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Uzbekistan: la porta del destino | Viaggio di Francesca Recchia

Un viaggio importante che mi ha aperto occhi e cuore su una parte di mondo di cui conoscevo poco o nulla. Un ulteriore spiraglio su un Islam che, man mano che lo sguardo si approssima e cerca le sfumature, si rivela estremamente frastagliato e complesso.

  • Itinerario: Tashkent - Urgench - Khiva - Bukhara - Shakhrisabs - Samarcanda - Urgut

  • Periodo: 14-24 agosto 2006

  • Giorni: 11

  • Tipo di viaggio: gruppo

  • Mezzi di trasporto: autobus

  • Costo: -

Racconto di viaggio

14 agosto, Roma

Sono in treno verso Fiumicino, alle otto e venti c’è l’appuntamento col gruppo. Ancora non capisco bene che sto vivendo. Ancora non riesco tanto a rendermi conto che sto veramente partendo. Sono molto curiosa di sapere che faccia hanno i miei compagni di viaggio e l’altra cosa che mi fa curiosità è vedere cosa ci sarà all’aereoporto dopo tutti gli allarmismi paranoici degli ultimi giorni.
Sicuramente l’Uzbekistan non è uno stato canaglia, ma è circondato da cattivoni quindi è veramente da vedere se ci saranno dedicate attenzioni particolari. Chissà poi se la collezione di timbri soft del mio passaporto sarà anche questa volta occasione di speciali simpatie… Siamo quasi in aereoporto. Che curiosità!

Sono in aereo, siamo partiti con un pochino di ritardo. Il cielo quassù è sereno, ma ci sono piccole nuvole basse che sembrano sospese a mezz’aria e si riflettono sul mare. Sull’aereo c’è moltissima gente, oltre a noi un gruppetto di vecchiette e uno un po’ modaiolo. Sono abbastanza sorpesa; non credevo che l’uzbekistan fosse una meta popolare per il turismo.

 

E ORA LASCIA VAGARE IL TUO SGUARDO
SU SAMARCANDA!
NON È FORSE LA REGINA DELLA TERRA?
FIERA, AL DI SOPRA DI TUTTE LE CITTÀ
E NELLE SUE MANI I LORO DESTINI?
E. A. Poe

 

Voliamo verso Est; il paesaggio si è via via trasformato. Credo che adesso siamo nel cuore dell’Asia, abbiamo superato da un po’ il Mar Nero. Il paesaggio qui giù è uniforme a perdita d’occhio. Marrone, arido, ondulato con delle strisce più chiare che segnano i dislivelli: le strade sembrano girare attorno a questa terra increspata, a volte si arrampicano, altre spariscono tra i bitorzoli. Un lago verde e sfrangiato trova posto tra le irregolarità di questo frastagliamento marrone. Da qui su mi sembra di poter dar forma all’immagine che ho sempre avuto in testa delle steppe centro-asiatiche.

Abbiamo sorvolato il Mar Caspio, una macchia d’acqua in mezzo a un deserto che continua inesorabilmente. Le montagne sono più alte, resta tutto incredibilmente arido. Passato il Mar Caspio, un deserto sterminato: sembra di volare sulla luna.

Tashkent

Sono in camera, è l’una. Maura, la mia compagna di stanza, dorme. Abbiamo fatto una super-cena per la bellezza di tre euro e cinquanta su una variazione sul tema che credo ci accompagnerà per il resto del viaggio: riso, montone, cipolle… La prima impressione è che inquadrare questo paese sia veramente difficile: nella faccia della gente c’è ancora sia Lenin che Gengis Khan e mi sembra sia quasi impossibile tracciare una linea netta di demarcazione.

In Uzbekistan non si parla di Lenin, la damnatio memoriae è radicale. Nella piazza dell’indipendenza a Tashkent c’era una statua alta trenta metri e ora non c’è più.
La città è stata distrutta dal terremoto nel 1966, la pianificazione successiva alla catastrofe l’ha rinventata. Ha costruito un’immagine europeizzata. Ha spianato le colline e costruito strade larghe. Il punto d’orgoglio è che non ci sono ingorghi.

Siamo all’aereoporto di Tashkent, tra un’ora si parte per Urgench; voliamo verso Ovest per poi attraversare il paese in direzione Est via terra. È caldo, ma per fortuna è più gestibile di quel che si potesse temere.
Oggi giornata di consumo culturale da turismo di massa internazionale. Su e giù da un autobus per vedere quello che le guide e i libri dicono essere importante. Venti minuti a tappa per poter finire la spunta e poter serenamente dire di aver fatto il nostro dovere.

La prima giornata in giro per questo paese mi ha dato l’impressione di una profonda inafferrabilità. I dilemmi che hanno segnato a diversi livelli la storia di tashkent si ritrovano sia in termini urbanistici che come “emersioni superficiali” di una sorta di dilemma identitario che mi sembra l’elemento più chiaro incontrato fino a questo momento. La città accumula senza soluzione di continuità elementi sovietici – sottoposti a una sistematica e retorica damnatio memoriae – elementi di un passato orientaleggiante che richiama un’originalità uzbeka tutta da inventare e squarci di un’Europa tanto lontana quanto affascinante che nelle parole della nostra guida – Gala – sembrava essere una presenza viva e riconoscibile.
Tashkent è uno di quei posti che andrebbero studiati, da una parte pensando a quelle città pianificate a tavolino – le colline spianate per poter costruire strade più larghe mi hanno colpito non poco – dall’altra considerando il rapporto strettissimo fra urbanistica e identità che qui è assolutamente palese. La cosa che qui sembra difficile capire è come la gente intervenga e interagisca con gli spazi pianificati dall’alto. Quindici anni dalla fine del regime sovietico sembrano essere ancora presenti in termini di controllo e inibizione. È chiaro che si tratta ancora solo di una prima impressione superficiale, ma ho sentito forte il peso dell’interiorizzazione di un sistema di regole ferreo e totalizzante che richiede molto tempo per essere disimparato. Credo che la situazione sarà probabilmente diversa a Bukhara o Samarcanda nel senso che in genere le città capitali subiscono sempre il peso più forte della presenza di un sistema rigido di governo e controllo.

Ora siamo in volo verso Urgench, un’esperienza a dir poco surreale. Siamo su un aereo a elica da trenta posti di fabricazione russa. I sedili di ciniglia a rombi beige. Una scommessa non da poco arrivare a destinazione. Vibra ogni singolo pezzo di latta che compone questo rottame e le eliche fanno un rumore assordante per non dire inquietante.

Siamo in autobus verso Khiva. Parlo poco e quando posso scrivo. Fuori è buio e non si riescono a cogliere tracce del paesaggio che stiamo attraversando. Per fortuna il polmone su cui abbiamo viaggiato è riuscito ad atterrare… a un certo punto annaspava come se avesse esaurito la scorta d’aria che gli era concessa per la giornata.
Mi fermo qui che il bus sobbalza troppo per continuare a scrivere.

Khiva

Difficile scrivere di Khiva riuscendo a sintetizzare senza sminuire la preziosità di quello che si è visto. La città ha anime diverse che sembrano emergere a seconda delle ore del giorno. Appena arrivati, dopo cena, abbiamo fatto una passeggiata: buio intenso, pochi lampioni di luce fioca, stelle luminosissime. Per il resto una città fantasma; quasi un set cinematografico con pochissimi segni di vita vera. Solo qualche sporadica luce alle finestre. Per il resto una maestà evidente anche se difficile da cogliere fino in fondo. Fascino o tristezza? L’immagine della città-museo sembrava veramente l’unica possibile con tutte le domande e le perplessità che un concetto del genere inevitabilmente suscita. La visione delle cose è sicuramente cambiata con la luce del giorno. La città si è riempita, brulicante di vita. Turisti si, ma soprattutto locali. Gli unici stranieri oltre noi tre o quattro giapponesi, Luigi Berlinguer con la moglie e il gruppo terribile di vecchietti italiani che erano con noi sull’aereo. Khiva è una città che lascia senza fiato per lo sfarzo del potere.

Riprendo dopo una lunga pausa. Come al solito non sono capace di scrivere un diario giorno dopo giorno e i tempi del gruppo sicuramente non aiutano. Adesso sono le 23.30 del 17 agosto, scrivo dal letto del mio albergo di Bukhara. Raccoglierò i pensieri strada facendo, cercando di trascurare il meno possibile e provando a ricostruire paesaggi e sensazioni.

Dicevo che Khiva lascia senza fiato per lo sfarzo del potere. Un potere che cogli nelle sue sfumature sia sublimi che feroci, nella contraddizione costante fra sfarzo e crudeltà, raffinatezza e barbarie.
Il contrasto fra le costruzioni polverose di terra rossastra e la minuzia delle decorazioni di maiolica fa girare la testa. I blu, i bianchi, i verdi si stagliano contro un cielo quasi metallico, senza una nuvola, costantemente spazzato da un vento salvifico. La decorazione della maiolica è così ricca e intricata che quasi si perde la consapevolezza che manchino rappresentazioni di esseri viventi. L’intreccio di fiori, arabeschi e scrittura è sorprendente, da capogiro, di una ricchezza quasi incomparabile.

Abbiamo visitato un harem, l’harem dell’emiro. Uno sfarzo senza pari. Un grande cortile, la composizione architettonica del caravanserraglio – che in realtà è la stessa della madrassa. C’è un grande cortile interno completamente maiolicato, rigoglioso di fiori e piante, un trionfo di blu. La prima stanza sulla destra, vicino alla porta d’ingresso, è quella del khan poi, distribuite su due piani, le stanze delle sue quattro mogli. Dai piccoli terrazzi del piano di sopra si vede la porta d’ingresso, l'apertura verso un mondo precluso. Forse un tempo quelle finestre avevano una grata di protezione o una tenda da cui le donne potevano spiare, guardare, sognare senza essere a loro volta viste.
Ho avuto una strana sensazione di familiarità, una sorta di bizzarro deja vù. Ero da sola su un terrazzo del secondo piano e, mentre guardavo la porta d’ingresso, mi ha avvolto una strana malinconia: un commiato, uno strano miscuglio d’invidia e nostalgia per un confine vicino, tanto più vicino quanto più invalicabile. Era come una scena lontana, ma già vissuta. Come se quella donna che guardava la preclusione per un mondo lontano e vicino insieme fossi proprio io, ma in un tempo diverso e difficle da afferrare. È stato un momento strano, spaesante. M’incanta la luce del sole che scende, quel momento poco prima del tramonto. La sabbia dei mattoni di cui sono costruite queste città prende una tonalità fra l’arancio e l’oro, calda e avvolgente.

Del mercato di schiavi di Khiva il presente racconta una storia pacificata; una menzione veloce, come se non fosse uno dei motori che ha per secoli mandato avanti la città. Eppure, per qualche strana ragione, il naso si riempie dell’odore di sudore e sangue e l’idea di una crudeltà irrefrenabile, senza controllo e senza freni fa salire un brivido gelato lungo la schiena.
Di nuovo una strana fascinazione per una dimensione indubbiamente immorale. Questo potere senza limiti e senza condizioni che fa fiorire le arti e la cultura e, al tempo stesso decide insindacabilmente della vita e della morte senza il minimo scrupolo resta assolutamente incomprensibile e quindi per questo intrigante.

In autobus verso Shakhrisabs. Distese sterminate di cotone.
Alla destra della strada ad un certo punto – chissà dove – un mercato di bestiame, soprattutto magrissime mucche e montoni.
Chilometri di campi di cotone, dicevo. L’Uzbekistan è il secondo o il terzo produttore al mondo. Eppure non c’è una donna locale che vesta abiti di cotone; i tessuti sintetici imperano, puzzolenti e sbrilluccicanti sotto questo sole che non perdona. Nel bazar delle stoffe di Khiva non ho trovato neanche un quadratino di cotone. Rotoloni di stoffe venivano giù dagli stand del mercato come grandi tendoni teatrali, allegri e luminosi, ma al tatto solo la sensazione un po’ viscida e scivolosa del sintetico di terza categoria. Forse è un dettaglio irrilevante, ma secondo me è abbastanza significativo della situazione socio-economica del paese. Un paese la cui composizione sociale resta indecifrabile; con una povertà diffusa e uno stipendio sociale di 50 dollari al mese. Quello che continua a sfuggirmi di questo posto è proprio la gente. Chi sono, che fanno, come vivono? Quelli che abbiamo incontrato sembrano fare da cornice al sipario di questo micromondo di turisti, davvero piccolo, ma evidentemente in grado di garantire la sopravvivenza.

Bukhara

È la sera del 20 agosto e sono a Samarcanda. Mi sembra una cosa incredibile da scrivere, quasi impensabile. Raggiungere finalmente un posto che si è aspettato per tanto tempo.
L’albergo è un vecchio caravanserraglio mal ristrutturato. Cerco di spogliare il cortile degli stucchi bianchi e grigi, dei tavoli di legno chiaro e dei finti marmi e provo a dar ascolto solo alle vibrazioni che questo posto magico continua a suscitare. Ho ordinato una birra, gli altri sono andati a fare una passeggiata e io ho deciso di regalarmi questa serata per scrivere, subendo ancora una volta il fascino senza fine dei viaggiatori di altri tempi. Per certe cose mi rendo conto di essere un’inguaribile romantica.
Come era facile da prevedere, il diario giorno per giorno si è arenato quasi ancora prima di partire, quindi procedo in quello che forse è l’unico modo possibile: per flash, emozioni e sensazioni.

Le donne meritano senza dubbio un occhio privilegiato. Sono il colore di questo paese in tutte le loro manifestazioni. La presenza sovietica ha influenzato anche il costume; molte vestono all’occidentale, molte portano il capo scoperto. Le più portano una sorta di vestito “tradizionale”, tra virgolette visto che più o meno la foggia è comune, ma il tessuto è l’onnipresente e puzzolentissimo sintetico in tutte le sue possibili declinazioni. Il modello più diffuso – dai colori rigorosamente sgargianti – è un abito lungo, stretto in vita e con la scollatura tonda, con o senza pantaloni larghi che sbucano alle caviglie e in testa un fazzoletto legato morbidamente dierto la nuca.
Agosto è il mese dei matrimoni e quando si pensa ai matrimoni, si pensa inevitabilmente alle spose. Ne abbiamo incontrate tantissime: di giovani, di tristi, di emozionate; tutte con pomposissimi vestiti di similplastica, madide di sudore e sbrilluccicanti sotto questo sole inclemente. Siamo gli ospiti speciali di decine di filmini in scene bizzarre di metateatro con telecamere e macchine fotografiche puntate le une contro le altre. Ne abbiamo viste in processione a Sitorai Makhi Khosa, il giardino d’estate trionfo del kitsch e rifugio dell’ultimo emiro di Bukhara.

Mi concedo una parentesi a proposito di donne prima di tornare alle spose. Pare che in questo giardino d’estate l’emiro venisse con il suo harem, le cui ragazze erano ospitate in una palazzina a ridosso di una piscina. Nei giorni di grande calura le invitava a nuotare e lui saliva su un piccolo padiglione costruito a mo’ di torre di vedetta e le contemplava al bagno. Se ne trovava una particolarmente attraente le lanciava una mela, questa la raccoglievano e passavano insieme il resto della giornata per il grande piacere dell’emiro. Chissà se era lo stesso anche per la ragazza?!

Tornando alle spose, quando ci incrociavano – noi come tutti gli sconosciuti che porgono loro gli auguri – ringraziano inchinandosi per tre volte, ogni volta piegando il busto un po’ di più. Ogni volta un inchino più profondo, più lento e affaticato. Pare che come segno di particolare bellezza si dipingano con la matita nera la congiunzione delle sopracciglia; devo ammettere che non è un gran bello spettacolo, ma de gustibus… Ancora spose ne abbiamo incontrate a Shakhrisabs che giravano intorno alla statua di Tamerlano, al braccio del marito novello, gli occhi bassi e un codazzo più o meno fitto e rumoroso di celebranti. Se la scena degli sposi vestiti di plastica che girano in tondo attorno alla statua smisuratamente grande del condottiero si aggiunge al caldo torrido, la luce abbagliante e una mini orchestra di ottoni e percussioni che ci ha accolto all’arrivo a Shakhrisabs, allora ci si accorge che non mancava veramente niente per sentirsi catapultati nell’atmosfera surreale di un film di Kusturica!!

A Khiva abbiamo incontrato Iroda. Passeggiavamo in direzione della porta Sud della città vecchia dove ci avevamo detto che in qualche modo avremmo trovato il margine fra il meraviglioso scenario dell’antichità e la vita vera. Le strade polverose, le donne in chiacchiera alla porta di casa, un uomo accovacciato su un divano-letto sotto una tettoia. A un certo punto, fra le varie foto ai bimbetti per strada, le loro richieste di “pen” e “bonbon”, una ragazza dal viso tondo e lo sguardo gentile ci ferma – come tanti altri, del resto – per chiederci da dove veniamo. La sorpresa arriva quando lei ci invita a entrare a casa sua visto che ama molto gli stranieri. Parla un inglese pulito ed educato; ci dice che studia lingue all’universita di Urgench (inglese, francese e giapponese); ha vent’anni e alla fine dei suoi studi vorrebbe lavorare con i turisti. Entriamo in casa sua, la prima stanza è allungata, alla sinistra un lungo letto-divano di fronte a un televisore in bianco e nero che capta un segnale pessimo. In fondo, su una specie di palco rialzato, stende dei cuscini e ci invita a sederci. Poi no, ci dobbiamo alzare e spostarci. Per terra ci sono tappeti e nella stanza dove ci fa entrare ce ne sono anche alle pareti. Su un armadio c’è un piccolo albero di Natale di plastica decorato e poi dimenticato. Fa molto caldo. Questo stesso posto l’inverno deve essere una ghiacciaia: il tetto è di lamiera ondulata, a Khiva l’inverno nevica e a volte capita che manchi il gas per il riscaldamento. Ci sediamo per terra intorno a un lungo tavolo basso; ginocchia e piedi occidentali e disabituati cercano di incastrarsi nel modo più garbato e disinvolto possibile. Iroda ci offre il tè. Ce le serve porgendoci le tazze con una mano sul cuore. Le tazze sono semivuote in segno di riguardo; la possibilità di versare il tè all’ospite più di una volta qui è segno del desiderio di prolungare il tempo della sua compagnia. Una tazza colma fino all’orlo significa, invece, che è ora di andare. I gesti di Iroda hanno un garbo disarmante. Le chiediamo dei suoi studi, del tempo, del turismo a Khiva. Lei si allontana per un attimo e poi torna con un pacchetto in mano: le lettere e le cartoline che i suoi amici di ogni parte del mondo le hanno spedito una volta tornati a casa. I suoi amici sono i turisti che nel corso del tempo sono passati davanti a casa sua e lei ha invitato per il tè. Troviamo un modo gentile per accomiataci e proseguiamo verso il tramonto. Mi scende addosso uno strano velo di tristezza. Forse il risvolto melanconico di ogni momento di grande poesia. Adesso anche noi siamo entrati nel novero dei suoi amici, i nostri nomi sono scritti sul quaderno che ha a margine le foto di giovani rockstar giapponesi. Se c’è una grande magia in questa meravigliosa spontaneità, c’è anche una strana punta dolorosa che rimanda a un senso di grandissimo isolamento. Per fortuna Iroda è una di quelle giovani donne a cui è concesso un piccolo spazio per lavorare alla costruzione dei propri sogni. Conta ben poco, ma sono sicura che non la dimenticheremo.

Come sarà difficile dimenticare Narghisa (che mi spiega che in italiano significa Narcisa). Un viso intraprendente, gli occhi verdi e una cicatrice scura sullo zigomo sinistro. Vende piatti di ceramica sulla vecchia Via della Seta a margine del bazar di Bukhara. È vestita tutta di rosso, foulard e calzini inclusi e nonostante le sette di sera, il caldo e il sintetico profuma di bucato. La incontriamo diverse volte nei giorni che siamo a Bukhara; ha a tracolla una borsa dell’Opera Romana Pellegrinaggi. Mentre aspetto Maria Pia per andare a fare l’hammam, mi siedo in un angolo della strada alla fine della Via della Seta e non lontano dal Registan e mi metto a scrivere. Lei mi viene vicino, si siede accanto a me e comincia a chiacchierare. Parla un inglese sorprendentemente corretto e disinvolto. Le chiedo dove ha imparato. È giovane, ma ha l’aria un po’ vissuta. Mi dice che qui in Uzbekistan le scuole non sono buone e quello che sa l’ha imparato con i turisti. Mi dice che l’anno prossimo cambia lavoro, s’è stufata di lavorare per strada, forse un giorno aprirà un grande negozio tutto suo. Una voce la chiama, “è mia mamma”, mi dice e corre via. Un quarto d’ora dopo è di nuovo in giro che passeggia con le sue amiche. Nel frattempo è arrivata Maria Pia, ci chiede se conosciamo la strada che dobbiamo fare, le diciamo di no e lei si offre di accompagnarci. Ci dice che lei va all’hammam due volte a settimana, il mercoledì e la domenica, la mattina presto. A metà strada incrociamo un ragazzino, gli chiede se va nella nostra stessa direzione e se può indicarci la strada. Lui cammina due passi davanti a noi con lo sguardo serio. Arrivati a destinazione ci indica la porta, si gira e se ne va.

L’hammam è il regno delle donne. Un luogo di gesti e complicità ancestrali. Il bagno turco di Bukhara è un edificio del Quindicesimo secolo che, se non fosse per le bacinelle di platica colorata allineate in fondo alla prima rampa di scale, potrebbe essersi perso in qualche remoto angolo di passato. La donna che lo gestisce ha l’aria di essere una persona di polso, di quella gentilezza decisa di chi generalmente ottiene quello che vuole. È robusta e, seduta con tutto il suo peso su un letto-divano, controlla la situazione. Il bagno turco ha sette stanze di cui due non in funzione, la temperatura è perfetta. La nudità, gli archi a sesto acuto e i segni dell’uso mi trasportano fuori dal tempo. È incredibile come fra pubblico e privato ci siano due mondi che sembrano assolutamente inconciliabili. Al di là delle barriere delle porte si aprono universi sconfinati di cui noi a volte abbiamo soltanto un piccolo assaggio. Dopo aver sudato tutti i pensieri cattivi, sono stata lavata e strofinata da una ragazza dai seni torniti, la pancia tonda e il viso gentile. Movimenti e sensazioni fuori dal tempo; un senso di pace che riconcilia con l’universo. Finiti i lavacri di rito, sono stata massaggiata, pizzicata e schiaffeggiata da cento chili di donna caduta dentro un gigantesco camicione nero a fiori colorati. Dopo avermi rigirata come un calzino, mi ha massaggiato viso e orecchie, la mia testa sprofondata nel suo immenso seno morbido e accogliente. In tutto questo, un sottofondo inverosimile: Maria Pia e la matrona dell’hammam disquisivano della storia del partito comunista uzbeko e italiano in una lingua franca indecifrabile.

Samarcanda

L’arrivo a Samarcanda mi ha fatto un grande regalo. La sola idea di essere arrivata qui mi ha messo l’irrequietezza. Dopo una doccia veloce, con Gianluca ci siamo avviati verso la città vecchia e siamo arrivati alla Moschea di Bibi Khanum proprio mentre il sole cominciava a calare. I mattoni di terra rossastra avevano cominciato a prendere una tonalità dorata e l’invetriatura della maiolica a sbrilluccicare. Un silenzio magico: non c’era nessuno se non noi. In lontananza una radio con musica pop uzbeka. Un posto suggestivo e imponente con una bellissima legenda che ne arricchisce la storia. Bibi Khanum, la moglie favorita di Tamerlano, voleva fargli un regalo al ritorno dalla sua vittoriosa campagna in India del 1399. Decide allora di commissionare la costruzione di una grande moschea. L’architetto, incantato dalla sua bellezza, le chiede in cambio un bacio. Bibi Khanum risponde che, visto che tutte le donne sono uguali, può baciare una qualsiasi delle sue serve: pur cambiando l’esterno quel che c’è dentro è lo stesso. L’architetto risponde scaltramente che pur essendo esternamente la stessa cosa, fra un bicchiere d’acqua e uno di vino c’è una bella differenza! Bibi Khanum, colpita dalla logica ferrea dell’argomentazione, si lascia baciare su una guancia. Nonstante la mano frapposta tra il suo viso e le labbra dell’architetto, il bacio incriminato lascia un marchio indelebile sulla guancia della regina. Al suo ritorno Tamerlano scopre il misfatto e s’infuria. Butta giù l’architetto dalla cima del minareto; lui, però, ingegnoso, si costruisce un paio di ali e, invece di precipitare, vola via verso la sua terra d’origine. Generazioni di donne, però, pagano ancora oggi per l’ingenuità di Bibi Khanum. Tamerlano, infatti, da quel giorno, diffidando sia della bellezza femminile che della debolezza degli uomini, decide che le donne non si facciano vedere a volto scoperto se non dagli uomini della propria famiglia. È così che nasce l’obbligo per le donne musulmane di portare il velo ogni volta che si trovano in uno spazio pubblico. L’incontro con la moschea al tramonto è stato veramente suggestivo. La luce è quello strano silenzio ci hanno regalato il privilegio di sederci su una panchina ad aspettare che il tramonto del sole facesse cambiare il colore a ogni cosa, concedendoci anche la tranquillità di chiudere gli occhi e provare a immaginare come potesse essere questo posto quando pullulava di vita vera e risuonava dell’eco del canto del muezzin.

Della Samarcanda precedente a Tamerlano non resta nessuna traccia se non una collina polverosa chiamata Afrosiyab; è la zona in cui sorgeva la città prima che arrivasse Gengis Khan a raderla al suolo. Di Omar Kayyam quindi solo una suggestione lontanissima che chiede all’immaginazione un enorme sforzo per provare a ricostruire lo scenario in cui viveva.
La serie di distruzioni e rinascite che caratterizza la storia di tutte e tre le principali città dell’Uzbekistan è sorprendente: una volontà ferrea di continuare a vivere nonostante tutto. È una delle storie che abbiamo sentito raccontare più spesso e che ritornata con poche variazioni nel corso dei secoli. Prima gli arabi poi i mongoli poi i russi poi i bolscevichi. Quello che si vede oggi è al 90% una ricostruzione degli ultimi quarant’anni. Una ricostruzione talmente minuziosa che ha riproposto anche la patina d’invecchiamento del tempo. Una delle madrasse al centro di Bukhara ha sul frontone la irreligiosissima rappresentazione della versione locale della fenice. Lo stesso animale si trova anche sulla bandiera uzbeka (insieme ad un batuffolo di cotone e una spiga di grano). Mai simbolo fu più adatto a rappresentare la pervicace volontà di sopravvivenza di questi posti e questo popolo.

Forse la cosa che davvero mi ha colpito di più in questo viaggio è quella di essere approdata in un paese molto poco islamico, soprattutto pensando alle manifestazioni esteriori che spesso si associano a questa idea. Da quello che avevo letto su più di un libro, la recrudescenza di un Islam radicale avrebbe dovuto essere uno degli elementi intorno ai quali si andava costruendo un senso di identità nazionale. Mi ero quindi immaginata una forza visibile e pervasiva. Avendo visitato nel passato diversi paesi in cui l’Islam è un elemento costituitivo dell’organizzazione statale, devo dire che sono rimasta decisamente stupita. L’assenza di segni visibili è macroscopica; se la libertà di costumi non sorprende – pensando anche a paesi con regimi religiosi, ma moderati come la Turchia – un elemento banale come la totale assenza della chiamata alla preghiera diventa piuttosto sorprendente. Finora aveva rappresentato per me una sorta di elemento familiare che contribuiva a scandire le ore del giorno – un po’ come le campane da noi – la sua totale assenza mi ha quindi un po’ disorientato.
Quello che non riesco a capire è se il revival religioso ultra-conservatore esista davvero, ma si insinui in qualche modo dal sottosuolo o se si tratti di una retorica globalizzata che serve al doppio scopo di creare alleanze internazionali e a segnare uno spazio identitario autonomo che in qualche misura contribuisce a mantenere le distanze da Mosca. Credo che questo discorso legato alla costruzione di un’identità collettiva sia il più interessante, ma anche il più difficile da decifrare. Dopo dieci giorni in questo paese mi sembra di poter dire di aver visto molto e non aver capito quasi nulla! Quello che mi sembra veramente difficile è riuscire a capire come veramente funzionano le cose. Una sensazione forte e abbastanza chiara è quella di trovarsi in un paese che vive una situazione di regime. Per certe cose la sensazione è stata simile a quella che ho avuto in Tunisia, dove mi sembrava di vivere in una strana bolla di sapone dalle mille orecchie e i mille occhi. Un posto in cui va tutto bene, non succede niente eppure c’è sempre qualcuno che da qualche parte muove i fili e decide in che direzione si debba andare. È vero che non abbiamo avuto grandi contatti con la gente, ma piccoli segni lasciano intendere che i margini per il dissenso e le opinioni diverse da quella ufficiale non siano poi così elastici. Ho letto che ci sono soltanto una televisione e un giornale, entrambe controllati dallo Stato. Una cosa che in effetti mi ha colpito è che gente che legge il giornale non se ne vede da nessuna parte. I vecchietti, seduti all’ombra di pergolati di vite altissimi, giocano a backgammon, non hanno mai il giornale, non se ne vedono neanche nei caffè o nei posti pubblici. La percezione è quella di uno strano miscuglio fra indolenza e assopimento, una sorta di consapevole rassegnazione che mette una sensazione di grande disagio. Un altro elemento difficile da inquadrare ma chiaramente legato all’eredità sovietica, è la difficoltà a individuare la struttura sociale del paese; la distinzione di classe sembra quasi inesistente; quanto meno non ci sono segni visibili, mascroscopici né nel vestiario né nei beni materiali. Da quando la Daewoo ha stabilito in Uzbekistan una delle sue principali filiali, alla gente è stato caldamente consigliato l’acquisto di automobili locali, una politica autarchica degna delle migliori retoriche di regime.
Un elemento che forse può contribuire a fare qualche distinguo – anche se non so bene in quale direzione – è il grado di “occidentalizzazione” che caratterizza soprattutto le donne e che in genere si manifesta con visi eccessivamente truccati, scarpe con tacchi o zeppe da trampolieri e gonne troppo corte. Orribile, mi rendo conto che suona proprio come lo stereotipo europeo delle donne dell’Est, eppure qui se ne sono viste molte, più o meno giovani, con o senza denti d’oro.

Un’altra cosa che mi ha molto colpito rispetto alla difficoltà di capire la diffusione della religione nella sfera socio-politica è la presenza costante di manifestazioni semplici, ma rituali – per certi versi quasi superstiziose – della religiosità popolare. Nella tomba di Daniele e a Sha-I-Zinda a Samarcanda o ancora nel santuario Sufi di Bagouddin Nachshabandi subito fuori Bukhara la gente si ferma a pregare e compie gesti rituali perché gli auspici siano positivi e i desideri si avverino. Per lo più poi si tratta di fare tre giri intorno alla reliquia del caso, esprimere un desiderio e confidare nella sacralità del luogo perché questo si avveri. Nel santuario di Bagouddin Nachshabandi si deve passare per tre volte sotto le radici contorte di un vecchissimo albero di gelso; a Sha-I-Zinda bisogna assicurarsi che i gradini che portano al complesso monumentale siano trentasei sia all’andata sia al ritorno.
È forse per questo che una cosa che non ci è mai mancata in questo viaggio sono le benedizioni. E anche questo è stato piuttosto insolito rispetto alle esperienze che avevo avuto in precedenza in altri luoghi di culto islamici. Ci hanno lasciato entrare ovunque, ci hanno permesso di assistere alla benedizione rituale, anche noi donne e perfino con la testa scoperta. La cerimonia è molto semplice: c’è un Imam – senza barba, qui di “barbuti” non ne ho visti – seduto con le gambe incrociate e con delle pagnotte di pane al suo fianco. I fedeli si dispongono attorno a lui, lasciano un’offerta – chi denaro, chi frutta, chi pane – le mani accostate e aperte verso l’alto guardano verso il cielo. I gesti della preghiera che accompagnano la benedizione sono semplici e commoventi. L’officiante, con in testa lo zucchetto quadrato nero e bianco tipico di queste parti, recita una lunga litania al termine della quale le mani un gesto circolare passano sul viso – dagli occhi verso le guance – con un movimento simile a quello che si fa quando ci si lava la faccia. È un gesto di grande efficacia simbolica: sembra che con la grazia di Dio appena ricevuta ci si tolga dalla testa i cattivi pensieri. Alla fine della preghiera l’Imam spezza il pane, tutti ne mangiano un boccone e vanno via. Subito arriva un altro gruppo e la cerimonia ricomincia.
Un’altra preziosa benedizione ci è arrivata poco prima di ripartire: una signora accompagnata da tre bimbetti luridi in cambio di qualche spiccio ha cosparso noi e i nostri bagagli del fumo profumato di erba medica che bruciava in un barattolo di latta tutto nero sospeso a uno spago in modo da fare un’incensiera rudimentale.

Un altro fattore che contribuisce a rendere complicato il processo di identificazione di questo paese è legato alla scrittura. Paese musulmano a partire dall’Ottavo secolo, l’Uzbekistan ha utilizzato l’arabo come principale strumento di comunicazione. La colonizzazione russa al tempo degli zar ha poi introdotto il russo come lingua ufficiale accanto all’uzbeko che utilizzava l’alfabeto arabo per la scrittura. Con l’arrivo della dominazione bolscevica e la conseguente messa al bando della religione, l’arabo è diventato fuori legge in quanto lingua legata all’Islam e l’uzbeko si è dovuto traslitterare da quel momento con l’alfabeto cirillico. Uno dei primi gesti simbolici di emancipazione dalla Russia con l’indipendenza del 1991 è stata l’abolizione del cirillico e l’introduzione dei caratteri latini per scrivere l’uzbeko. Fino a vent’anni fa a scuola le lezioni erano in russo, oggi sono in uzbeko. Da quello che più o meno ci è stato possibile carpire tra le righe dalle parole delle guide, è che, nonostante tutto, il russo continua a essere la principale lingua franca. Al tempo stesso, però, ci sono grossi limiti nella comunicazione fra diverse generazioni visto che, anche genitori e figli, hanno imparato a leggere e scrivere in lingue diverse. La presenza di tutti questi piccoli-grandi nodi ingarbugliati fa dell’Uzbekistan un paese assolutamente intrigante, per certi versi incomprensibile; una realtà a cui andrebbe dedicato tempo e studio per cercare di avere un barlume della complessità della trama che lo costituisce.

A questa lunga serie di impressioni, manca solo il racconto della mezza giornata che abbiamo passato a Urgut. Un mercato gigantesco, una sorta di sconfinato bazar regionale che è un vero e proprio tripudio di puzze e colori. Le stoffe, le trine, le scarpe, i tappeti sintetici, la frutta. Enormi sacconi di plastica trasparente pieni di pannocchie bollite. Metri e metri di tessuti sintetici di ogni colore, vestiti confezionati e vestaglie porpora di finto velluto. E l’onnipresente fumo grasso degli shashlik che sfrigolano sulle graticole a partire dalle nove del mattino. Un uomo seduto su un letto sgangherato coperto da una coperta di “broccato” taglia a fettine decine di cipolle che poi accumula su un pezzetto di lenzuolo. Banchetti e venditrici ambulanti; strade sconnesse e rigoli di acqua puzzolente. La fetta di melone più saporita e profumata che abbia mai mangiato. Tantissime tette di donne grassissime ti vengono addosso per passare in pertugi inesistenti fra la calca rumorosa e promiscua. Uno spaccato di vita coinvolgente e contraddittorio rispetto agli eleganti sipari predisposti per i turisti nelle città storiche.
Un viaggio importante che mi ha aperto occhi e cuore su una parte di mondo di cui conoscevo poco o nulla. Un ulteriore spiraglio su un Islam che, man mano che lo sguardo si approssima e cerca le sfumature, si rivela estremamente frastagliato e complesso.
Incontri di occhi e di cuore che solleticano la curiosità, alimentano l’irrequietezza e spingono a pensare alla prossima partenza.