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di Luca Sivieri
Le strette gole che si attraversano arrivando in automobile dall’Iran, negano a lungo la prima furtiva occhiata in direzione di Ashgabad, la capitale di uno degli stati più desertici del globo, il Turkmenistan. Al suo interno, quattro milioni e mezzo di persone dispongono di una superficie che è equivalente a quella della Spagna e la gran parte di esse vive ai margini del deserto del Karakum, la grande macchia che segna il centro del paese. Tutto ciò che accompagna il visitatore ha da subito il colore della sabbia: le rocce, le automobili, le rare abitazioni che sembrano mimetizzarsi con l’ambiente circostante. All’improvviso, però, le montagne del Kopet Dag si aprono e la sommità di un lungo, dolce pendio offre un primo colorato squarcio di Ashgabad. Si fa subito evidente come si tratti di un centro abitato immerso in un’oasi verde dalla quale emergono alcuni strani edifici, presi in prestito da un colorato, ma poco verosimile, modellino. Questa impressione, la prima, la più superficiale, sarà anche l’ultima, lasciata dopo una conoscenza più approfondita. Ashgabad è realmente una città sui generis, un luogo sul quale sembrano essere calate dal cielo alcune astronavi provenienti dal futuro, ma invisibili al mezzo milione di cittadini che non pare interessarsene e che ci sfila semplicemente accanto, in direzione dei rituali luoghi d’incontro, quelli che hanno segnato queste terre dal lontano medioevo, i bazar.
La prima costruzione futuristica che si incontra entrando nell’abitato, è il museo nazionale del Turkmenistan; si staglia, perfetto e maestoso, sullo sfondo delle stesse montagne dalle quali siamo scesi, al centro di un terreno grotoluto e ostile.
Il Museo, nato dalla cooperazione tra il governo locale e quello turco, è stato inaugurato nel novembre del 1998, diventando il più grande del paese. La ricerca del simbolismo numerico, molto amata in Asia Centrale, non manca in quest’edificio: la cupola centrale è formata da sedici facce, tante quanti gli stati turchi fondati nel corso dei secoli e sorretta da cinque pilastri, uno per ogni regione turkmena. All’interno, moderne e ampie sale ripercorrono la storia locale attraverso l’esposizione di manufatti e reperti geologici. La previsione per questo scintillante museo, che da il benvenuto al visitatore proveniente dalle montagne, era di 2500 ingressi al giorno, ma non mi è capitato di incontrare nessuno durante la mia visita, se si escludono i custodi e la guardia all’esterno.
Ashgabad si presenta dunque grandiosa e deserta, speranzosa e triste allo stesso tempo. Il museo segna anche l’inizio di un’impressionante follia urbanistica.
Quasi a delimitare verso sud l’estensione del centro urbano, ha preso forma, in poco tempo, una lunga serie di alberghi a cinque stelle. Sono stati costruiti uno accanto all’altro, senza soluzione di continuità, sono bizzarri, taluni emulano lo sfarzo dei palazzi degli emiri arabi. Uno assomiglia a una navicella spaziale, un altro è decorato con i motivi classici dei tappeti turkmeni. Sono più di venti e, nonostante la loro mole imponente, hanno poche stanze, che rimangono pressoché sempre vuote. Eretti alcuni anni orsono erano destinati ad accogliere uomini d’affari e turisti in vista del grande boom del paese, prospettiva che fondava la sua credibilità sugli enormi quantitativi di gas naturale che il Turkmenistan possiede nel sottosuolo. Tuttavia queste risorse non sono ancora state adeguatamente sfruttate e il turismo, così come l’affluenza degli attesi uomini d’affari, è appena agli albori, data la risibile cifra di 4400 visitatori esteri, registrata nel 1998. Oggi, aggirandosi tra questi strani colossi multicolori, si viene presi da una sottile ma inequivocabile malinconia; poche lussuose autovetture entrano negli immensi parcheggi e diligenti giardinieri sono pagati per mantenere in perfetto stato manti erbosi che nessuno potrà ammirare.
Un enorme viale desolato scende verso il centro. Ogni giorno rimane chiuso per due ore al passaggio dell’auto presidenziale e quando spalanca le sue porte è come se incutesse timore e consigliasse alle modeste auto di fabbricazione sovietica di evitarne il transito.
A metà strada sorge la fontana più grande del mondo, come la presentano le nuove guide del Turkmenistan. E’ così sproporzionatamente grande che passa quasi inosservata, almeno come fontana. Grandi porte immettono all’interno della struttura dove si può godere delle attrattive di un piccolo centro commerciale e nel quale la potente aria condizionata promette una pericolosa tregua al sole del deserto. Lucenti corridoi sono tenuti costantemente puliti per i pochi frequentatori del posto. Fuori le potenti cascate d’acqua sono controllate con zelo. Sembra che l’occupazione principale delle persone consista nel tenere splendente una città che però non pulsa. Una serie di piccole fontane, finti canali e viali irrigati conduce poi al centro conferenze dove il presidente tiene i suoi discorsi. Vi si accede tramite una scala fiancheggiata dalle bandiere nazionali. Il Turkmenistan vanta una delle bandiere più belle e originali del pianeta: sullo sfondo verde la mezzaluna islamica illumina una banda verticale ornata con i motivi dei tappeti di ognuna delle cinque regioni dello stato. Alla sommità dello scalone una coppia di visitatori guarda fissa in avanti, impressionata come me dalle dimensioni di tutto ciò che sta nascendo alle propaggini della loro capitale.
Case basse e colorate e massicci edifici sovietici accompagnano il visitatore al centro cittadino che culmina nella ploshchad Azadi, la grande piazza un tempo dedicata a Karl Marx. La domina dall’alto dei suoi 75 metri l’Arco della Neutralità, strano monumento inaugurato solamente un mese dopo il museo nazionale e che può essere considerato il culmine dell’opera di “ricostruzione” di Ashgabd. Dalla piattaforma, raggiungibile con un ascensore che si inerpica su uno dei tre lati, schiacciati dalla mole aurea del presidente che ruota sopra le teste dei visitatori, si apre la visione di una Las Vegas trapiantata in Asia Centrale. Verso Sud si affacciano, su un’enorme piazza pedonale, i principali simboli del potere politico: il parlamento e il palazzo presidenziale, ovviamente costruiti negli ultimi cinque anni. Entrambi sono di marmo bianco e fondono elementi classici con simboli islamici, possenti colonne con cupole multicolori. Sotto l’arco, una grande fontana funge da scenografia per la foto-ricordo di una numerosa famiglia turkmena; le donne anziane sono le più appariscenti, chiuse all’interno dei loro lunghi e coloratissimi abiti, un segno di riconoscimento che si può trovare in tutta l’Asia Centrale. E’ un primo accenno dell’oceano di colori che mi sommergerà al mercato di Tolkuchka.
Sulla torre mi si avvicina una coppia disinvolta. Entrambi sono turkmeni e hanno studiato qui, ma la vita li ha poi portati a dividersi. Abbes è rimasto ad Ashgabad a lavorare per una ONG, Guzel (“bella” in turco) vive ora a Karaganda, nella gelida steppa kazaka, con il marito. I due si sono ritrovati dopo tanto tempo e, per Abbes, questa è l’occasione di mostrare alla sua vecchia amica i cambiamenti subiti dalla loro città. Lei fatica a riconoscerla, ma è orgogliosa del suo sviluppo così rapido. Abbes mi parla in un inglese stentato, ma ammette che è meglio del suo turkmeno. Il fattore linguistico è diventato un problema per tutti coloro che hanno ricevuto un’educazione in russo e che adesso si trovano a vivere in un paese, che esige il turkmeno per qualsiasi impiego amministrativo. Tra i paesi dell’Asia Centrale, il Turkmenistan è stato il primo a tornare alla trascrizione latina della propria lingua e a utilizzarla in modo estensivo. Pochissime scritte permangono in russo e ancora meno nel turkmeno-cirillico che fu imposto a suo tempo da Mosca. Guzel ora parla il Kazako, lingua di derivazione turca come il turkmeno, ma rimane anche lei una straniera in casa, quando torna nella terra natale. Solo al museo dei tappeti, dove vengo condotto dai miei nuovi amici, possiamo trovare scritte nelle due lingue e con entrambe le trascrizioni. Abbes è molto orgoglioso del suo russo e lo parla con la guida che ci porta a scoprire i segreti della tessitura, rivelandoci come i turkmeni siano gli artisti capaci di lavorare la seta con il maggiore numero di nodi per centimetro quadrato, così da creare una superficie estremamente soave. Procediamo scalzi scivolando di volta in volta su arazzi di differenti fogge e colori. In breve imparo che solo i tessitori iraniani possono rivaleggiare con quelli turkmeni in bravura. Un’enorme stanza ospita il tappeto più grande del mondo, temporaneamente utilizzato nel palazzo presidenziale e per questo non disponibile. Accanto possiamo comunque ammirare un suo degno sostituto, impressionante microcosmo di colori ed eleganti motivi che rimarranno a lungo nella memoria di chi abbia potuto vederlo.
Presto mi separo da Abbes e Guzel e torno alla mia esplorazione solitaria.
Sempre nei pressi dell’Arco della Neutralità, sorge il monumento al terremoto. Il 6 ottobre 1948, nel pieno della notte, un sisma di eccezionale potenza, addirittura prossimo al nono grado della scala Richter, sconvolse la capitale cancellando, in una manciata di secondi, i due terzi della popolazione e secoli di storia. La zona attorno alla città venne chiusa per cinque anni, durante i quali furono recuperati i 110.000 corpi e vennero raccolte le macerie. Dopo iniziò una seconda vita per Ashgabad, ricostruita da zero secondo il più anonimo stile sovietico dell’epoca. Il monumento, di un macabro nero, è costituito da un toro che scuote un grande globo aperto, nel quale viene risucchiata un’indistinta massa di persone defunte sotto le macerie; l’ultimo corpo è quello di una donna che tiene sul palmo della mano, e quindi salva, il suo piccolo figliolo di nove anni, quello che sarebbe diventato, quarant’anni dopo, il primo e attuale presidente della repubblica.
Accanto al monumento un piccolo museo offre la possibilità di ammirare le fotografie, un tempo proibite, della tragedia. Davanti, un lunghissimo e monotono viale pedonale conduce al War memorial. In ogni città ex-sovietica che si rispetti esiste un monumento che commemori l’intervento nella seconda guerra mondiale. Essendo cominciata per loro nel 1941, i primi due anni del conflitto vengono costantemente ignorati e gli sforzi rappresentati sono di volta in volta quelli delle popolazioni locali, soprattutto di origine russa.
Curiosando attorno al monumento ci si può imbattere nel vecchio palazzo presidenziale, ormai abbandonato, e in un parco molto curato che simboleggia l’amicizia turco-turkmena. Ogni palo dell’illuminazione è sormontato dalle bandiere dei due stati e al centro sorge la medesima statua di Ataturk che si può ammirare in qualsiasi città turca.
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica e l’indipendenza ottenuta all’improvviso, il Turkmenistan, così come tutte le ex-repubbliche del grande impero, ha dovuto cercare un elemento comune per cementificare la sua giovane storia. In effetti non è mai esistito uno Stato turkmeno. Nel 1926, quando Stalin tracciò i confini delle Repubbliche centro-asiatiche, lo fece senza un precedente che ne suffragasse l’operato. Durante la dominazione zarista l’Asia Centrale era considerata monolitica e come l’insieme delle popolazioni sovietiche di origine turca. Ecco dunque un elemento sul quale fare nascere i nuovi stati: la fedeltà e l’amicizia allo stato modello delle genti turche.
La cooperazione tra Turkmenistan e Turchia è cercata a tutti i livelli da entrambe le parti e l’adozione della trascrizione latina al posto di quella araba, originaria delle lingue turche, è un primo successo della politica di Ankara. Ataturk, il modernizzatore della Turchia è un simbolo per tutti coloro che guardano verso ovest, ed ecco svelato il mistero di una statua a lui dedicata. Spostandosi verso est, ai limiti della città, ci si trova ai piedi di un altro simbolo del Turkmenistan indipendente, una moschea. Ma non è questa una moschea qualsiasi, bensì la copia esatta della Sultanahmet camyi, la Moschea Blu di Istanbul. Anche in questo caso si tratta di una cattedrale nel deserto, isolata, fredda, troppo grande per le esigenze dei fedeli locali.
L’Islam, dopo quasi settant’anni di dominazione russa, si è affievolito nelle coscienze dei Turkmeni e non è risorto impetuosamente dalle ceneri come nel vicino e turbolento Uzbekistan. Qui nessuna donna gira velata e la fedeltà alla religione viene dimostrata in modo semplice e quasi occulto. La causa turca sembra vincere su quella islamica e la moderazione sul fanatismo.
Tornando verso il centro comincio a interrogarmi sulla penuria di negozi. Sulla base della vecchia e monocorde città sovietica, sta nascendo la post-moderna Ashgabad della speranza e dell’esagerazione; ma dove sono i simboli del progresso economico, i luoghi in cui un cittadino medio può esercitare la sua predisposizione consumistica. Semplicemente non esistono.
I bazar, che risalgono all’epoca delle carovane e della mitica via della seta, risultano allora essere il centro dell’attività urbana. Qui un universo totalmente differente, disordinato e chiassoso, contrasta in modo stridente con i simboli che Ashgabad vuole offrire come immagine di se stessa. Nei bazar si può comprare il cibo ed esiste un mercato, non lontano dal centro, esclusivamente alimentare; una terrazza lo sovrasta e dall’alto si può ammirare la cura con la quale frutta e verdura vengono disposte, quasi a costruire regolari figure geometriche che rendano i prodotti piacevoli alla vista e conseguentemente appetibili per l’acquisto. Un’attenzione particolare viene posta nel pane, di forma circolare e sottile, sul quale vengono talvolta incisi motivi tanto graziosi, quanto effimeri, poiché destinati a scomparire con i primi morsi della fame. Tra i tanti mercati esistenti, primeggia quello russo, il più esteso, l’unico dove si possano trovare tutti i tipi di merci.
Anche la moderna stazione degli autobus stenta a decollare e le piccole compagnie private preferiscono partire da questi luoghi di ritrovo collettivo, piuttosto che da un asettico terminale periferico, circondato dal deserto. I mezzi di trasporto in Turkmenistan sono infatti di due tipi: da un lato ci sono i moderni ed economicissimi filobus urbani e i servizi di lusso extraurbani, comodi e veloci; dall’altro permangono moltissime compagnie che si avvalgono di vecchie scatole di metallo con le quali sono sempre una scommessa il viaggio e l’arrivo a destinazione. Unico modo per raggiungere l’altro lato del deserto è, appunto, con questi ultimi, a orari improbabili che fanno coincidere, per ragioni incomprensibili, l’arrivo con la notte più profonda.
Di fianco al bazar russo passa una delle strade principali della città, quella dei ristoranti e dei locali. Si può cenare all’Istanbul Restaurant, tra un cinema chiuso, un night club e il Florida, moderno locale all’americana. La grande sala è sempre vuota e una cantante russa, accompagnata al pianoforte, si esibisce solo quando qualcuno entra. Dei molti tavoli accuratamente preparati, pochissimi verranno utilizzati nella settimana; la tristezza svanisce solo una decina di metri più avanti, dove il vicino locale che ha copiato dal mondo occidentale, con un servizio di collegamento a Internet, pullula di gente.
Risalendo verso est lungo l’Ulitsa Gyorogly, si passeggia attraverso un grande parco; al centro una statua di Lenin rimane salda, per la gioia dei piccioni, su un curioso piedistallo ornato con motivi islamici. Ashgabad era famosa per la sua incredibile densità di statue a Lenin; si diceva ne esistessero addirittura 56. Poi il terremoto naturale del 1948 e quello politico del 1991 le hanno abbattute una a una, lasciando solo questo esempio interessante e raro di accostamento tra il culto della personalità sovietico e i motivi nazionali turkmeni. Questa statua resterà dunque intatta, salvata dal tocco orientale che la accompagna, con il braccio di Lenin a indicare un futuro che in questa città è già passato.
Accanto al parco sonnecchia la grigia facciata dell’Hotel Ashgabad, terribile da fuori e sporco nelle stanze, piene di piccoli animaletti che turbano il sonno degli ospiti. L’ingresso è promettente, ma dentro tutto è stato lasciato così come doveva essere trent’anni fa. Solamente un piano è aperto agli stranieri, dei quali sono l’unico rappresentante, e la signora che vigila, assente, da dietro una scrivania nulla può fare se manca l’acqua, se la porta non chiude o se la stanza viene invasa da presenze non gradite. E’ uno dei pochi alberghi della città a prezzi ragionevoli, se non si vuole pagare una tariffa esorbitante nei numerosissimi cinque stelle.
Al mattino della domenica, quando il caldo non è ancora insopportabile, ci si può recare al mercato di Tolkuchka, pochi chilometri a nord della città, per scoprire il volto umano e antico di Ashgabad e la vitalità turkmena, così nascosta nelle fredde costruzioni del centro. Il taxi sfreccia davanti al nuovissimo aeroporto, un’altra stravaganza su grande scala e si addentra nel deserto del Karakum, “sabbie nere” in turco. Quando già si sono perse le tracce della civiltà dietro di noi, si arriva in un enorme e affollatissimo parcheggio, frenetico benvenuto che il bazar da al visitatore. Una serie impressionante di sgangherati autobus è già arrivata nella zona; forse giungono dall’altro lato del deserto, dalla fertile valle dell’Amu Darya e i passeggeri hanno trascorso l’intera notte di viaggio tra le dune per vendere o comprare qui. Nell’aria si percepisce già l’odore di fritto che proviene dagli improvvisati banchetti e da una sorta di cucina, infilata sotto l’unico vero tetto di tutta Tolkuchka. Il mercato è estremamente disordinato e sorge tra le dune di un deserto che tenta di avanzare giorno dopo giorno. E’ diviso per settori, come tutti i bazar asiatici che si rispettino e uno dei più interessanti è naturalmente quello della lavorazione dei tappeti. Una donna mostra soddisfatta la sua ultima fatica, che ritrae il presidente mentre saluta il suo popolo; gli arazzi sono appesi a supporti metallici e arrivano fino a terra, creando labirintici percorsi in cui ci si può perdere e rimanere a tu per tu con loro, senza altre presenze e stretti dalla loro inarrivabile bellezza. Le donne sfoggiano bellissimi abiti multicolori e spesso si confondono nella moltitudine di vestiti nuovi, appesi per soddisfare esigenze cromatiche sempre più raffinate. Madre e figlia comprano strani frutti gialli e, tastandone la bontà, avvicinano i loro identici e meravigliosi abiti viola creando un accostamento perfetto e non voluto. Poco distante lo spettacolo dei colori si arresta, con una lunga fila di copricapi per uomini, dalle tonalità bianche e nere. A dire il vero gli uomini si vedono poco, se non nell’impressionante zona dove si vendono i dromedari e sono le donne le regine dell’acquisto. D’altra parte l’uomo, nella società turkmena, è per lo più sedenatrio, dedito al controllo del bestiame e lascia alla donna il compito del commercio, che ella assolve in modo preciso e autorevole.
Dalla duna più alta, sotto un sole sfiancante, meglio si apprezza l’estensione di questo mercato che è considerato, in Asia Centrale, secondo solo a quello di Kashgar, nella regione dello Xinjang cinese.
In silenzio, ad osservare con me, c’è un giapponese solitario, l’unico turista che abbia incontrato nel mio soggiorno turkmeno. Ci salutiamo e torniamo a confonderci nella folla.
E’ il caleidoscopio umano di Tolkuchka la vera essenza del Turkmenistan, un giovane stato che ha subito molte trasformazioni negli ultimi secoli e che, nonostante quest’impulso dato recentemente, sembra continuare a vivere la storia di sempre, quella che già molti secoli fa la vedeva ai margini della via della seta, una storia scritta da popolazioni semi-nomadi, dedite ad allevamento e commercio. Ashgabad è solamente una vetrina che non rappresenta assolutamente la società della quale vuole farsi immagine. Resta però, agli occhi esterni, un interessante e divertente esperimento di un’oasi colorata che, come un fungo, sta sorgendo nell’oceano di sabbia del Karakum.