare per poter svitare parte del piatto. Sotto gli occhi increduli di una fitta schiera di curiosi, il sipario è finalmente alzato. Il sudafricano si coccola il trofeo, noi brindiamo e proseguiamo.
Il sole si ritira sfinito dietro l'improvvisata tendina. Nascosti sotto la scialuppa di salvataggio aspettiamo da otto ore la partenza del traghetto. Per tutto il giorno, indefessi lavoratori, gli uomini dell'equipaggio hanno issato sul rimorchio tonnellate di merce. Sotto questo caldo che consuma abbiamo aspettato. Il Nilo davanti a noi è una lastra di vetro, nulla si muove. Domani all'alba passeremo accanto ai templi di Abu Simbel ed entreremo in Sudan dall'unica porta che ci ha lasciato aperta. Domani saremo sempre qui sotto la scialuppa divorati dal sole, con la storia che correrà al nostro fianco.
Il buio sta calando sul villaggio di Wadi Halfa. Dall'alto di una collina posso abbracciare tutto l'abitato. Una piazza polverosa e due ristoranti. Il vento bollente mi appiccica la maglietta alla pelle. Ma è bello, tremendamente affascinante. Forse non la pensavo così qualche ora fa. L'arrivo al porto dopo 18 ore di navigazione, la camminata sotto l'impossibile peso del sole, l'addio con Joan e Bogdan che in breve diventavano solo puntini nella sabbia. Poi è arrivato il treno settimanale da Khartoum e il paese ha preso forza. Un fiume di camion, auto e carretti si è riversato ad accogliere i poveri viaggiatori. Siamo andati a portare il saluto ai nuovi arrivati. Domani saliremo anche noi su questo treno. Ed è un treno che merita davvero. Per 24 ore non vedremo che sabbia bollente infrangersi sulle nostre facce, stretti tra mille bagagli in un viaggio che è stato definito da "duro" e "terribile". Nel frattempo una grande luna piena ha dato il cambio al sole e ci sorveglierà nella nostra notte sotto le stelle.
Yunus mi fa notare l'ombra che il treno proietta sulla sabbia. Si vede qualcuno muoversi sul tetto. Lo convinco ad arrampicarsi con me e saliamo su di una cisterna al fondo del convoglio. Mi spiega che viaggiando qui si evita di pagare il biglietto. La mia esaltazione, però, svanisce non appena la locomotiva indiana divora i chilometri. La sabbia del deserto sudanese, impertinente, mi schiaffeggia impedendomi di aprire gli occhi. In bocca è come masticare un guscio d'uovo e il respiro si fa via via più affannoso. Tra le dune lungo il Nilo appare d'improvviso una scuola, ma il mio saluto alle decine di ragazzini dal lungo vestito bianco deve sembrare debole e svogliato. Quando Mohamed infila la bottiglia nella cisterna e beve l'acqua marrone destinata ai campi, mi sento mancare. Alla stazione successiva torno a osservare le ombre da una rispettosa distanza, quella del mio finestrino di seconda classe.
Abu Hamed si guadagna il suo posto anche in una mappa del mondo. Non è che un piccolo paese, ma è l'unico centro per centinaia di chilometri di deserto nubiano. Stritolato tra la ferrovia e il Nilo, ha il suo momento di gloria al passaggio del treno settimanale per Khartoum. Nell'ufficio del capostazione mi emozionano due telefoni degli anni sessanta, ma con la sola possibilità di chiamare il centralino.
Fadlella "il regalo di Dio" ci invita per un tè. Al centro della scena sempre una donna. Versa l'acqua nel colino colmo di essenze e come per magia fuoriesce una magnifica colata, forte e dolce allo stesso tempo. Paghiamo, ma ci rincorre Abdul con il denaro. Siamo suoi ospiti. Lui lavora in ferrovia e noi siamo gli unici bianchi su questo lento e polveroso treno. Il coraggio è stato premiato qui in Sudan, dove l'ospitalità è il primo dei doveri.
"Video Killed the Radio Star" è una bella canzone. L'ho ascoltata tante volte. Ora, sul cassone di un camion, la condivido con Alì. Lui mi guarda e accompagna il coro con sorrisi compiaciuti. E' scesa la notte sul nostro viaggio verso il confine etiope. La pista è piena di buche e ogni sobbalzo rischia di catapultarci in strada. I villaggi scorrono bui al nostro fianco. Allam, Aburaim, Kennina, Otrop. Mohamed vuole che li impariamo a memoria e ride della nostra pronuncia. Siamo tra amici. Capita a volte di scorgere una luce: è la torcia di qualche passante che squarcia la notte. Gallabat, la città frontaliera sudanese, è un enorme campo profughi. Le capre occupano lo spazio rimanente. Nel buio capita di salirci sopra e di inciampare nel fango. Il ristorantino è umido, ma piacevole. Compaiono tre letti di corda. Alì dormirà accanto a noi. Per i nostri bisogni forse c'è ancora dello spazio tra un letto e qualche capra.
"Misser, iu lachi, lot of uoter tudei". Un passo dopo l'altro, oltre il fango, su per la collina. Le cascate del Nilo Azzurro. Secondo James Bruce "una visione magnifica che il tempo non potrà mai cancellare". Purtroppo è accaduto. La costruzione di una diga e della centrale idroelettrica hanno drasticamente ridotto il flusso d'acqua. Il sipario è calato su una delle meraviglie dell'Africa. Solamente alcuni giorni all'anno, in seguito alle forti piogge la diga viene aperta e la meraviglia torna a manifestarsi. Oggi è uno di quei giorni. La ragazzina con le sciarpe in mano sorride. Prima il rombo, poi la nebbiolina. Infine l'acqua. Un'enorme parete marrone in caduta libera. L'occhio è rapito. Ipnotizzato, cerco di capire quali pensieri produsse la mente di Bruce due secoli prima. Il privilegio di essere stato il primo sarà sempre suo.
Strada per Harar, una delle innumerevoli soste del pullman, in mezzo a un paesaggio di montagna mozzafiato. Felice mi avvio deciso in mezzi ai prati circostanti, per trovare un luogo adatto, tra concime naturale, rovi e capre, per la sosta fisiologica, necessaria per affrontare altre 3 o 4 ore di tortuosissima via.
Mentre torno al nostro pullman, un po’ di corsa, a volo d’angelo finisco rovinosamente a terra. D’istinto mi riparo con le mani e la destra si ferisce rovinosamente. Uno squarcio da cui esce sangue e che presto si riempie di terriccio, pietriscoli e quant’altro si possa trovare su un terreno accidentato. Nessuna cassetta del pronto soccorso a disposizione, solo dei fazzoletti di carta che avvolgo, forse inutilmente, attorno alla mano. Nella mia testa scorre rapido l’elenco delle vaccinazioni “anti” che ho: basteranno? Alcune passeggere etiopi mi guardano ridendo, mentre mi tampono tra mille smorfie la mano. Dallo sguardo di Luca, invece, deduco che non deve essere un bello spettacolo.
Il bruciore è intenso, ma nulla con quello che devo affrontare la sera. Arrivati, ormai col buio, ad Harar, cerco con affanno una farmacia, mostro la mano, e il farmacista/dottore/assistente col camice bianco, dopo un’iniziale espressione di disgusto, s’infila nel retrobottega, da cui esce con un barattolino dei rullini della Kodak, pieno di alcol puro. Il dolore che provo, nel bagno della mia camera d’albergo, è probabilmente simile a quello del rag. Fantozzi quando si dà una martellata sulla mano in campeggio, ma non può urlare perché notte. Afferro un asciugamano e lo mordo per soffocare in qualche modo la sofferenza. Ripeto l’operazione più volte, versando il prezioso liquido direttamente sulla ferita.
Miracolosamente tra un bruciore indescrivibile e l’altro, nel giro di una settimana si forma una crosta spessa e dura e a distanza di un mese dall’evento, mi accorgo che, di tutta questa sofferenza, non rimarrà neppure il ricordo di una cicatrice.
Una gamba spunta da un cumulo di stracci e immondizia. Una mano piena di mosche poggia accanto a un corpo inerme. Se non sono morti, è una vita terribile quella che li aspetta. Loro come molti, qui sui dolci pendii dell'Etiopia orientale. Eppure questa è una città colorata e vivace. Qui visse per lungo tempo Arthur Rimbaud e il luogo gli ispirò somme poesie.
Negussiè ha imparato l'italiano a Perugia. Ci offre da bere. "Il mondo è piccolo" dice poi "siamo tutti vicinissimi". Poeta o ubriacone? Ancora un minareto verde, un cortile lilla, un vicolo azzurro, le corse con i bambini, un'improvvisata partita a ping-pong e il sole tramonta sulla nostra splendida giornata ad Harar.
Acqua bassa, fondo sabbioso, colore verde. Alcune isolette deserte. A Gibuti tutto questo non è sinonimo di turismo. Attraversiamo questo piccolo paradiso a bordo di una barchetta lanciata a razzo dal 75 cavalli Yamaha. Sulla barca noi siamo solo comprimari; protagonista è il qat. Il qat che tutti masticano e che è l'inseparabile compagno di viaggio di ogni uomo che si rispetti. La droga libera ma allo stesso tempo contrabbandata. Il pilota cavalca con sapienza le alte onde del golfo. Siamo dall'altra parte, ma la strada per il confine eritreo è ancora lunga, ancora tante ore di deserto. E abbiamo sete, molta sete. Appollaiati sulle confezioni di latte in polvere Nestlè, ci chiediamo se riusciremo a passare questa frontiera difficile, non ufficiale e ostile. Persi nei nostri pensieri, avanziamo verso un territorio ignoto, nel buio dell'insicurezza.
Gli occhi del granchio incrociano i miei e fuggono dietro la stuoia. A Moulhoulé il tempo sembra trionfare su tutto. Siamo arrivati qui al confine con l'Eritrea ieri sera quando il buio già dominava la scena. Ci hanno offerto due stuoie e lo spettacolo delle stelle.
Il problema più grande è la sete. Per quanto beviamo, non riusciamo a vincerla. I soldi stanno per finire e accettiamo una ciotola piena d'acqua corrente da un soldato.
Beviamo come gli animali, come le capre che davanti a noi si affannano per guadagnare qualche goccia di liquido prezioso.
E' il deserto. E' il caldo tremendo della Dancalia. E' un confine che senza l'arrivo di un'auto continua a rimanere un miraggio.
Il giorno si sta spegnendo sulla nostra gabbia di legno. Siamo ospiti dei militari di Gibuti che controllano il transito verso l'Eritrea. Sembriamo calati nel "Deserto dei Tartari" e nel corso della giornata veniamo illusi e disillusi sull'esistenza di una "voiture" per Assab.
Poi il miracolo. Un pick-up ci carica. E' già buio e ci dobbiamo arrampicare sulle casse di latte in polvere Nestlè. La strada è un'ininterrotta collezione di buche e noi abbiamo sonno. Da morire.
La frontiera è immersa nell'oscurità e, richiamato dal clacson, la guardia si fa largo con la torcia. Annota scrupolosamente i dati. Sembra che ultimamente sia passato di qui un giapponese. Per il resto nessuno. Di nuovo a bordo. In equilibrio precario prendo sonno e, tra una botta e l'altra ricordo la foratura, la rottura del motore e il salvataggio da parte di un'altra "voiture". Poi un villaggio, il lancio di una stuoia a terra e l'invito a dormirci sopra. Non ci facciamo pregare a lungo. Assab è però ancora un miraggio.
Due giorni ad Assab sono un eccesso che siamo costretti a regalarci. Il vecchio porto italiano è infatti diventata una città sonnolenta che vive secondo un perenne ritmo rallentato. Non ci sono auto private. Solo taxi collettivi e veicoli delle nazioni unite che raramente disturbano la quiete delle ampie strade. In piazza ci si ritrova al dehors della caffetteria. Lì si preparano ottimi macchiati e ci si siede a fare due chiacchiere. Di fronte il porto fa bella mostra di sé, come una fotografia, fissa e senza vita. Adesso che l'Eritrea è indipendente, gli ex-cugini etiopi hanno trovato in Gibuti il loro porto naturale, lasciando appassire il fiore di Assab. Qui il tempo non corre più. La gente è partita, non ci sono bambini. Qualche vecchio parla italiano e la ragazza delle fotocopie conta nella nostra lingua. Insieme all'acqua frizzante, onnipresente a placare la sete, è l'unico sussulto di questo luogo della memoria.
Non ricordo più il suo nome, solo che significava "mare". La giovane donna estrae da un sacchetto un pugno di chicchi chiari. Li getta in un pentolino e accende il fuoco con l'aiuto di quattro bastoncini. I chicchi prendono colore e diventano più familiari, simili a quelli di una torrefazione. A questo punto viene riservato loro un pessimo trattamento, la triturazione. Il lavoro è preciso, ma violento. La grana lentamente si sbriciola. Nel frattempo l'acqua bolle. La polvere e l'acqua confluiscono in uno speciale alambicco, dove viene aggiunta una delicata mistura di spezie. Sul fuoco la miscela sale e già fuoriesce la schiuma impaziente. Il caffè è pronto. Una pallina filamentosa tappa ora il beccuccio e fa da filtro. Nel vassoio le tazzine sono già colme di zucchero. L'infuso ha un aroma intenso che ricorda il tè del deserto.
Siamo a Edy, davanti al mare turchese dell'inospitale Dancalia.
I visti da ritirare prima della partenza sono quelli dell'Etiopia e dell'Eritrea (consiglio l'agenzia Dalu di Roma). Il visto del Sudan è un po' ostico da ottenere in Italia, ma in compenso estremamente semplice da fare al Cairo. Per Gibuti potrete fare affidamento sul consolato di Addis Abeba.
In Egitto consiglio l'autobus (efficiente ed economico) per i trasporti est-ovest, mentre il treno è preferibile per quelli nord-sud. La linea Alessandria Cairo Luxor Aswan è dotata di treni moderni forniti di aria condizionata (anche troppo forte!) e comodi sedili per dormire anche nelle classi più spartane. La nave per il Sudan ha cadenza settimanale ed è bene procurarsi il biglietto in anticipo presso la strazione ferroviaria del Cairo. Parte dalla grande diga ed è piacevole arrivare al porto con il trenino che attraversa paesaggi lunari alla periferia di Aswan. Sulla barca bisogna accamparsi ma l'avventura è garantita anche perchè i turisti non superano la decina.
Da Wadi Halfa avrete una doppia opzione: treno verso Khartoum o mezzi di fortuna lungo il Nilo. Io ho scelto la prima e non ho avuto modo di pentirmi. Il treno è un'avventura vera; potrete anche sperimentare il tetto, dove la sabbia si infilerà dappertutto e vedrete i sudanesi bere alla cisterna dell'acqua destinata all'irrigazione. Il biglietto per questo treno rimane un mistero: siccome quasi tutti i viandanti che giungono da Aswan proseguono con il treno, vi consiglio di comprarlo alla stazione non appena mettete piede a Wadi Halfa. Se non lo fate, dovrete andare lì la sera della partenza e infilarvi di straforo aspettando gli eventi come ho fatto io. Alla fine mi è andata bene, ma le minacce di una discesa forzata sono state tante!
In Etiopia i mezzi sono passabili anche se soggetti a forature e avarie. D'altra parte sono molto lenti, anche a causa del cattivo stato delle strade. Attenzione anche ai furti: noi abbiamo subito la "perdita" di uno zaino che avevamo affidato alle cure del nostro autista di pick up tra Bahar Dar e Addis Abeba.
Per arrivare da Gibuti ad Assab, in Eritrea, dovrete sudare molto. Se non vi trovate nel giorno della nave ufficiale, l'unico modo di attraversare il golfo (scordatevi di passare via terra, non esistono strade) e arrivare a Obock è quello di imbarcarsi su un macinino carico di qat che sfiderà le onde per voi. Una volta dall'altra parte alcuni mezzi partono per il confine, ma viaggerete in mezzo agli scatoloni. Dal confine la faccenda si fa ancora più dura perchè vi verrà chiesto di attendere un mezzo dall'Eritrea che poi vi faccia ritorno. La nostra attesa è durata un giorno e mezzo, senza acqua e cibo se si eccettua un beverone e un piatto di riso offerto dalla guarnigione a controllo del precario posto di confine: assolutamente sconsigliato a chi desidera le comodità, visto anche che si deve dormire all'aperto sulla nuda terra.
In direzione di Asmara ci sono un paio di autobus la settimana da Assab. Il servizio è passabile anche se soffrirete il caldo e vi toccherà dormire all'aperto a Galaalol a metà del viaggio.
MONTE SINAI: ascesa obbligata per chi passa qualche giorno sul mar Rosso. E' necessario iscriversi a un giro organizzato che in genere parte verso mezzanotte. Si sale in autobus e poi si comincia a camminare dal monastero di Santa Caterina verso la cima della montagna per circa tre ore. Lì si aspetta l'alba che vi ripagherà di ogni sforzo. Il mattino dopo discesa verso il monastero e sua visita prima del ritorno alla base.
MEROE: il sito è piuttosto isolato e si trova poco a sud di Atbara. Attenzione perchè Meroe, nome scritto su tutte le guide, non è utilizzato dai locali che chiamano la località Bajarawiya. Vi dovrete far lasciare sulla strada a circa un chilometro dalle rovine. A piedi o con un carretto rggiungete il sito e godetevi la visita in perfetta solitudine. Un grosso problema per i fotografi è dato dalla sabbia che si infilerà nella vostra macchina. Tornare verso Atbara o continuare verso Khartoum costituirà un ostacolo più serio di quello che potreste pensare e vi converrà abituarvi all'idea di una lunga attesa ai bordi della strada.
MONASTERI DEL LAGO TANA: secondo me la visita non vale la spesa. Vedrete alcuni monasteri che se da dentro possono essere realmente interessanti, da fuori non colpiscono più di tanto. Meglio limitarsi al monastero di Gondar e dedicare il tempo a Bahar Dar per fare una gita alle cascate di Tis Isat.
In Egitto avrete ampia scelta a prezzi sempre competitivi. Non così in Sudan dove vi verrà chiesto di pagare cifre alte per poi dover sempre dormire all'aperto, visto che l'interno delle stanze senza aria condizionata è impraticabile a causa del caldo estremo. A sud di Khartoum comincia a piovere e la situazione migliora. Prezzi ottimi in Etiopia ed Eritrea, mentre a Gibuti vi toccherà pagare anche cinque volte di più per lo stesso tipo di sistemazione.
In Egitto e Sudan cibo ottimo e prezzi irrisori. La cucina è vicina a quella mediorientale ormai in voga nelle nostre città. Molto diversa invece in Etiopia, dove l'ingera (un pane spugnoso) è alla base di ogni piatto: all'inizio vi sembrerà divertente abbinarlo a qualsiasi cibo, inclusa la pasta, ma alla fine avrete voglia di cambiare e passare alla cucina eritrea che annovera molti piatti della tradizione italiana, primo tra tutti la pasta, in genere ottimamente cucinata.
Per quanto concerne il bere, si segnala il tè in Egitto e Sudan, mentre si nota un graduale passaggio al caffè in Etiopia, confermato poi dall'Eritrea dove la bevanda è diventata una tradizione paragonabile a quella italiana.
A parte i mille articoli che potrete trovare in Egitto, il resto del viaggio potrebbe rivelarsi avaro di souvenir da comprare. Unica eccezione Asmara che gode di una serie di libri sull'architettura coloniale che vi consiglio di prendere in considerazione.