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In Siria si va per vivere atmosfere, sentire melodie arabe dalle autoradio, guardare paesaggi, assaporare cibi speziati, godere della ospitalità dei locali.
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La guardia che mi controlla il passaporto appena atterrato ad Aleppo mi fa subito capire che il paese dove sono arrivato ha molti nemici e una polizia pervasiva. Da dietro ai suoi baffi neri l’uomo sfoglia e risfoglia il mio passaporto, poi mi guarda dritto in faccia e mi domanda se in effetti il colore dei miei occhi è marrone. Inizio a innervosirmi. Combatto lo stato d’animo mettendomi a sorridere nella maniera più cordiale possibile. «Che lavoro fa?», mi chiede nel suo inglese semplice e chiaro. Sulla cedolina che mi è stata data sull’aereo ho scritto «impiegato». Con gentilezza specifico che sono bibliotecario presso uno studio legale, mentre dentro di me inizio a pensare con timore a tutti i timbri israeliani che avevo sul vecchio passaporto, quasi potessero materializzarsi su quello nuovo… Chi vuole entrare nella Repubblica Socialista Araba di Siria non deve avere sul passaporto i timbri dello Stato sionista, da sempre nemico dei siriani. I due paesi si sono combattuti in quasi tutte le guerre del Medio Oriente, da quella del 1948 a quelle, disastrose per la Siria, del 1967 e del 1973. La tigre israeliana ha azzannato il suo nemico in maniera spesso incauta ma sempre decisamente efficace. Il conflitto ha causato alla Siria la perdita delle importanti alture del Golan, un altopiano che sovrasta il lago di Tiberiade e rappresentava una postazione strategicamente preziosa per le forze armate di Damasco. Uno dei tanti nodi del processo di pace in Medio Oriente passa proprio da quelle alture. Israele accetterebbe forse di restituirle parzialmente o comunque di tornare alle frontiere internazionali sancite dalla Conferenza di Losanna del 1923, che stabilì il confine del mandato francese sulla Siria a pochi metri dalle rive del Lago di Tiberiade; i siriani vorrebbero, invece, tornare alla linea armistiziale del 1948. Anche sulle procedure negoziali i due nemici sono divisi: Israele condiziona la restituzione del Golan al raggiungimento di un accordo complessivo sul controllo delle fonti idriche; la Siria antepone a qualunque trattativa il completo ritiro dai territori occupati. E’ la grande questione dell’acqua che pare sarà la causa delle future frizioni tra gli Stati dell’area. Passato finalmente indenne dal controllo delle autorità di frontiera, esco dal modesto edificio dell’aeroporto. Appena fuori, assisto a scene di gioia per noi inusuali : gente in lacrime che saluta l’arrivo di giovani donne velate, abbracci vigorosi e regali che passano di mano in mano. L’autobus piuttosto moderno su cui salgo mi condurrà nel centro di Aleppo, la più importante città del nord, famosa per il suo immenso e incontaminato suq e per lo storico Baron Hotel, il primo vero albergo del Medio Oriente. Sull’autobus faccio la conoscenza di Salah, un simpatico ragazzo locale che ha vissuto per qualche tempo in Italia e in Germania dal fratello. Mi spiega che la Siria è un paese diverso dal nostro, più povero, e sente quasi il bisogno di scusarsi per il fatto che i telefoni cellulari non funzionano per chiamare l’Italia ma si possono usare solo per fare chiamate interne. Con un sorriso di circostanza mi dice che questa è la politica… L’autogrill dove ci fermiamo per fare colazione, sono le sei del mattino, è una bella costruzione moderna dallo stile tipicamente orientale, con la facciata scandita da finestre a punta e abbellimenti di varia natura. Si può comprare pane caldo, bere l'ottimo the, oppure acquistare una bibita locale. Mi stupisce la quasi totale assenza di bevande straniere, eccezion fatta per uno strano tipo di cola proveniente dal Canada. Le bibite siriane hanno lattine dai colori sgargianti e si chiamano “Mandarin” o “Venezia”; oltre ai soliti gusti si fanno largo sciroppi al sapore di fragola, mela e ciliegia, dolcissimi e ultragassati.
L’arrivo ad Aleppo svela una città con una periferia di belle case orientaleggianti in costruzione e un centro piuttosto sporco e pieno di edifici cadenti o in rovina. La faccia di Hafez Assad ci accoglie praticamente in ogni piazza della città, e già lungo la strada dell’aeroporto ho notato la statua del compianto presidente, morto poco più di un anno fa. Salah dà indicazioni all’autista di un decrepito taxi Toyota (a occhio e croce avrà circa 20 anni di vita e almeno 800.000 Km nel motore) per farmi raggiungere il Syria Hotel, proprio vicino al prestigioso ma ormai fatiscente Baron. Quanto costa un taxi in Siria? Per ora offro un dollaro per aver percorso circa due kilometri, e l’autista pare soddisfatto. Il Syria Hotel è adatto ai viaggiatori indipendenti in cerca di una stanza che non superi i 15 Euro al giorno. Il signore con i consueti baffoni neri che mi accoglie è gentile e mi consente di controllare le stanze, e i bagni, per scegliere la “migliore”. La scelta non è affatto facile, perché quasi tutti i sanitari delle stanze che osservo hanno perso il bel bianco lucente da almeno 15 anni… Decido di fermarmi, nonostante dalla finestra della mia stanza la vista sulla città presenti il cumulo di macerie di un enorme palazzone, probabilmente abbattuto per fare spazio a chissà quale futura costruzione. Esco per le strade di Aleppo, curioso di fare il confronto con le altre città arabe che ho visitato in passato, come Il Cairo, Amman, Nazareth o Gerico. Mi salta subito agli occhi la scarsità di merci occidentali in vendita e la mancanza dei cartelloni pubblicitari con gli splendidi sorrisi di ragazze e ragazzi che pubblicizzano questo o quel prodotto. Gli unici sorrisi che si vedono in giro sono quelli appena abbozzati del presidente Hafez Assad e di suo figlio, e successore alla presidenza, Bashar. Giovane, laureato in medicina con specializzazione in oftalmologia, appassionato di computer e dell’Inghilterra, dove ha vissuto per molti anni, Bashar è stato costretto alla politica dalla prematura scomparsa del fratello maggiore Basel, morto in un incidente automobilistico da alcuni ritenuto sospetto. Appena arrivato al potere il neo Presidente ha liberato 600 prigionieri politici, sollevando grandi speranze di cambiamento in un paese da sempre governato con il pugno di ferro. Clamorosa è stata, poi, l’autorizzazione alla pubblicazione concessa al quindicinale Sowt al-Shaab (La voce del popolo), organo di stampa del Partito comunista siriano: per la prima volta dal 1971 i cittadini siriani possono leggere un giornale che non sia direttamente pubblicato dallo Stato o dal partito di governo Baath (Partito socialista arabo). In realtà la struttura del potere rimane quella creata dal padre, e questo ostacola la rapida trasformazione in senso democratico del regime. Tuttavia Bashar è già riuscito a imporre, nonostante le riserve dei servizi di sicurezza, l’allacciamento della Siria a internet, come prima tappa di un vasto piano di modernizzazione tecnologica dell’apparato informativo statale. Le strade di Aleppo sono popolate di gloriose automobili che in Europa sono ormai difficili da vedere, come le solidissime Fiat 124 e 125 e le vecchie Peugeot 504, tanto in voga anche nei paesi africani per la loro attitudine a essere trasformate in taxi collettivi da 9 passeggeri: 2 davanti, 4 dietro e 3 nel bagagliaio abilmente trasformato con l’installazione di un sedile ulteriore. Anche i collezionisti di auto americane si stupirebbero di fronte alle ben tenute Cadillac, Pontiac e Buick di chissà quali anni. E, infine, il prodotto che attesta le vecchie alleanze sovietiche della Siria: le Lada di divertenti colori come il magenta o il beige che danno quel tocco di est Europa che avevo già respirato in alcune piccole città della Grecia e a Cuba. E’ la modernità tecnologica sovietica, che tanto ha dato a questo paese mediorientale. A chi lo accusava di essersi alleato con un Paese di senza Dio, il Presidente Assad rispondeva: «importiamo la tecnologia sovietica, non l’ideologia». E infatti, mentre ospitava circa 6000 tecnici sovietici, il regime siriano incarcerava con assoluta intransigenza i più accesi oppositori comunisti. Oggi i tecnici russi rimasti sono stati affiancati da una miriade di commercianti, come attestano le insegne in cirillico di numerosi negozi di Aleppo. Questi mercanti, spesso improvvisati, hanno trovato in Siria un’occasione di guadagno facile: comprano artigianato locale e vendono merci “made in Russia”, agevolati dal fatto che la loro attività non è soggetta a tassazione. I commercianti, però, non sono gli unici russi a essere arrivati da queste parti: ci sono anche bianchissime “signorine” venute ad allietare le serate dei siriani. Stupisce notarle per le vie di Aleppo e Damasco dopo il tramonto del sole. Sulla strada per il suq devo attraversare un pericolosissimo incrocio, congestionato dalle auto e privo di semafori, che qui sono molto rari. Eccomi immerso nuovamente nei ricordi automobilistici di infanzia: vecchie Simca, una Fiat 131 che va avanti per miracolo, Mercedes antidiluviane. Solo di recente hanno incominciato ad arrivare i nuovi modelli giapponesi, grazie all’abbassamento dei pesantissimi dazi doganali che ne impedivano l’acquisto da parte dei cittadini siriani. Le auto che impazzano e l’assenza di semafori mi riportano alla mente un incrocio sotto le finestre di un hotel del Cairo dove ogni tanto mi perdevo, nel frastuono dei clacson impazziti, a contemplare le vecchie auto che si sfioravano. Una delle caratteristiche delle città arabe è proprio la guida spericolata degli autisti e la rarità dei semafori, anche se qui ho visto qualche poliziotto intento a dirigere il traffico. In questo paese soldati e poliziotti sono a ogni angolo di strada, anche se ben pochi di loro sembrano occupati in qualche attività. Si tratta per lo più di ragazzi giovani, molto presi dal loro ruolo ed evidentemente istruiti a essere cortesi e disponibili con i turisti: quando chiedo un’informazione a uno di loro per raggiungere la moschea principale mi indica la strada con cortesia e mi saluta regalandomi due caramelle! In un’altra occasione un soldato di guardia a un edificio pubblico è intervenuto in mia difesa contro un tassista inferocito che non voleva accontentarsi del prezzo precedentemente pattuito. Inutile dire che alla sola vista del militare l’autista si è placato e, dopo aver tentato una debole protesta, si è “convinto” delle mie buone ragioni... La presenza di tanti poliziotti si spiega in due modi: l’evidente maggiore controllo a cui sono soggetti i cittadini di un paese governato da una dittatura e il classico intervento dello Stato che si fa carico del problema della disoccupazione. Già il primo ministro laburista inglese Wilson allargò gli organici della polizia britannica in questa ottica. Insomma, Assad come Wilson... Passo in una via di vecchi edifici oramai decrepiti ma dalle facciate su cui si affacciano splendidi balconi di legno intarsiato e grandi finestre all’inglese. Per strada moltitudini di uomini e donne vendono merci di ogni tipo: ci sono ragazzini che fanno i lustrascarpe, altri che espongono orologi, calzolai all’aria aperta con tutti i loro strumenti di lavoro. Il famoso sapone di Aleppo, venduto in mattoncini di forma irregolare di colore verde-marroncino, viene esposto al pubblico in altissime, e apparentemente fragili, strutture piramidali. Mi stupisce la maniera in cui è venduto il pane, messo a raffreddare sui cofani delle auto o direttamente sui luridi marciapiedi e poi buttato in sacchetti di plastica. Un vero colpo per noi italiani che già ci scandalizziamo in Francia per l’abitudine di consegnare il pane a malapena avvolto in un pezzo di carta e portarlo sotto braccio esposto a tutti gli strusci del caso… Insomma, la Siria quasi come la Francia!
In fondo alla stradina dei venditori di sapone si apre un enorme spazio, oggi una caotica stazione di autobus e minibus, che una volta ospitava antiche case, moschee e giardini. Proprio lì di fronte, protetta da due imponenti bastioni esagonali, si apre la principale porta di accesso al suq, la Bab Antaki (Porta di Antiochia). Ai tempi dei romani qui iniziava il decumano, e ancora oggi il suo tracciato è una delle principali direttrici del suq. Si passa sotto la porta per una via acciottolata, molto accidentata a causa degli enormi buchi che attestano l’inizio dei lavori di rifacimento della pavimentazione. Questo splendido mercato è probabilmente il più originale della regione. Niente a che vedere con quello di Istanbul o con quello di Gerusalemme, troppo frequentati dai turisti per non vendere merci che si possono trovare anche in occidente . L’odore di curry, cardamomo, anice, caffè tostato e menta guida il visitatore per questo labirinto di vie, anch’esse ricoperte di foto del presidente Assad e di suo figlio Bashar. Mi fermo a fotografare un veloce pasticcere intento a produrre dolci di pastafrolla e pistacchio. I colori delle stoffe e dei tappeti persiani sono infiniti e talmente economici da farmi venire voglia di spendere subito il grosso dei miei soldi. D’altronde da queste parti "l’affare della vita" sono in molti a farlo: quando uno dei commercianti mi dice, in italiano, che Torino, la città dove abito, si trova non lontano dalla Valle d’Aosta, gli chiedo incuriosito dove ha imparato la mia lingua e come fa a conoscere così bene la geografia del nord-ovest dell’Italia. Divertito, il venditore mi spiega che periodicamente alcuni commercianti di Aosta arrivano ad Aleppo per comprare oro lavorato e argento, attratti dai prezzi molto convenienti, per non parlare poi della seta e dei tappeti persiani provenienti dal vicino Iran. Fin dall’epoca romana Aleppo è stato uno dei più importanti centri del commercio mondiale. Ai tempi della Via della seta, quando Aleppo era la porta tra Oriente e Occidente, la famiglia di Marco Polo aveva casa in un caravanserraglio del suq. Il primato di centro degli scambi del Mediterraneo rimase intatto fino alla prima guerra mondiale, quando con il Mandato francese iniziò il declino della città. Ancora oggi nel suq regna un’atmosfera unica. Le offerte gridate dai venditori si accompagnano alle discrete e interminabili contrattazioni, assolutamente indispensabili per acquistare qualsiasi cosa. Sembra quasi che la trattativa sia più importante dell’affare stesso. Persino quando mi avvicino all’emporio di un venditore di olive, per prenderne un sacchetto, vedo gente che tratta per ottenere qualche oliva in più! Il valore delle merci, in effetti, è uno dei misteri più affascinanti dei mercati arabi. I prodotti non hanno un unico prezzo, ma almeno due: quello del venditore e quello dell’acquirente. Solo quando, in seguito a trattative che possono durare anche un’intera mattinata, le due posizioni si incontreranno, allora l’affare potrà concludersi con reciproca soddisfazione. Il mercato è diviso in aree dove sono concentrati i venditori di prodotti simili, tant’è che si può parlare di più suq: la zona delle spezie e quella dei venditori di stoffe, il mercato dei gioiellieri e quello dei calzolai, il suq dei macellai e quello dei mobilieri,... La maggior parte dei commercianti è costituita da artigiani che hanno la bottega subito dietro il negozio, e non è raro vederli all’opera con strumenti e macchinari d’altri tempi. L’intreccio di vie rende particolarmente difficile l’orientamento, e certo non aiuta il fatto di trovarsi quasi sempre al chiuso: il suq di Aleppo è, infatti, il più vasto mercato coperto del Medio Oriente, e l’atmosfera di penombra che costantemente vi regna (tagliata solo dai fasci di luce che penetrano dalle finestrelle aperte nelle volte dei soffitti) contribuisce ad aumentare ulteriormente il fascino del luogo. All’interno del suq si trovano numerose moschee dai nomi evocativi (come la moschea di Qaiàn o della cicogna, e la at-Tuteh o moschea del gelso) , scuole coraniche, caravanserragli, latrine, bagni pubblici e persino un ospedale, il Maristan Arghun al-Kamili, che all’epoca della sua costruzione (1354) era uno dei più avanzati del mondo. Quando alla fine esco dal suq mi ritrovo ai piedi dell'imponente cittadella, massima vestigia della Aleppo medievale. Mi siedo a osservarla dal dehor di una delle caffetterie sottostanti. Ordino un piatto di hommos, saporita pasta di ceci condita con olio di oliva di ottima qualità, e mi godo l’ombra del tendone cercando riparo dalla calura della torrida estate mediorientale. Attorno a me vecchi siriani giocano stancamente a backgamon fumando profumati narghilé. La visita della cittadella costa 300 £. siriane, equivalenti a circa 7 Euro. Per chi è in grado di dimostrare di essere studente il prezzo è, però, di 10 volte inferiore, così come in tutti i musei e siti archeologici della Siria. La cittadella si eleva in cima a una collina rocciosa, ideale per installarvi una postazione difensiva. Edificata dagli arabi e distrutta dai mongoli durante l’assedio del 1260, venne ricostruita dai mamelucchi in modo da renderla impenetrabile: la collina venne completamente circondata da un profondo fossato; la ripida scarpata fu totalmente pavimentata in modo da ostacolarne la scalata; al posto del ponte levatoio venne edificata una struttura fissa di pietra protetta da torri e porte poste in modo tale da rendere impossibile ai nemici lo sfondamento con l’ariete. L’efficacia dell’apparato difensivo spiega perché i crociati, dopo aver conquistato mezzo Medio Oriente, ad Aleppo furono costretti a fare marcia indietro.
La Siria è uno di quei paesi dove è meglio cambiare i soldi nelle banche o negli appositi uffici di cambio perché, almeno per la mia esperienza, i privati o i negozianti offrono condizioni peggiori. Le banconote siriane sono molto divertenti e colorate; ritraggono i monumenti nazionali più celebri, come le rovine romane di Palmira con il ritratto della regina Zenobia e la moschea omayyade di Damasco, oppure riportano le opere moderne più importanti, come le dighe e gli edifici pubblici più prestigiosi. La banconota da 1000 £ è forse la più significativa perché il personaggio ritratto è, manco a dirlo, il compianto presidente Assad che, peraltro, all’epoca dell’emissione del biglietto era vivo e vegeto. Le banconote sono una delle tante spie che ci fanno capire in che paese siamo…quando inizieremo a vedere la faccia di un nostro presidente sulle banconote italiane significherà che le famose riforme istituzionali di cui tanto si è parlato avranno veramente preso una brutta piega! Decido di andare a cambiare i miei dollari al Baron Hotel, dove, mi hanno detto, c’è un ufficio di cambio che offre i tassi più convenienti della città. La storia del Baron è quella dei Mazloumian, famiglia di armeni scappati dalla Turchia nei primi anni del ‘900 per salvarsi dalle persecuzioni razziali. A quei tempi Aleppo era la seconda città dell’Impero Ottomano, eppure non si trovava altro alloggio che nei dormitori dei caravanserragli, niente più che un pagliericcio e una brocca per lavarsi. Abili imprenditori, i Mazloumian approfittarono della vivacità mercantile della città e nel 1911 inaugurarono il primo vero albergo del Medio Oriente, costruito su progetto dell’architetto armeno più alla moda nella Francia della belle époque. Ancora oggi è possibile vedere l’ampio vestibolo, gli specchi ormai opachi, l’imponente scalone, la sala delle feste, il vecchio pianoforte quasi completamente privo di tasti e la mappa del Medio Oriente dove il Libano non esiste e la Siria a sud-ovest confina solo con la Giordania. Nel libro degli ospiti si possono leggere le firme di Lawrence d’Arabia, Agatha Christie, Charles Lindbergh, Theodore Roosevelt, i reali di Svezia, il generale Allenby, David Rockfeller, Pier Paolo Pasolini e Roberto Rossellini. Mi fermo a prendere un the sulla terrazza e penso a quanto la decadenza di oggi renda lontano il passato del Baron.
Ripercorrendo il suq incontro Abdel, un ragazzo metà francese e metà siriano che parla un divertente italiano. Lui e il suo amico Hossein stanno restaurando la madrasa Mokaddamiye, la più antica scuola coranica di Aleppo, risalente al 1168. Mi fanno visitare l’edificio dove si trovano vecchissime edizioni del Corano splendidamente rilegate e antichi tappeti consunti ma di ottima fattura. La scuola si sviluppa attorno a una corte nella quale trova posto una grande fontana e su cui si affacciano le finestre delle piccole celle degli studenti. Ammiro le finestre dalle splendide grate in legno, la cui finissima lavorazione contrasta con l’austera semplicità degli interni: un giaciglio sul pavimento e un piccolo tavolo. Nelle stanze comuni i soffitti in legno, riccamente decorati con motivi tipicamente orientali, tradiscono gli antichi fasti che lentamente vengono riportati alla luce dal lavoro dei restauratori. Abdel mi chiede se sono interessato a visitare una antichissima sinagoga a pochi passi da lì e io, assolutamente inebriato dall’idea di scoprire le tracce di vita ebraica in Siria, accetto con entusiasmo. Gli ebrei siriani erano una delle comunità più antiche della zona ma le vicende politiche li hanno portati a emigrare verso gli Stati Uniti e, in misura molto minore, verso lo Stato d’Israele. Proprio da Aleppo veniva Shaul Cohen che dopo essere emigrato in Egitto ebbe un figlio, Eliahu, nato il 16 dicembre 1924 ad Alessandria d’Egitto. Eli Cohen, così è chiamato ancora oggi, è stata la più grande spia israeliana in terra straniera. Nel 1961 Eli si spacciò per un ricco commerciante siriano di nome Kamal Amin Taabet che, dopo aver fatto fortuna in Argentina, aveva deciso di ritornare in patria. Grazie alla perfetta conoscenza dell’arabo, anche se con una leggera inflessione egiziana e all’addestramento seguito nel Mossad, Eli Cohen riuscì a venire in contatto con le alte sfere militari e politiche siriane, entrò a far parte del partito socialista arabo Baath, che ancora oggi governa la Siria, e divenne uno stretto confidente del Primo Ministro dell’epoca, Amin al-Hafez. Dal 1962 al 1965 Eli trasmise via radio da Damasco a Tel Aviv preziose notizie relative alle postazioni di difesa siriane sul confine con Israele (distrutte nel novembre del 1964 grazie alle sue informazioni), i piani della guerriglia palestinese di attacco nel nord di Israele e i progetti di deviazione delle acque del Giordano per togliere allo Stato ebraico una delle principali fonti di acqua. Le sue informazioni risultarono importantissime per la fulminea conquista da parte israeliana delle alture del Golan nella guerra del 1967. I sospetti dei servizi segreti sovietici portarono alla fornitura ai siriani di tecnologia avanzata per le intercettazioni radio. In gran segreto il controspionaggio siriano mise in giro false informazioni molto allettanti per gli israeliani e per un giorno vennero totalmente interrotte le trasmissioni radio nel paese. Eli Cohen venne sorpreso dagli agenti siriani mentre trasmetteva le false notizie in Israele dalla radio della sua casa di Damasco. Venne processato da una corte militare e impiccato il 18 maggio del 1965, in mezzo a una folla di 10.000 persone, con un cartello di proclami antisionisti appeso al collo. Il suo corpo senza vita rimase appeso per 6 ore e l’intero “evento” venne trasmesso in televisione. La sinagoga è una delusione: l’unica traccia evidente è una targhetta con consunte scritte in ebraico e l’altare dove venivano custodite le leggi. Oramai questo edificio è diventato il cortile di una moschea e dal vicino minareto il Muezzin recita la preghiera 5 volte al giorno. Abdel mi conduce poi alla bottega di suo padre. La sua famiglia è proprietaria, oltre che del negozio, di molti altri edifici della zona, che il mio nuovo amico mi mostra con un certo orgoglio. Mi vorrebbe convincere a comprare una collana in argento per la mia fidanzata e mi offre del caldissimo thè alla menta. Resisto alle sue insistenze mentre lui mi mostra la foto di suo padre ritratto vicino al presidente francese Chirac e mi parla dei rapporti tra Francia e Siria. Poi, malinconicamente, mi spiega che il turismo nel suo paese è ostacolato dalla guerra con Israele. Gli occidentali vedono di cattivo occhio la Siria soprattutto a causa dell’appoggio dato agli Hezbollah e per le ambizioni egemoniche esercitate sul Libano. Abdel mi dice che i siriani aspettano ingenuamente. Mi chiedo cosa. Ma la risposta mi viene subito in mente: i siriani aspettano la restituzione del Golan...
Ad Aleppo c’è anche una numerosa popolazione cristiana, armena e maronita, costituita soprattutto da rifugiati armeni fuggiti dalla Turchia nei primi del Novecento. I cristiani si stabilirono a Jdeide, un quartiere che attualmente è, però, popolato in maggioranza da musulmani. I disastri edilizi degli ultimi 50 anni hanno lasciato in piedi solo qualcuna delle antiche case, dei vicoli pavimentati a ciottoli e coperti da volte di pietra, delle vecchie chiese che un tempo erano la caratteristica della zona. Percorro una bella strada pedonale piena di venditori di the e di pistacchi. Poi la mia attenzione viene destata da una piccola pasticceria che espone i dolci locali. Come sono i dolci siriani ? Entro di getto e ne compro un sacchettino. Il pasticcere sorride e mi chiede da dove vengo. Io rispondo con decisione: «Italia». Lui mi guarda ridendo : «Ah Italia, Massimo D’Alema». Io lo correggo e dico che ora il primo ministro è cambiato ma lui continua a sorridere e mi dice: «Massimo D’Alema, I am kurdish...». Esco con la coda tra le gambe: forse il pasticcere si ricorda così bene di uno dei tanti Presidenti del Consiglio che l’Italia ha avuto perché è curdo e non può dimenticare che l’Italia ha consegnato alla Turchia Ochalan, il leader del Partito comunista curdo a lungo esule a Damasco. I dolci siriani sono pieni di miele e hanno un ripieno dolcissimo a base di pistacchi tritati molto zuccherati, sono buoni ma dopo due pasticcini del genere credo di aver incamerato le stesse calorie che mi avrebbe fornito un vassoio di lasagne cucinate da mia madre. L’attrattiva principale della zona cristiana sono le splendide dimore patrizie. Oggi molte sono state trasformate in scuole armene, ma alcune sono ancora abitate dai discendenti degli antichi proprietari e per visitarle è necessario suonare e chiedere il permesso. La struttura è sempre la stessa: su tre lati del cortile si aprono i ricchi ed eleganti locali interni mentre al centro, presso l’entrata, si affaccia sul giardino l’ampia zona destinata al ricevimento degli ospiti con copertura a forma di arco e sedili di pietra o di marmo rivestiti di cuscini. Ahmed, un giovane incontrato per strada, mi fa entrare in una di queste antiche case, raccontandomi la storia dei cortili e delle ricche famiglie armene che le abitavano. Gli armeni, mi dice, non sono che una delle numerose etnie che vivono in Siria. Lui appartiene alla minoranza sciita, che costituisce appena il 2% della popolazione. Anche la famiglia Assad appartiene a una minoranza, quella alawyita, che conta l’11% dei siriani. I sunniti, dice Ahmed, sono la maggioranza, e odiano gli alawyiti. Sorpreso dalla sua confessione mi faccio avanti e gli domando: «Non temi che un giorno questo paese possa fare la fine della Yugoslavia o del Libano?». «No» mi risponde «è impossibile, in Siria tutto quanto è sotto controllo». Ripenso alle foto di Assad e alla massiccia presenza della polizia in moltissime zone della città; rivedo la severità del soldato che controllava il mio passaporto. Piccoli segnali del pugno di ferro siriano. Ma un viaggiatore non va in Siria per carpire i segreti delle carceri di Palmira, dove pare vengano rinchiusi i prigionieri politici. In Siria si va per vivere atmosfere, sentire melodie arabe dalle autoradio, guardare paesaggi, assaporare cibi speziati, godere della ospitalità dei locali. Tutte cose molto lontane dai discorsi del giovane Ahmed.