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di Luca Sivieri
“Dakar, Dakar” esulta Becky facendosi il segno della croce. La giovane nigeriana punta l’indice verso l’infinito e vede già l’Europa. Claudine abbraccerà suo marito, lo sa e sorride mentre il treno sferraglia tra le baraccopoli della capitale senegalese. Charlie volerà a Madrid con suo fratello e Mohamed, beh lui forse si starà svegliando già in Mauritania, con la valigetta verde in grembo all’elegante cafetano.
Un solo scompartimento del treno espresso che due volte alla settimana collega Bamako a Dakar, può diventare un microcosmo esemplare, dove i destini più diversi si incrociano e le storie più belle si offrono al viaggiatore curioso.
Tra le due capitali non esiste una strada, ma solo una pista sconnessa, piena di buche e spesso resa impraticabile dalla pioggia. Per questo il treno costituisce il mezzo di trasporto preferito e, anche nel caso ci si impieghi mezza giornata in più, è sempre meglio che non massacrarsi a bordo dei bachè, i camioncini stipati all’inverosimile.
Prima di partire guardo l’orario mondiale Thomas Cook. L’espresso dovrebbe lasciare Bamako alle 9,15 per arrivare a Dakar alle 15 del giorno successivo, al termine di 1230 chilometri. Confortato dall’esistenza di un orario ufficiale, il martedì, vigilia del viaggio, entro nella bella ma spoglia stazione della capitale maliana, intenzionato a procurarmi il biglietto.
Non più di venti persone formano la coda paziente e ordinata e io vado ad ingrossarne le fila. Qualcuno però, in cambio di un non dichiarato incentivo economico, mi vuole davanti ad occupare i primi posti. “Vedi quelli laggiù” mi indica un ragazzo “quelli possono comprare venti biglietti ciascuno ed esaurire i posti a sedere cinque minuti dopo l’apertura del botteghino. Dopo ti dovrai rivolgere a loro per non passare la notte in piedi”. Naturalmente non è vero ed è solo un goffo tentativo per estorcere qualche soldo all’inesperto viaggiatore. Non ci credo e resto al mio posto, per nulla intimidito da quelle inverosimili minacce. Quando dall’angusta feritoia, incastonata nel muro piastrellato, fa la sua comparsa l’addetto, si scatena comunque la bagarre; tutti aspirano a far parte della prima fila che si allarga paurosamente, tutti con le banconote sventolanti pretendono un posto sicuro. In quel momento delicato uno sbuffo annuncia l’arrivo di un treno: è l’espresso proveniente da Dakar, lo stesso che ci trasporterà domani. Conto mentalmente, è partito sabato, oggi è martedì; stento a crederlo, ci ha impiegato 72 ore, è in ritardo di un giorno e mezzo! Lentamente centinaia di donne, giovani, vecchi, enormi valigie mal chiuse, galline e disorientati turisti riempiono il grande atrio e subiscono, stanchi e nervosi, l’assalto di taxisti e guide. Questo spettacolo mi distrae dall’attesa che, due ore dopo, si materializza in un piccolo cartoncino azzurro su cui sono stampigliate partenza, destinazione e posto numerato.
La mattina c’è molta animazione attorno al treno. Dal finestrino dello scompartimento osservo le donne e i bambini che offrono, tenaci e instancabili venditori, ogni tipo di merce. Verdissimi caschi di banane, manghi, arachidi e dolci ondeggiano nei vassoi in perenne equilibrio sulle loro teste; acqua e bibite fresche vengono propinati in sacchetti di nylon di tutte le dimensioni. I ragazzi più grandi, invece, si occupano di beni futili e deambulano carichi di torce, occhiali da sole, radio, magliette e walkman di finte marche come Sunny o Kaiwa. E’ come un intero mercato che gravita attorno ai vagoni.
Un forte strattone annuncia la partenza. Sono le undici. Il treno avanza lasciandosi dietro l’umanità festante e triste di parenti e amici che salutano i loro cari. Lentamente si insinua nel verdissimo sahel di fine agosto, spaziando tra infiniti prati, punteggiati da giganteschi termitai.
A ogni stazione l’assalto dei venditori si rinnova. Da proporre hanno sempre gli stessi cibi, con gli stessi prezzi, nei medesimi contenitori. Sono numerosissimi e l’offerta supera la domanda; ognuno di loro vende poco e mi chiedo come riescano a vivere.
Ho avuto fortuna, mi è stato assegnato un posto accanto al finestrino. Alla mia destra un ragazzo alto e silenzioso, abbracciato alla sua valigetta verde scura, sembra scrutare l’infinito. Si chiama Mohamed Sylla, è un maliano in viaggio verso la Mauritania per studiare l’arabo. Dalla borsa estrae un libretto con il quale si impadronisce dei primi rudimenti della lingua. Il cafetano, devotamente indossato sui vestiti occidentali, tradisce la sua fede musulmana. Sorrido divertito, invece, nel vedere la ragazza che ho di fronte sfogliare un bel libro rilegato: sulla copertina, in eleganti caratteri dorati, c’è scritto “Holy Bible”. Becky è nigeriana di etnia Yoruba, ma tiene di più alla sua anglofonia che all’idioma natio; “in Nigeria si parlano lingue molto diverse fra loro e solo l’inglese ci unisce”, mi spiega sbirciando tra le pagine del suo prezioso tesoro.
Si avvicina l’ora del pranzo, anche se per combattere la monotonia sul treno tutti mangiano continuamente. Una corpulenta signora ristora i suoi due piccoli con un’assiduità ammirevole; una valigia contiene tutto l’occorrente. Di volta in volta la donna estrae riso, pollo, uova, cous-cous, tè, bibite, piatti e tazzine. La rudimentale tavolata è apparecchiata con uno straccetto e dopo il pasto i contenitori sono meticolosamente sciacquati e riposti. Poi Claudine si riposa e scioglie il foulard che le avvolgeva la testa; i suoi lineamenti si fanno più espliciti e appare un viso dolce, giovanissimo. Lei va a Dakar a trovare il marito, per passare qualche giorno assieme; è istruita, parla un ottimo francese e lo insegna ai figli ancor prima che vadano a scuola. La lingua nazionale del Mali è il Bambara, compresa da quasi tutta la popolazione, ma l’idioma ufficiale continua ad essere il francese, parlato solo da un quinto degli abitanti. “Il problema è che il Bambara non ha una tradizione scritta” lamenta Claudine “da poco si è trovata una trascrizione, ma è artificiale e a scuola, come lingua scritta, si studia ancora il francese”. In effetti è difficilissimo imbattersi in scritte Bambara; insegne, giornali e libri sono tutti in francese e solo le frequenti pubblicità per combattere l’Aids, rendono giustizia al bilinguismo.
Restiamo fermi in un piccolo villaggio più di un’ora. Anche gli instancabili venditori si sono ormai arresi quando un treno sopraggiunge nella direzione opposta. Guardo sfilare gli stipati passeggeri, osservo le loro facce stanche; poi si aprono i portelloni dei vagoni merci da dove decine di occhi fissano, storditi, la luce accecante. Viaggia così chi vuole risparmiare sul prezzo pieno del biglietto, sdraiato sulla paglia in compagnia di capre e galline. Mi sporgo mentre ripartiamo e vedo che su un vagone del nostro treno viaggiano aggrappati al tetto alcuni ragazzotti e mi chiedo se loro paghino. “Fai attenzione, sono banditi” mi avrebbe avvertito l’indomani un ex-macchinista “di notte si calano dal tetto per rubare. Tieni gli occhi aperti e stai vicino ad altri africani”. Le loro erano facce sofferenti, segnate dall’inedia.
Poco per volta, nel pomeriggio, lo scompartimento comincia ad animarsi e ci conosciamo un po’ meglio. Abubakar e Aminatà, alti e belli, sono fratello e sorella. Vengono da Abidjan e a Dakar passeranno le loro vacanze. “Non abbiamo preso l’aereo solo per la curiosità di salire su questo treno” confessano i benestanti ivoriani.
Charlie, invece, è poco più che adolescente e non riesce a nascondere la sua inesperienza dietro una giacca troppo lunga e dei baffetti ancora morbidi. E’ in viaggio da Lagos, un viaggio lungo, che lo porterà da suo fratello a Madrid. Ma adesso è in difficoltà come Becky, anglofoni nell’ostile regno della francofonia. Sono l’unico interprete che possa avvicinare questi due mondi. “Non ti fidare degli anglofoni, sono tutti truffatori” mi aveva mentito Claudine alla partenza e io mi sento tra due fuochi. C’è diffidenza, a volte paura, poca solidarietà fra i due gruppi.
Sul nostro viaggio cala la sera e arriviamo al confine in piena notte. Mohamed prepara le valigie. Dovrà cercarsi un’auto per la Mauritania e si allontana sotto il cielo stellato. “Sortez les pieces” ci ingiunge un poliziotto, squarciando il buio con la luce tagliente della torcia. Vedere la sua faccia è impossibile, il fascio luminoso è puntato su di noi. I nostri documenti si allontanano con lui. Lo seguiamo. La notte è illuminata solo da qualche bagliore che si muove lungo il treno e da improvvisati banchetti dove si può consumare il cous-cous al chiaro di una lampada. Una folla vociante ci indica la dogana. Tutti i passaporti sono ammonticchiati su un banchetto di legno e un unico addetto ha il compito di trascrivere i dati con certosina precisione, mentre due impettiti poliziotti ringhiano nomi e nazionalità. Ritirato il documento si può risalire sul treno e aspettare la partenza. Per i nigeriani la procedura comporta una spiacevole appendice. La prepotenza dei doganieri e la loro avidità si concentrano sugli anglofoni. Devono pagare per alcune irregolarità riscontrate sui loro passaporti, ma è naturalmente una scusa costruita ad arte per estorcere denaro a chi non può difendersi nella propria lingua. Prestiamo loro il denaro che non hanno. La mattina dopo lo stesso passaporto gli sarà sequestrato in cambio di una ricevuta che consentirà il suo ritiro alla stazione di Dakar. Requisito necessario: un po’ di soldi. Motivo del sopruso: semplice fame di denaro.
Per quattro ore il bestione ferrato giace inerme in stazione. Poi, dopo aver contemplato la levata del sole, si avvia caracollando dolcemente verso il Senegal. Per due settimane la linea è stata interrotta a causa delle violente piogge che hanno divelto le rotaie in territorio senegalese. Ora tutto è stato riparato, ma ci avvertono che la velocità, in alcuni tratti, dovrà essere molto bassa. Corriamo per duecento chilometri paralleli alla strada, un’esile striscia marrone appoggiata su un panno verde. Dal confine a Tambacounda procediamo a passo d’uomo, senza mai fermarci. Attraversiamo rari villaggi con i bambini schierati a salutarci davanti alle loro case. Solitamente questi abitati sono divisi in alcune zone recintate al cui interno trovano posto cinque o sei capanne di fango a pianta circolare. Ognuno dei mini agglomerati ha un grande spazio centrale, fulcro della vita sociale. Nella campagna non si nota denutrizione. Le pance troppo sporgenti dei bambini sono invece indice di una alimentazione leggera, fatta di cereali che gonfiano più di quanto non nutrano. Sono le tre. Dovremmo essere a Dakar, invece entriamo nella stazione di Tambacounda. All’Oceano Atlantico mancano ancora 460 chilometri.
A tutte le stazioni, mescolati tra i venditori, fanno la questua invalidi che si trascinano solo con la forza delle braccia e ciechi che accompagnano la richiesta di un aiuto con strazianti litanie, inneggianti all’onnipotente Allah. Quando si avvicinano ai finestrini, spesso guidati da un ragazzo, alzano il viso e fissano il vuoto con i loro occhi bianchi cercando di incrociare la compassione di qualcuno. Sono anziani, perlopiù, ma anche ragazzi giovani, divorati dall’oncocercosi, la terribile malattia degli occhi che si trasmette per mezzo dell’acqua infetta. Queste persone non hanno che la famiglia o l’elemosina per vivere, ma raccolgono poche, misere monetine. Becky mi mostra un foglietto. Sopra, in incerta grafia, è vergato l’itinerario verso l’Europa, verso il sogno. Lo ha disegnato per lei un ragazzo del Ghana, che viaggia nello scompartimento vicino. La ragazza è eccitata, ma spaventata. Non conosce la geografia e mi chiede di illustrarle il percorso sulla mia carta geografica. Le traccio allora una linea che dal Senegal, attraverso Mauritania e Canarie, la dovrebbe portare in Spagna. Mi guarda e vuole la mappa “per seguire la linea”, mi confessa.
A Koussanar, nel caldo immobile del pomeriggio, sostiamo a lungo. I ferrovieri, stesi sui loro tappeti, si riposano sfruttando le sottili linee d’ombra del treno. “Gli operai sono al lavoro per migliorare la linea. Appena avranno terminato, passeremo” mi informa Abdulaye Ndiaye ex-macchinista, ora in pensione. Sulla sessantina, bel portamento, sempre col bastoncino tra i denti, sembra rimpiangere il suo passato. Indossa una divisa simile a quella dei suoi ex-colleghi e ricorda le gloriose origini di questa ferrovia; “un tempo i treni ci impiegavano veramente 30 ore, la linea era in buone condizioni. Oggi a cosa ci serve questa tecnologia canadese” e mi indica la lucente locomotiva verde “se i binari non consentono di superare quasi mai i sessanta all’ora?”. Poi esibisce trionfante la sua tessera di libera circolazione: “la passione è troppo forte, viaggio sempre volentieri e quando sono sul treno mi sento di nuovo addosso i miei vent’anni”. Un fischio prolungato indica la fine della sosta. Tutti i passeggeri, eccitati, tornano sui vagoni. Ora attraversiamo le zone devastate dalle alluvioni. Alberi sradicati dalla violenza di pioggia e vento giacciono spogli a fianco dei binari, mentre sono ancora ben visibili i segni degli allagamenti. Restiamo tutti immobili e silenziosi come se un nostro gesto potesse far deragliare il treno che procede guardingo. Alcuni operai ci guardano, fieri di aver reso possibile, con il loro lavoro, il nostro passaggio.
Ormai è certo che arriveremo domattina. Mentre il treno sfila lentissimo davanti al tramonto, poco più in là, sulla strada ora asfaltata, vediamo sfrecciare camion, minibus e Peugeot 504. Proviamo a dormire, ma lo scompartimento è rovente e umido. Ogni cinque minuti devo sporgere la testa fuori alla disperata ricerca di un refrigerio che non trovo. Ora capisco l’utilità dei ventagli che si vendevano alla partenza. Il treno è tutto un movimento di queste bandiere rigide e mi arriva qualche beneficio, brevi refoli di vento. Poi il sonno è rotto solamente dalle urla dei venditori che operano, zelanti, anche di notte.
L’alba, Thiès, l’oceano.
La linea diventa doppia e scorrevole, la locomotiva canadese può sprigionare i suoi cavalli. Laggiù in fondo i palazzoni e le baracche, le automobili e i carretti, i sogni e le delusioni della grande città. Chiamo Becky, la avverto. Lei mi sorride e si fa il segno della croce.
Dakar, Dakar.