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Viaggio di Luca Sivieri in Cina

Un viaggio di cinquanta giorni alla volta dell’oriente con i soli mezzi di terra. Attraverso le campagne dell'Ungheria e dell'Ucraina fino a Mosca. Dalla grande capitale sul transmongolico verso la taiga e la steppa, per raggiungere Beijing, Hong Kong e Shanghai, contagiato dalla simpatia delle persone e da piccole avventure quotidiane. Ancora sul treno, nella valle delle religioni e sulle strade che tagliano il kazakhstan e si infilano nuovamente in Siberia per piegare infine verso l’Europa. Trentamila chilometri in solitaria per raccontare di una terra lontana ma estremamente ospitale, che forse un giorno dominerà il mondo.

  • Itinerario: Mosca - Ulan Bator - Pechino - Hong Kong - Shanghai - Xiahe - Astana - Omsk

  • Periodo: 14 luglio - 31 agosto 2007

  • Giorni: 49

  • Tipo di viaggio: da solo

  • Mezzi di trasporto: treno, autobus, auto, nave

  • Km percorsi: 29.674

  • Costo: 2.288 euro

14-17 luglio - in treno da Torino a Mosca

Nonna

Lei non è più. Era mia nonna. Non credo che da lassù mi guardi mentre mi allontano da lei. Allora penso a quando, sì, poteva vedere suo nipote farsi grande. In questi giorni abbiamo sfogliato i nostri ricordi di famiglia e ho conosciuto fatti e persone che avevano riempito la sua semplice esistenza. Della nonna non dimenticherò:
- i colpi di scopa stampati sul muso del frenetico cane Floki
- l'uovo sbattuto preparato durante ogni tappa del Tour de France
- quella volta in cui mi fece bere l'acqua del torrente
- il sorriso annegato nel torpore degli ultimi giorni
Ma per avere nuovi ricordi, dobbiamo sommare nuove esperienze ed è quello che, lentamente, mi appresto a fare, all'inizio di questo lungo viaggio. Il treno sta lasciandosi alle spalle il Monte Rosa. Per trovare una vetta più alta mi toccherà coprire oltre ventimila chilometri. Mi chiedo se lei li abbia percorsi nel corso della vita.

Lo zaino

Molte volte mi sono sentito chiedere: "ma tu come fai a portare così poco nei tuoi viaggi?" Ecco allora la composizione dello zaino da 40 litri che mi sarà compagno fedele per più di un mese. Ho diviso gli oggetti in quattro gruppi:

VESTIARIO
5 mutande
4 magliette
1 polo
2 pantaloni lunghi
1 felpa
1 paio di scarpe

IGIENE
Spazzolino da viaggio
Dentifricio piccolo
Spazzola richiudibile (alla fine occupa quanto un pettine)
Lamette e schiuma da barba piccola
Tagliaunghie
Shampoo
Cerotti
Ciabattine da doccia
Asciugamano
Federa (mi servirà?)
Sacco a pelo leggerissimo (forse nel gruppo sbagliato...)

DOCUMENTI E CARTACEO
Passaporto
Carta d'identità
Carta di Credito
Contanti
Foto Tessere

Guida
Mappa
Dizionarietto
Atlantino del mondo (sempre utile per fare conversazione)
Libri di lettura da abbandonare una volta letti
Quadernino per appunti con alcune penne

ELETTRONICA
Macchina foto con obbiettivo di ricambio
Cavalletto
Caricabatterie
Schede SD di ricambio (totale 7 GB)
IPod con caricabatterie
Macchina foto compatta con caricabatterie

Chop

Sento che a Chop, la piccola città che ospita il confine tra Ungheria e Ucraina, il mio viaggio inizia davvero. Penso ci siano diverse ragioni per affermarlo. Il caldo abbraccio dell'Unione Europea si scioglie e l'orologio avanza di un'ora. Ma la ragione principale la scoprirò presto. Il nostro treno procede a rilento nella notte stellata. Veniamo condotti verso una sorta di sala operatoria illuminata da potenti fari. Adesso rammento che lo scartamento dei binari è più ampio nell'ex Unione Sovietica. Immagino che il territorio per lo più pianeggiante non richiedesse grandi curve e allo stesso tempo un treno più largo potesse trasportare meglio i grandi quantitativi di provviste alimentari necessari alla sopravvivenza delle regioni orientali. I vagoni superstiti vengono agganciati da due torri per ogni lato e sollevati di un metro. Decine di operai lavorano alacremente per sostituire i carrelli, mentre cresce la nostra curiosità. Scendo con Nat per catturare qualche scatto. Sulle prime siamo un po' timidi, ma poi veniamo invitati dai ferrovieri a osservare il loro lavoro. Rapidissimi, in meno di un'ora terminano la loro fatica. Tutti i treni, a tutti i confini dell'ex-impero, subiscono lo stesso trattamento. Un lavoro immane, eppure inevitabile. Quanto costerebbe cambiare lo scartamento di uno dei due sistemi? Nemmeno posso immaginarlo. E allora grazie ancora per averci permesso di continuare il nostro viaggio, sempre comodi sullo stesso vagone. L'avventura è cominciata.

18-23 luglio - in treno tra Mosca e Ulan Bator

Il treno dei mercanti

A dispetto della luce pungente che spazza la sera moscovita, il treno per Ulan Bator appare come una macchia marrone in continuo movimento. A oscurare persino la bianca livrea dei controllori sono i pacchi di tutte le fatte che sciamano lungo i vagoni. Li trasportano freneticamente donne e uomini nerboruti, dallo sguardo tagliente che parla di una destinazione esotica, una di quelle che fanno sognare i bambini davanti all'Atlante. Mentre la periferia della grande capitale ci scivola accanto, il treno è attraversato da un unico fremito. I mercanti del Transmongolico devono decidere il posizionamento della merce. Munktzetzek è una di loro, con i suoi 35 anni segnati da troppe incertezze. Con un largo sorriso mi accoglie nello scompartimento dove sono già seduti Nara e Sambo. Così raggiungiamo la notte, la prima delle cinque in attesa lungo la ferrovia. Nessuno di noi si conosce ma il calore mongolo, come lo chiama Nara, pervade l'aria e presto si crea la più naturale intimità. Anche Sambo ha 35 anni e a Mosca ha appena concluso l'accademia militare. Nara è invece la mamma dello scompartimento. Professoressa di lettere in pensione, dall'alto del suo bel profilo ci veglia come la chioccia fa con i suoi pulcini e ha parole dolci per tutti.

Fitte nuvole basse ci consegnano una fresca mattina e con lei i primi mille chilometri. Tra una tazza di tè e qualche dolcino di Nara, Munktzetzek si prepara. Lei è uno dei tanti mercanti che hanno fatto di questo treno la propria casa. Intuendo le grandi possibilità del mercato globale, questi nomadi del nostro tempo comprano i capi d'abbigliamento in Cina per poi lanciarsi nella quotidiana avventura di un viaggio lungo due settimane sperando, tra l'andata e il ritorno, di realizzare tre volte il prezzo d'acquisto. E' un lavoro massacrante per via dello spostamento continuo e richiede molta concentrazione perché sono solo pochi minuti al giorno a decidere della propria fortuna. Il treno concede infatti solo poche fermate e non tutte sono fruibili. Se si giunge di notte, nessuno accorre a comprare; se la milizia è di guardia, i mercanti non scendono. A volte accade che la polizia li costringa fuori dalla stazione; in altri casi, autorità più compiacenti chiudono un occhio e lasciano che si operi dal lato dei binari.

Munktzetzek apre le scatole. Il suo campionario spazia dalle camicette kaki senza manica alle colorate scarpe da ginnastica. Ci comunica il prezzo al quale venderà ed è orgogliosa di renderci partecipi dei suoi affari. Come tutti i colleghi, possiede uno strumento essenziale, il manichino. A decine, durante questa prima mattina, vengono vestiti e appesi all'interno dei vagoni, che diventano una caleidoscopica esposizione di moda. L'arrivo di una stazione è attesa con notevole anticipo. Al momento giusto, mani veloci staccano i manichini dai finestrini per appenderli all'esterno o portarli con sé sulla banchina. Le contrattazioni hanno inizio, mentre il crudele conto alla rovescia è già partito. Ogni città ha la sua storia da scrivere: a Perm una folla investe i mercanti e tra centinaia di occhi che si cercano frenetici, vestiti e banconote passano di mano velocemente; la milizia presidia Barabinsk impedendo ogni affare, mentre la notte veglia su Yekaterinburg. Munktzetzek ci mostra con orgoglio la calza che porta sempre legata alla vita, sotto i pantaloni. Nasconde il denaro che questa vita da nomade le regala. E dalle due labbra scappa un sorriso mentre, con consumata sapienza, conta i fasci di rubli: oggi non è andata poi male.

Quando il buio si avvicenda alla coltre di nubi, appare però la vodka e i mercanti cercano di fuggire verso il sogno di un'esistenza diversa, che probabilmente non sarà mai. E' il lavoro che sanno fare e rende bene. In quattro brindano seduti accanto ai corpi addormentati di Nara e Sambo, semplici viaggiatori come me. I loro occhi sono lucidi, si lasciano cadere uno sull'altro impegnati in canti sgraziati. Infine crollano nelle rispettive cuccette prima di diventare molesti. Il giorno però non li aspetta per riprendere la sua corsa e devono lottare con il mal di testa. Munktzetzek lascia che quel corpo dal quale ha preteso troppo sia cullato al suono del treno. Con la testa sotto il manichino e le sue poche cose a farle compagnia, resta tutto il giorno con lo sguardo perso nel vuoto. Fuori i chilometri sono quasi tremila. A Omsk il mercato è di un'imponenza spettacolare, mentre a Novosibirsk, lungo il grande fiume Ob, è la pioggia a far ristagnare le trattative.

Munktzetzek non se la sente di scendere e Nara le insegna come pungersi con l'ago i polpastrelli, fare uscire il sangue ed espellere l'alcol, ma non sembra funzionare. Deve essere qualcosa di molto più potente a risollevare la sua giornata. Batr è monaco buddhista a Ulan Bator e Munktzetzek deve averlo scovato in qualche remoto angolo del treno. Lo porta per mano nello scompartimento e prega tutti di uscire. Forse risulto invisibile o mi salva l'ignoranza della lingua, ma sono incredibilmente ammesso ad assistere al rito. Batr avrà poco più di 30 anni e porta una coloratissima borsa di tela. Si siede a gambe incrociate e ne estrae una scatola di metallo. All'interno tre dadi consunti sono adagiati sulla fodera in velluto. Il momento è solenne e Munktzetzek dà il via alle domande. A ognuna di esse Batr lancia i dadi, ne occulta il risultato e sospira. Poi emette la sentenza. Ignoro se i verdetti siano favorevoli o avversi, ma la giovane donna pare soddisfatta. A questo punto il monaco stappa un tubetto e cosparge di una scura polvere le scarpe di Munktzetzek. E' una benedizione per il buon successo negli affari. L'atmosfera si fa magica; Batr svolge una striscia di stoffa e centinaia di preghiere, incise su piccole pergamene, vengono stese sui sedili. Una boccetta di spirito è versata nell'acqua bollente e le luci si spengono. I miei occhi, però, hanno scrutato troppo e il libro che mi divideva da loro non deve averli tratti in inganno, cosicché anche a me viene chiesto di uscire. Non saprò mai come sia la benedizione di Batr, giacché ogni monaco ha un suo modo personale di impartirla, ma Munktzetzek è come rinata e allieta la terza notte siberiana con deliziose litanie della sua terra, quella terra che vede così poco. Intanto, lontano dai nostri sensi, il treno penetra nella taiga.

E' mattina a Krasnojarsk e dopo quattromila chilometri un raggio di sole bacia i mercanti. Per Munktzetzek si tratta degli ultimi affari in questo viaggio. Fra poche ore lei e il suo manichino scenderanno alla piccola stazione di Ilanskaya dove dormiranno una notte in attesa del treno verso Mosca, sul quale cercheranno quella fortuna che Batr ha loro predestinato. Accompagnata dai saluti di molti colleghi, Munktzetzek scende sulla banchina e si dilegua mescolandosi alla folla.

Dopo alcuni minuti il treno riparte, ma una donna è ancora impegnata nelle contrattazioni. Agitata, corre per risalire sul vagone, ma inciampa e cade. Le sue vesti la coprono mentre grida e si dispera. Gli occhi lucidi di quella donna che si allontana, simboleggiano la vita di questa gente forte e determinata, ma la cui debolezza può emergere improvvisa tra un bicchiere di vodka e un lancio di dadi. Mentre il treno si apre la strada verso il lago Bajkal, sento la mancanza della piccola Munktzetzek, della sua calza e del suo manichino, dei suoi aghi e del suo sorriso capace di affrontare qualsiasi difficoltà. Nella cavalcata verso la Mongolia, siamo tutti più soli.

23-25 luglio - Ulan Bator

Un picnic fra tradizione e modernità

Il sole brilla al tramonto sulla superficie di un fiume. Alti alberi chiazzano d'ombra la spiaggia erbosa. In acqua i bambini giocano. Lontano, qualcuno pesca. Un idillio che faremmo fatica ad associare alla Mongolia, terra aspra e avara di soddisfazioni, dal clima rigido ed estremo. Invece siamo a pochi chilometri dalla capitale e i miei ospiti stanno per preparare uno dei piatti nazionali: il khorkhog. Nei lunghi giorni a bordo del treno trans-mongolico da Mosca si hanno parecchie occasioni di conversazione. Incrociavo spesso una ragazza dal perfetto francese e ci raccontavamo qualcosa di noi in corridoio. Giorno dopo giorno Ronda e io ci conoscevamo meglio e arrivati a Ulan Bator a lei è sembrato naturale invitarmi a stare con la sua famiglia. In pochi minuti sono risucchiato nella calda atmosfera dei parenti in festa, giunti in massa alla stazione. Le celebrazioni continuano a casa e si materializzano in una colazione faraonica. Ora dopo ora mi sento sempre più a mio agio. Il padre Bold, vedovo, è un ex-pilota della Miat, la compagnia mongola di aviazione. Con orgoglio mi mostra le fotografie dei tempi che furono, splendidi bianco e nero che lo ritraggono nelle grandi capitali del mondo. Con lui vive Puce, figlio di Ronda, scatenato tifoso del Manchester United che si veste solo con la maglia di Rooney. Infine ci sono Ronda e Ochoo che fra dieci giorni coroneranno il loro sogno e si sposeranno nel migliore albergo del paese. Lei, che lavora come traduttrice e ha studiato a lungo nei paesi francofoni, ha grandi sogni da coltivare e questa città sembra piccola per contenere le sue ambizioni. Lui, senza lavoro, guarda al futuro fiducioso, con l'incoscienza e l'entusiasmo di chi ha tutto da costruire.

Mentre i giorni passano, si alza il sipario sulla Ulan Bator quotidiana tra una visita ai parenti e i preparativi per il matrimonio. La città sta vivendo un fermento impressionante. I vecchi palazzi del periodo filosovietico cadono a decine sotto i colpi delle ruspe giapponesi e coreane che promettono luccicanti grattacieli da far invidia alla Cina. La facciata principale del palazzo del governo ha precorso i tempi e oggi offre una struttura hi-tech che non sfigurerebbe in una megalopoli nord-americana; mi fermo a osservare una vecchia cartolina che ancora immortala le colonne in stile regime e capisco cosa intendono i locali quando parlano di salto di qualità. Anche se grandi e grigi viali dominano ancora la regolare geometria della città, alcune macchie di colore riescono già a infrangere la stantia e monotona rigidità del vecchio impianto. Sono i nuovi palazzi residenziali dove l'ascensore funziona anche di notte e le scale sono riscaldate. Lì vivono i nuovi ricchi, come Baiar, il fratello di Ronda, ingegnere alla Miat. Da lui ci attende l'airak, latte di giumenta fermentato e leggermente alcolico, frutto di una tradizione millenaria. Lo beviamo però davanti al nuovo televisore al plasma acquistato in Cina. Baiar è contento: viaggia spesso e presto accetterà l'invito in Europa di alcuni colleghi svedesi venuti qui per uno stage di due settimane. Anche lui ha il sogno del vecchio continente. In un'animata discussione, Bold ammette di preferire i tempi passati quando mancavano gli estremi e la povertà era accettabile perché condivisa e attutita da una serie di ammortizzatori sociali, ma Ronda non è d'accordo e dice di non poter rinunciare alle boutique di moda e ai ristoranti francesi. Nessuno tra le nuove generazioni si cura delle baraccopoli che lambiscono le Ramblas del centro, degli ubriachi che infestano la notte e della criminalità in aumento. E' il prezzo da pagare, secondo l'opinione comune, per il promesso salto di qualità.

E allora, ancora incerto sulla posizione da condividere, eccomi sfrecciare tra sguscianti automobili giapponesi verso il paradiso dorato del fiume Tuul Gol. Per preparare il khorkhog siamo chiamati tutti al lavoro: bisogna recuperare legna ed escrementi secchi per accendere il fuoco; dal fiume che, gelido, si fa strada verso la capitale si devono invece raccogliere alcuni sassi piatti. Il fuoco che adesso scintilla vivo ha il compito di renderli roventi. A questo punto vengono gettati uno a uno in due dita d'acqua fredda contenuta in una pentola a pressione. Sopra ogni sasso viene sistemato un pezzo di carne che così acquisterà un sapore intenso e del tutto particolare. Cavolo e patate riempiono la pentola prima della chiusura. Mentre si preparano i piatti, innaffiati dall'acqua che si è fatta brodo, ci si passa da una mano all'altra le pietre roventi: un toccasana per i problemi di stomaco, mi assicura Ronda, e anche un antidiuretico molto usato dai bevitori. Quando le zanzare prendono possesso del fiume è ora di lasciare gli avanzi ai cani randagi e di rituffarci tra i boulevard.

Anche di notte si lavora alla nuova Ulan Bator: le chiese volute dai coreani sono quasi terminate, i casino avanzano, gli hotel di lusso sovrastano le tradizionali ger. Ogni tanto anche Ronda è sorpresa dalla sua città e mi guarda soddisfatta. Bold ci porta allo Zaisan memorial dove la sera giovani coppie, famiglie e ragazzini scatenati si riuniscono e salgono in processione alla collina del milite ignoto, anche se probabilmente molti ignorano che il milite in questione è russo e celebra l'aiuto che la grande madre del comunismo ha donato durante la seconda guerra mondiale ai mongoli. Dall'alto di quegli interminabili scalini, Ulan Bator offre il suo sfavillio di luci; sullo sfondo la torre della televisione si illumina con fantasiosi giochi di colore e gli abitanti l'hanno già eletta a loro simbolo. "I ricchi ormai crescono vertiginosamente" sorride Ronda. "Lavorano all'estero e grazie alle rimesse permettono che qui, nelle steppe siberiane, cresca una piccola Shanghai. Il mio futuro? Vorrei tentare a Parigi o negli Stati Uniti, ma rimango alla finestra caso mai le tante promesse che ci stanno offrendo si materializzino". Tornando a casa dobbiamo salire otto piani a piedi e siamo ancora fortunati, c'è chi abita al quindicesimo. Nel vecchio palazzo sovietico l'ascensore ha il suo orario di lavoro, come un impiegato. Dopo le 22 si riposa e le è anche concessa la siesta tra le 14 e le 16. La doccia è sconsigliata perché anche l'acqua calda ha i suoi tempi e stanotte non lavora: si dormirà sporchi. Penso che Ronda dovrà guardarsi intorno per parecchi anni, perché il nuovo corso di Ulan Bator è appena iniziato e senza un consenso generalizzato. Forse le luci dalla collina illudono facilmente, ma fatico a immaginare un suo futuro qui. Intanto, per il viaggio di nozze, si vola in Europa dove i benestanti di Ulan Bator trovano già quel futuro cha tanto bramano.

26 luglio-2 agosto - Pechino

Il funerale del cane

Avevo letto dell'esistenza di un vecchio barbiere nei pressi del Jingshan Park e mi sono detto che dovevo trovarlo. Mi infilo in un vicolo e sono solo. Lungo il vicolo c'è un portoncino che conduce lo sguardo verso un passaggio interno su cui affacciano alcune case. Mi si avvicina un anziano signore, avrà ottant'anni. Gli spiego chi cerco, mi sorride, è lui! Vengo fatto accomodare su uno sgabello posto al centro della stradina e, visibilmente soddisfatto, il vecchio va in casa a prepararsi. Ne esce con una borsa da lavoro, la posa sopra un tavolaccio ed estrae il materiale: tutti vecchissimi arnesi di cui non sospettavo nemmeno l'esistenza. Sua moglie, nel frattempo, gli sporge una bacinella con l'acqua calda e il sapone. I movimenti di Jing Qui sono lenti ma sapienti e la sensazione che dà è piacevole, vorrei non finisse mai. A un certo punto, però, rientra la sua vicina accompagnata da una candida cagnetta dal nastrino rosa a correggerle un ciuffo ribelle. Si mettono entrambe di fronte a me e la donna estrae una bacinella più grande della mia calandoci dentro il cane. I minuti che seguono sono tutto un insaponare e strofinare che la cagnetta deve conoscere alla perfezione perché accetta ben volentieri. L'ammasso peloso viene poi deposto sul tavolo e avvolto da un capiente asciugamani che viene passato più volte sull'inerme animale. Adesso lei e io ci guardiamo, entrambi sotto i ferri, ma non devo starle simpatico perché comincia a ringhiarmi non appena il phon per la sua messa in piega entra in azione. Intanto i miei capelli vengono lavati con un getto d'acqua che non capisco da dove venga e l'odioso animale continua la sua lotta a distanza con quell'ospite che non gradisce.

La toeletta di questa cagnetta viziata e riverita simboleggia la costante crescita della cura per gli animali domestici, soprattutto i cani, che si registra in Cina. A Shenzen, nella zona più avanzata del paese, il capo di un'impresa ha obbligato i suoi operai a smettere di lavorare per andare alla ricerca del suo inseparabile compagno di passeggiate da lui stesso smarrito durante la pisciatina serale. Nonostante le proteste, le ricerche sono andate avanti per un giorno intero, ma i 100 uomini non sono stati in grado di rinvenire la preziosa belva. Ancora più assurda la storia di Lin, un ottantenne professore universitario della provincia del Sichuan, che ha speso 100.000 yuan (10.000 euro) per il funerale del suo cane. Per convincere l'impresa di pompe funebri, un po' riluttante sulle prime, ha pagato l'enorme somma in contanti. Tra le spese spicca quella di 18.000 yuan per il veicolo funebre. E' un'altra stravaganza che ci mostra come la Cina del boom economico abbia assunto le nostre stesse manie, quei gesti sconsiderati che sembravano essere un'esclusiva di paesi molto più a ovest (o a est?). I cinesi comunque, interpellati sull'argomento, hanno approvato l'operato di Lin, dichiarandosi anche favorevoli a un'eventuale legge per istituire cimiteri per gli animali domestici. Ancora scosso da questi pensieri, pago il vecchio Jing e mi dileguo nel labirinto degli hutong.

I giochi del buon cinese

Girando per viali e hutong di Beijing, leggendo i giornali e parlando con gli abitanti della capitale, è chiaro come le olimpiadi siano diventate veramente lo spartiacque fra ciò che non sarà più e il futuro della grande superpotenza. Tutto viene detto e pensato in funzione dell'immagine da dare ai due milioni di visitatori ma soprattutto ai tanti giornalisti presenti il prossimo anno per i giochi. I punti dolenti che le autorità hanno individuato e su cui stanno lavorando, vertono soprattutto su questioni igieniche ed ecologiche. La Cina sarà anche una grande potenza economica, ma in giro si sputa ancora, i rifiuti sono ammassati alla luce del sole e l'inquinamento ha raggiunto livelli impressionanti. Uno dei problemi centrali è quello delle toilette. Il governo della capitale ne ha fatto un punto fondamentale del suo programma. A Beijing si possono trovare più toilette pubbliche che fermate dell'autobus, sono dovunque e, agli angoli, è anche segnalata la distanza che ti separa dalla più vicina. In questi mesi stanno subendo tutte un accurato restyling estetico e funzionale. Passando anche negli hutong più miseri si notano gli operai al lavoro: addirittura stanno applicando le segnalazioni per i ciechi. In più sarà in vigore un costante controllo di qualità che coinvolgerà anche il personale addetto alla pulizia, che non sempre evidentemente operava in accordo con i nuovi standard del governo municipale.

La prova delle toilette potrebbe dunque essere veramente centrale, ma la battaglia olimpica si gioca anche in molti altri campi. Si sta cercando, ad esempio, di ripulire le stazioni della metropolitana dagli elementi "indesiderati" quali barboni e strimpellatori della domenica, che tanto inquinamento visivo e sonoro arrecano all'immagine di efficienza che si vuole consegnare al mondo. Un altro fronte è quello dei controllori del traffico. Sono un'istituzione e in città si trovano a tutti gli incroci, uno per ogni angolo. Protetti dalla divisa, pantaloni e cappellino blu e camicia marrone, agitano fieri la loro bandiera rossa che altro non fa che confermare tutte le direttive del semaforo. Ma loro si sentono importanti: quando ti fermi in bici vieni scrutato e capita anche che venga esaminato, più per curiosare che per censurare, il contenuto del cestino: una rivista sfogliata, un pacco agitato. Bene, adesso a questi vigili sarà imposto un codice di decoro: niente barba o capelli lunghi e bandita ogni stravaganza, tipo gioielli o sciarpe, in vista del grande evento. Un rimprovero che viene spesso mosso è anche quello di non sapere stare in coda. In effetti la situazione è molto peggiore anche di quella del nostro tanto vituperato paese, con schegge impazzite pronte ad avventarsi là dove bisogna arrivare, senza curarsi del danno arrecato agli altri. Ora, anche in questo caso, le Olimpiadi portano con loro il rimedio: è stato istituito il giorno per la fila ordinata. L'11 di ogni mese i cittadini della capitale dovranno mostrare di essere capaci di una coda a regola d'arte, per poi esibire questa loro destrezza agli occhi del mondo intero.

Ci sono poi risvolti più esplicitamente positivi. E' di pochi giorni fa la notizia che l'acqua della città è stata finalmente considerata potabile in tutta la municipalità, un bel successo e il primo caso a livello nazionale. In più si pensa di limitare al traffico il centro storico, in vista delle olimpiadi prima, per poi magari mantenere il divieto tentando di togliere Beijing dalla lotta per lo scettro di città più inquinata del mondo. Ancora, un progetto pilota per la produzione di energia eolica verrà messo in funzione per i giochi e già si stanno montando le pale poco fuori la capitale. Esiste infine un problema di lingua. L'inglese è poco conosciuto e tramite continui annunci si cerca di rastrellare gli interpreti necessari il prossimo agosto. In tutta la città le scritte bilingue sono comunque sempre più numerose e a tutti i tassisti è stata imposta, entro l'anno prossimo, la conoscenza dell'inglese di base. Non sarà facile, ma è l'ennesimo sforzo per riuscire a passare l'esame. Le olimpiadi sono uno dei più grandi eventi mediatici a livello mondiale e quando a ospitarli è chi ambisce a una poltrona tra i grandi, è naturale che l'approccio venga preparato con molta cura. Ma qui tutti sono sicuri che il buon cinese saprà piegarsi alle direttive che provengono dall'alto, anche con il rischio di rinunciare a qualche aspetto di una tradizione millenaria.

Scusi, come lo vuole il the?

Vincent Cassel, in un recente film di successo, si allenava a evitare i raggi laser degli antifurti a passo di danza. Ciascun aspirante visitatore della Città Proibita dovrebbe seguire il suo esempio per cercare di evitare tutti quei fili invisibili che uniscono fotografo e soggetto, immersi tra i palazzi del recinto imperiale. E' un lavoro sfiancante che richiede pazienza e che ha come segno del fallimento un gesto di disapprovazione del fotografo di turno. E' comprensibile, dunque, che uscito quasi indenne da questa prova abbia accolto con felicità le parole di due ragazzi cinesi che, in un inglese appena passabile, si informavano discretamente sul mio conto. Viene naturale in questi casi discutere degli argomenti più banali facendo due passi. Combinazione vanno nella mia stessa direzione e accetto ben volentieri la loro compagnia. Si tratta di due cugini, originari di Hangzhou a sud di Shanghai e in visita per la prima volta nella loro capitale. Mi insegnano alcuni ideogrammi e mi offrono il loro ombrello per ripararmi dalla pioggia. Siamo adesso in un'area di hutong a sud della piazza Tienanmen. E' una zona dove fervono i lavori preolimpici e si sta compiendo un'altra opera di demolizione dei tradizionali vicoli che ruotavano tutto intorno al palazzo dell'imperatore. Siamo in un posto turistico, al quale volevo dedicare una parte del pomeriggio.

I ragazzi sembrano conoscere bene la strada, ma non do il giusto peso a questa stranezza. Decidiamo di andare a bere un the e mi va bene, in effetti sono stanco. All'interno di un mercato coperto si sale una ripida scala e ci si ritrova in una specie di esposizione di pietre preziose, al termine della quale siamo introdotti in una piccola stanza quadrata. Sullo sfondo, due ragazze in vestaglia rossa e blu ci aspettano soddisfatte. Comincio a percepire che qualcosa non va, ma mi siedo con loro. L'acqua per il the sta bollendo sul fuoco e comincio a chiedere ai ragazzi se questo giochetto non ci possa costare un tantino caro. Loro negano, ma la tensione disegna adesso i loro sguardi. Allora chiedo la carta dei prezzi, che viene estratta e nascosta. La raccolgo e la scruto con sospetto. I prezzi vanno dai 3 ai 18 euro per una tazzina e non è chiaro in cosa consista la differenza. Mi tiro indietro, d'altra parte non ho ancora consumato nulla. I ragazzi cercano di trattenermi spiegando che non è caro, ma io dichiaro che non berrò qualcosa che vale più della mia stanza. Ormai i sorrisi si sono spenti nell'aria e non ci si riesce a guardare negli occhi. Loro mi dicono che vogliono provare e mi fanno sapere che si paga anche per osservare, allora apro la porta ed esco. Una delle ragazze in vestaglia mi accompagna, visibilmente infastidita, giù per le scale, ma io non mi dileguo, voglio aspettare i sedicenti cugini. A questo punto sono certo del tranello, ma mi premuro di verificare. La mia guida riporta che una delle fregature più in voga è quella di trascinare il turista nella sala da the, per bere e mangiare, salvo poi dichiarare di non avere soldi obbligando il malcapitato a saldare il conto per tutti. Mi si gela il sangue, sarebbe andata proprio così. I ragazzi non ci mettono molto a scendere. Io sono davanti a loro ma non mi degnano nemmeno di uno sguardo, alzano le spalle e si perdono tra gli hutong. Sorrido, alla fine è stato ancora più bello. Mi piace fidarmi delle persone e l'ho fatto, poi un sesto senso, dettato anche dalla parsimonia d'uopo in un lungo viaggio, mi ha fatto captare il rischio. Ma ho partecipato a tutto il processo. E' stato come essere trascinato sul ciglio di un burrone per poi scappare nella direzione opposta. Mi spiace ragazzi...poi io preferisco il the alla menta!

Tour della muraglia

La Grande Muraglia può essere osservata in numerosi punti lungo il suo percorso. Molti si trovano a poche ore da Beijing e quasi tutti sono bene attrezzati. Dopo un attento esame dei pro e dei contro, scelgo Mutianyu, che pare essere interessante e poco frequentato. Preceduto da un forte temporale arrivo nello spiazzo dei venditori. Da qui si hanno tre possibilità: continuare a piedi, prendere la funivia o farsi cullare dalla seggiovia. Incurante della pioggia che continua a cadere, decido di optare per gli scalini e ancora non immagino le implicazioni della mia scelta. Dopo la teoria dei bancarellari che spacciano magliette di Mao, libretti rossi e ventagli impresentabili, i gradini si fanno alti e ripidi. La pioggia ha smesso di disturbare l'ascesa, ma ha lasciato un cielo pesante come la mano di un dio cattivo pronta ad abbattersi sul malcapitato suddito con tutta la sua forza. Sono il solo a salire; ogni tanto incrocio qualche faccia soddisfatta che scende, mi chiedo come è salita. La fatica comincia già a farsi sentire e vedo le torri di guardia, a una distanza infinita, farsi beffe di me.

Allora decido di non pensare allo sforzo, di solito faccio così. Cosa posso inventarmi questa volta? Certo, i vincitori del Tour de France dal 1978! Sono sicuro di ricordarli tutti, e poi la maggior parte delle corse le ho seguite in diretta! Si comincia: 1978 Hinault, poi ancora lui, 1980 Zoetemelk eh non ci casco...intanto mancano 550 metri dice un cartello...uff. 1986, vince Lemond ma ricordo l'arrivo all'Alpe d'Huez, lui e Hinault mano nella mano, che bello! Ai 450 metri vengo informato che il parco è aperto al pubblico dal 1988, ah in quell'anno vinceva Perico Delgado, una meteora. Ormai il sudore ha preso possesso di me, avrò già salito più di 500 gradini, forse 1000, chi lo sa. Ah ecco, siamo al ciclo Indurain, facile, poi nel 1996 Rijs, dopo Ullrich, certo, poi Pantani, anche qui liscio come l'olio. Mancano 250 metri: un altro cartello, che noia! Il parco è ricoperto al 96% da vegetazione perenne, bla, bla, non ce la faccio più, devo concentrarmi sulla mia sfida; adesso arriva Armstrong, ecco voglio ricordare i podi così è più difficile, magari qualche tappa.

Quando leggo che anche Clinton nel 1998 è salito fino qui per dichiarare che non aveva mai visto nulla di così magnificente, sono vicino allo svenimento. Il sudore mi corre lungo tutto il viso e devo togliere gli occhiali che si sono inzuppati. Armstrong ha vinto l'ultimo tour nel 2005 e poi l'anno scorso Landys, no Pereiro, com'è poi finita? Oddio chi ha vinto l'anno scorso, sono rovinato, non posso cedere proprio adesso, devo ricordare e poi quest'anno, sono arrivati ieri, non ci ho capito nulla, tutti fuori...servirebbe a me un po' di quella roba!...oh, sono sbucato! La torre numero 10 è deserta, solo io a contemplare questo muro di contenimento che, come un serpente accovacciato, abbraccia tutta la foresta. E' un'immagine bellissima e sorprendentemente tranquilla. La mano pesante però è sempre sopra di me, umida e soffocante. Devo riposarmi e lo faccio dominando questa splendida opera dell'uomo, ma sono ancora turbato dal mio stesso gioco: chi ha vinto quel dannato tour de france dell'anno scorso?

L'amica nepalese

Il palazzo d'estate è la perla di Beijing. Avvicinatevi in punta di piedi, con la barca che si lascia alle spalle i grigi palazzi della periferia. Salite sul ripido ponte che domina il lago e perdetevi tra i sentieri imperiali. Un'isola, un giardino, una torre. Infine, annunciato dalla splendida barca di marmo, ecco il palazzo vero e proprio con i suoi passaggi segreti, il sentiero scavato nella roccia e i numerosi templi. Una gioia per gli occhi gratificati da una delle rare mattinate terse d'estate.

Non sono solo a spalancare gli occhi davanti a questa meraviglia, lo fanno con me due nuovi amici. Blitz, che in tedesco significa tuono, è giapponese e studia a Berkeley. Capitato qui per caso, causa overbooking sul volo Tokyo-San Francisco, è un vero spasso, gran compagno di viaggio. Michel invece è francese, innamorato dell'oriente alla ricerca dell'ennesima fidanzata da inserire nella sua teca personale. Adesso siamo seduti sull'autobus che ci riporta nello smog cittadino e, in perfetto inglese, una ragazza nepalese si inserisce nella nostra conversazione. Lei è stata sempre al traino di suo padre, in piena carriera diplomatica. Ora è qui per cinque anni e segue l'Università. Non sa da dove veniamo, ma Michel svela la sua origine e la ragazza dichiara di essere stata anche a Parigi. Lui si scalda e le chiede quanto le sia piaciuta. Lei abbozza una smorfia e dice di aver preferito di gran lunga Roma. Michel si incurva e si fonde con il seggiolino fingendo un sorriso di cortesia. Poi mi indica, dicendole che farebbe meglio a parlare con me. La ragazza indovina da dove vengo, mi guarda e mi sorride. Grazie, amica nepalese!

3-8 agosto - Hong Kong e Macao

Tre metri quadrati di baia

"E' una vita che non ti vedo", "sei eterna", "ho un milione di cose da fare" sono tutte iperboli. In realtà sono frasi che non vanno prese alla lettera, sono esagerazioni. "La mia stanza a Hong Kong sarà stata tre metri quadrati" non è un'iperbole. L'ho misurata. E' 140x200 centimetri. Al fondo del corridoio, la porta 1107 si apre a stento rosicchiando il letto a sinistra. Davanti uno spazio già angusto viene mortificato dall'inutile televisione. La finestra è oscurata da ventilatore e condizionatore e sotto al letto una serie di latte impedisce di infilare il bagaglio. Il bagno comune è poco più di un metro quadrato. Chiuso da una porta a tendina, vanta un lavandino talmente minuscolo che si fatica a infilare la mano sotto al rubinetto. Quando si usa la doccia, l'acqua non trova ostacoli nella sua corsa verso il corridoio. Siamo all'undicesimo piano della Chungking Mansions, una giungla di cemento che alberga viaggiatori con zaino in spalla ma soprattutto affaristi asiatici e africani.

L'elegante ingresso del palazzo può far pensare a un condominio di pregio, ma basta alzare gli occhi al cielo per una veloce disillusione alla vista della facciata, pesta come può esserlo un edificio dopo un bombardamento. Sulla soglia, allineati come difensori in attesa della punizione, i procacciatori di clienti offrono stanze, orologi falsi, droga, cambio valute, massaggi e piatti tipici. Superata la barriera, un dedalo di corridoi mostra la vera natura del luogo, con negozietti di tutti i generi gestiti da indiani e pakistani. E' possibile passare una giornata intera alla Chungking Mansions: si mangia colazione, si cambiano i soldi e si porta la roba in lavanderia. Poi si va dal barbiere, si fa shopping elettronico e si comprano dei vestiti. Verso sera si cena, si comprano articoli a luci rosse, si affitta un film e ci si rilassa con un massaggio. Poi si sale in camera. Ogni blocco dell'enorme palazzo è servito da una coppia di ascensori, uno si ferma ai numeri pari e uno ai dispari. A presidiare l'onnipresente coda, un uomo della security. In fila, stritolati tra un trippone nigeriano e un pakistano col turbante, ci si saluta, ci si osserva, si fanno gli affari. Sì perché la Chungking Mansions, vera istituzione cittadina, è sede di incessanti trattative, nelle quali si sfida una moltitudine di individui, loschi da far rizzare i capelli. In ascensore incontro George. E' di Kinshasa e si fa vedere ogni tanto nella baia. Un paio di giorni gli bastano per acquistare un migliaio di cellulari e organizzarne la spedizione. In Congo guadagnerà dai 20 ai 30 dollari al pezzo, il che gli consentirà una vita da gran ricco nell'inferno centroafricano. Camicia fuori dai pantaloni, occhiali scuri e valigetta gli bastano per assumere il giusto piglio. Circolano molte voci su questo palazzo che sembra rovinare su Nathan Road. A volte pare scoppino liti furiose e si finisca anche assassinati. Capita che non si riescano nemmeno a identificare i corpi di questi affaristi freelance. Alla mattina prendo il solito cappuccino da Kafur. Il distinto signore che me lo serve è di Singapore e mi confida che la Chungking Mansions gli ha insegnato a rispettare i neri. Li credeva tutti poveri e mendicanti ma questi nuovi esemplari, con i soldi che escono dalle loro tasche, devono averlo impressionato. Gli affari a Hong Kong procedono bene!

Se solo i cittadini del palazzo aspettassero il tramonto e si avventurassero duecento metri più a sud, superando il leggendario Hotel Peninsula, si affaccerebbero su uno degli spettacoli più abbaglianti del pianeta. Centinaia di grattacieli che bagnano di luce la baia, cercano lo spazio per arrampicarsi sulle pendici del Victoria Peak. Da lassù i flash dei turisti sono impegnati a illuminare la scena. A fine serata loro torneranno agli hotel da cartolina con vista panoramica, ignari che lì vicino pulsa la vita in un edificio che sarebbe annientato al primo incendio, dove le scale di emergenza sono invase dalla spazzatura e dove migliaia di esistenze si accontentano dei tre metri quadrati che la baia ha riservato per i loro affari.

Ancora un minuto, per favore

Ci sono momenti in cui gli occhi sono sopraffatti da immagini che si vorrebbe congelare per l'eternità. Allora si chiede di restare ancora un minuto davanti a quello spettacolo prima che svanisca lentamente nell'illusione del ricordo. Pochi giorni fa ho potuto aggiungere uno di questi momenti alla mia galleria. Sul treno per Shanghai ho viaggiato tra le fotografie della memoria e ho cercato di ricordare le immagini più belle legate ai luoghi che ho visitato. Ne ho trovate 30 e le descrivo con il solo ordine cronologico. Spero che ognuno possa ripercorrere le sue, per non dimenticare.

Il castello di Praga dal ponte Carlo in una tranquilla serata degli anni 80
New York dall'Empire State Building
Piazza dei miracoli a Pisa camminando scalzi sul prato
Tramonto allo Zabriskie Point, California
La baia di San Francisco dalla Coit Tower a Telegraph Hill La bianca Siviglia dalla torre della cattedrale
Il tesoro che appare in lontananza attraverso il siq a Petra
I coloratissimi tunnel delle tombe delle regine a Luxor
Il corno d'oro e le moschee di Sultanhamet dalla torre di Galata a Istanbul
La città di Siena dalla Torre del Mangia
La discesa da Montepulciano alla valle dell'Orcia
Le rovine e la vegetazione di Macchu Picchu dall'Huayna Picchu
L'oasi lacustre di Gabraoun in Libia
La vista da capogiro affacciati dal teatro di Segesta
La città vecchia e i resti del ponte sul letto del fiume a Mostar nel 1997
I panettoni di Rio de Janeiro dal Corcovado
Le cascate dell'Iguaçu
Il salar di Uyuni dove le distanze assumono contorni indefiniti
I tetti e la moschea di Djennè in Mali dall'alto di un edificio
Le maestose montagne armene verso il confine con l'Iran
La città abbandonata di Bam in Iran
I tetti di Venezia dal campanile di San Giorgio
La strepitosa alba sul Monte Bromo in Indonesia
Le risaie a terrazza di Tirtagangga, Bali
I sassi di Matera dalla balconata della piazza in una sera d'inverno
Il Lysefjord dal curioso sasso di Preikenstolen, Norvegia
Tramonto sulle Cascate Vittoria
Il ponte e l'Opera House a Sydney visti dal giardino botanico
La Città Eterna dalla terrazza del Vittoriano
La baia di Hong Kong durante lo spettacolo di luci serale

9-10 agosto - Suzhou e Nanjing

A casa con il cappotto

Per le strade di Nanjing, in questo luminoso pomeriggio d'agosto, mi sento come una piccola fetta di melanzana che viene dimenticata per ore sulla griglia. Facendomi forza ricordo a me stesso che sono qui per un appuntamento. Luisa veste un elegante abito viola e sorride nascosta dall'ombrellino. Nel suo italiano timido ma sicuro mi spiega di come la pelle bianca sia un dono troppo importante per permettere che il sole se lo porti via. Mi guardo intorno mentre sudiamo nel parco cittadino e in effetti poche ragazze azzardano un confronto diretto con la nostra stella. Mi dice che è una tradizione secolare e deriva dal tentativo di imitare i ricchi che, non uscendo mai di casa, non avevano modo di colorare i loro visi. Per farmi capire meglio, Luisa apre la borsetta. Dentro una busta tiene un paio di foto. In una è bellissima mentre, vestita di tutto punto, simula di suonare uno strumento tradizionale. E' evidentemente truccata, ma di un bianco neve che la rende finta, un'eroina tra il mitologico e il cinematografico. Guardo e riguardo quell'immagine, non posso credere sia la stessa persona che ho davanti.

A cena ci aspetta la pentola mongola. Come in un celebre piatto francese, diversi tipi di carne vengono intinti nell'acqua bollente per poi ricevere la benedizione della salsa prescelta. Davanti a questo banchetto, gocciolando per il caldo spossante, mi si gela il sangue. Il fiume azzurro divide in due zone la Cina: quella in cui esiste il riscaldamento e quella in cui si soffre il freddo. Nanjing è appena al di sotto del confine e la mia amica cinese vive un inverno all'ombra del suo cappotto, che deve portare ovunque. In casa ci sono dai due ai cinque gradi e ci si scalda solo in bagno con l'acqua della doccia. All'università, nei negozi, in autobus, un unico e pesantissimo gelo. Luisa però è sorprendentemente contenta e confessa che non potrebbe sopportare gli sbalzi di temperatura delle nostre calde case europee. Ma il vento sta cambiando e i nuovi uffici e le case di lusso cominciano a installare il riscaldamento centralizzato. Lei è preoccupata. Fra poco, se continuerà così, dovrà preoccuparsi dei vestiti indossati sotto il cappotto, una volta invisibili come gli indumenti intimi. Un pensiero mi sfiora: un inverno dal volto umano mi sembra valga la fatica di scegliere un maglione carino la mattina. Poi guardo l'eroina che mi fissa indecisa e decido di non parlare.

Un caldo benvenuto

Una sala conferenze. Quindici ragazzi che stanno sviluppando le loro abilità comunicative. Cosa ci faccio io in mezzo a loro? Tutto era iniziato un paio di ore prima davanti alla pentola mongola. Adesso Luisa non è più sola. Alessandra ha scelto questo nome italiano di ripiego. Innamorata di Filippo Inzaghi, ha dovuto fare i conti con la mancanza del corrispettivo femminile e si è accontentata di portare il suo tributo a un numero 10 ormai in declino. Molto più spigliata dell'amica, propone di continuare la serata con un gruppo di ragazzi che in novembre arriveranno a Torino per un anno di lavoro all'Iveco. Si pensa possano essere curiosi di avere notizie dell'Italia da un loro futuro concittadino.
Mi sento l'ospite d'onore di una riunione che in realtà prevede un gioco molto serio, in cui si deve mostrare ai capi la padronanza di abilità essenziali per il futuro lavoro. Io siedo accanto a loro e ogni tanto qualcuno si eclissa e viene da me. Antonio, Lorenzo, Fabio, Grazia, Renato, Donatello, Massimo, Daisy a turno cercano conforto nelle mie parole, pervasi dalla sottile ansia di non integrarsi in quel mondo tanto lontano, fatto di una lingua sconosciuta, un cibo diverso e una città potenzialmente ostile. Faccio loro molte promesse. Spero di poter dare tutto il calore mediterraneo di cui siamo capaci perché non si sentano mai soli.

11-14 agosto - Shanghai

La modernità in gruppo

Non ho alcuna esperienza particolare da raccontare su Shanghai. Nessun incontro memorabile o una storia che valga la pena di essere letta. Però sono stato bene. Voglio ringraziare Paola, Carlo, Fabrizio, Enrico e Pamela perché i nostri giorni insieme sono stati allegri e spensierati. Il mio ricordo della città più moderna della Cina resterà sempre legata a loro.

15-17 agosto - Linxia e Xiahè

Tremila metri di felicità

La Cina cosmopolita attraverso la quale ho viaggiato non mostra un'anima religiosa. Anche i templi che mi è capitato di incontrare sembrano solo corpi estranei sui quali per un attimo si posa lo sguardo dei passanti. Nella provincia del Gansu, a duemila chilometri dalla costa, ho trovato invece un luogo diverso, dove il culto è praticato con convinzione e trasporto. La città di Lanzhou sorge come crocevia strategico nel nord della Cina. Se si oltrepassa la grigia scacchiera dei palazzi centrali, si raggiunge una valle che nasconde al suo interno un tesoro religioso raro da osservare in questo paese. Stipati a forza nel minibus per Linxia, gli occhi sono rapiti dai primi minareti. Lo stile di questi gioielli dell'islam si fonde qui in modo del tutto originale con le strutture locali. Più tozzi degli esemplari arabi, hanno i diversi livelli aperti e simili a quelli delle pagode. A sormontarli un tetto ricurvo e la mezzaluna dorata aperta verso il cielo. A Linxia gli uomini camminano sovrastati da un bianco e piatto copricapo, mentre le donne vestono lunghi abiti neri che incorniciano il volto senza nasconderlo alla vista. La sera ceno in un locale povero dove si ordina ciò che è esposto in cucina.

La famiglia dei proprietari è curiosa e gentile. Il figlio di sei anni continua a tirarmi i peli delle braccia mentre mangio e tutti mi vogliono per una foto. Alla fine il pasto offerto mi riporta a quegli esempi di generosità islamica che tengo stretti nei miei ricordi. Tuttavia non c'è tempo, occorre risalire la valle là dove l'autobus arriva a squarciare la gelatina distesa sulle nostre teste e il cielo ci riconsegna il suo colore naturale.

Xiahe è sede del più importante monastero tibetano fuori da Lhasa. A tremila metri l'aria risveglia dal torpore le mie membra. Mi siedo in un cortile e scruto i monaci che tornano dalla preghiera. Zhouni Jianzo mi invita nella sua cella. Dietro la tendina, un mosaico di mattonelle colorate incornicia una piccola stanza al fondo della quale è posato un materasso. Alle pareti l'immagine del Dalai Lama veglia sulle sue notti, mentre lo stereo lo distoglie, probabilmente, dalla monotonia delle sue giornate. Zhouni estrae dall'unico armadio gli ingredienti dello Tsampa. Taglia una fetta di burro di Yak, la mischia con l'orzo in polvere e aggiunge acqua calda e zucchero. Con una bacchetta agita l'impasto che diventa pronto per essere consumato. Mentre cerco di camuffare una smorfia a causa dell'insolito sapore, cala l'imbarazzo tra di noi. La comunicazione è molto difficile e lui continua a battersi i pugni sulla fronte maledicendo l'incapacità di parlare una lingua comprensibile al suo ospite. A ogni frase nomina il Dalai Lama e mi mostra alcuni libri che, essendo in tibetano, posso apprezzare solo per il colore della copertina. Allora Zhouni li prende, se li batte sulla fronte e, dopo avermi salutato, si dilegua per la preghiera.

Quando il buio tiranneggia su Xiahe è ora di rientrare, prima di essere assorbiti dalle voragini delle fogne, celate dietro l'oscurità. Allora capita di sedersi in uno dei locali aperti da viaggiatori idealisti e ascoltare strane storie, come quella di Cristian. A vent'anni ha lasciato Lima per seguire Eugene, l'amico americano. Insieme hanno aperto un ristorantino che domina dall'alto la vita semplice del paese. Allo Snowy Mountain si preparano succulenti piatti peruviani e si può trovare riposo dai lunghi inverni che spazzano le strade ghiacciate. Negli occhi e nelle parole di Cristian c'è la certezza di un futuro difficile, ma anche la determinazione giovanile ad andare avanti. Mi chiedo cosa possa aver portato un ragazzo così lontano da casa, in un luogo freddo e inospitale. Forse qualche brutta storia accaduta in Perù oppure il peggior compagno che si possa desiderare, la solitudine. L'aria fuori vibra al suono dei corni e profuma di incenso. Mentre impara il tibetano tra i suoi nuovi amici, Cristian è appoggiato alla stufa ancora spenta e dal suo sorriso vedo trasparire qualcosa vicino alla felicità.

18-20 agosto - dalla Cina al Kazakhstan

Un paese su rotaia

Spostarsi all'interno della Cina vuol dire soprattutto viaggiare lunghe ore sui treni. Adesso, dopo aver percorso oltre ottomila chilometri, posso dire che è una delle esperienze migliori che questo grande paese possa offrire. Il viaggio inizia sempre con l'acquisto del biglietto, forse l'impresa più ardua e snervante. Solo Beijing e Shanghai dispongono di uno sportello per gli anglofoni; altrove bisogna arrangiarsi. Con le sigle per esempio. Ogni treno è sempre e solo designato da una lettera e da un numero. Dalla lettera si evince la tipologia del convoglio e ci si può fare un'idea del comfort che si troverà a bordo. Un altro problema è costituito dall'enorme massa di cinesi in movimento, si stima almeno dieci milioni in qualsiasi momento. Nonostante la straordinaria offerta di collegamenti non ho mai visto un posto libero nei vagoni dove ho viaggiato. Così è consigliabile prenotare parecchi giorni prima per non doversi accontentare di una panca di legno per un viaggio di due giorni. Con il biglietto in mano entriamo in stazione e in fila indiana passiamo alla prova del metal detector. Superato questo ostacolo si accede all'universo delle sale d'attesa, perché le stazioni cinesi assomigliano agli aeroporti con i loro gate e le rampe di accesso. All'interno della sala d'attesa, dove si arriva anche due ore prima della partenza, si possono ultimare gli acquisti, dal cibo, ai tabacchi, ai profumi.

E' l'ora dell'imbarco e finalmente siamo al binario. La lunga serie dei vagoni (ne ho contati anche 25) è presidiata dal personale, che gentilmente controlla il biglietto, assegna il posto e ci fornisce di lenzuola e asciugamano. Nel caso di un viaggio lungo avremo probabilmente optato per una cuccetta, o soft sleeper o hard sleeper a seconda della classe. In ogni caso si tratta di vagoni aperti, con le serie di sei cuccette comunicanti con il resto del treno. E' un buon modo per favorire la socializzazione e anche la sicurezza a bordo. Lentamente il treno lascia la stazione e l'emozione cresce. La velocità di crociera varia tra i 100 e i 250 chilometri all'ora e i cinesi si divertono a comunicarlo tramite il display, orgogliosi della loro efficienza. Possiamo poi scoprire temperatura, fermate e alcune raccomandazioni anche in inglese. Mentre mare, montagna, strette gole o campi di riso sfilano al nostro fianco, è ora di mangiare. E' sempre ora di mangiare per i cinesi che tendono a salire a bordo carichi di provviste. Solitamente si fanno fuori una scatola di noodles che ha bisogno solo dell'acqua bollente per essere pronta. Altri preferiscono l'offerta dei cuochi interni che passano continuamente con stuzzichini o carrelli tipo mensa aziendale con varie pietanze succulente. Per ogni vagone ci sono almeno tre impiegati: il capo, il pulitore e l'aiutante. La loro attività è instancabile. Provvedono al cambio delle lenzuola, alla pulizia del tappeto dalle briciole, al rifornimento di acqua calda per i pasti e curiosamente alla vendita di oggetti. Infatti a nessun ambulante è permesso di salire a bordo e allora sono loro che ne fanno le veci. Ho assistito a quella che poteva essere una televendita: una ragazza doveva far fuori due oggetti improbabili. Uno era un rasoio fosforescente e l'altro un bastoncino che piegandosi formava figure divertenti. Lo ricordo anche da noi quando ero piccolo, si chiamava coso, era rosso e io lo volli a tutti i costi. Adesso giace dimenticato in qualche angolo della cantina. Ma lei è brava nella gestualità e pare risultare una grande oratrice, perché i due inutili soprammobili vanno come il pane. Ma cosa si fa durante questi lunghi trasferimenti? Il cinese tipo sembra dividersi fra tre attività: dormire, mangiare e giocare a carte. La prima occupa gran parte della giornata e alcuni riescono a separarsi dalla posizione sdraiata solo per andare al bagno. Le altre due sono limitate alle pause imposte dalla mancanza di sonno. Il gioco delle carte soprattutto è molto interessante perché con esso nasce il coinvolgimento di persone che non si conoscono e anche io ho fatto così alcune conoscenze, benché non sia riuscito ad afferrare le regole. La giornata si chiude alle dieci, quando uno degli impiegati oscura i finestrini e le ferrovie cinesi ti prendono per mano nel viaggio verso la notte. La musica classica accompagna il primo sonno, mentre le luci si spengono all'unisono e tutto il treno diventa un nero proiettile. Ma il nuovo giorno arriva alle sette in punto e con esso ritorna la musica che cerca di aprire gli occhi cisposi dell'alba e ci segue per la durata della colazione. La nostra destinazione si avvicina e allora una voce suadente con un sottofondo musicale ci ricorda che posto magnifico stiamo per raggiungere; ne passa in rassegna la storia e illustra i suoi monumenti principali. Addirittura ne riassume l'essenza in inglese. Adesso si vedono i primi palazzi della periferia e mille scatole e valigie vengono ammassate nei corridoi. I nuovi amici si salutano per non rivedersi forse mai più e, fra strette di mano e sorrisi, ci si chiede quando un altro treno sarà pronto a cullare le nostre notti cinesi.

Nello zaino solo un granello di sabbia

Saliamo a bordo. L'autista ci consegna un sacchetto nel quale dobbiamo riporre le scarpe. Ci infiliamo fra le tre file di cuccette a due piani dell'autobus. Per me è un'esperienza nuova; dormirò disteso accanto al grande finestrino, mi godrò questo limpido tramonto e da domani la Cina sarà solo un ricordo. Mentre Urumqi e le sue moschee si perdono nel passato, rifletto su questi miei giorni nel paese di mezzo. Non credo di potermi permettere giudizi assoluti, sarei troppo presuntuoso, ma lascerò scritte alcune impressioni che futuri viaggi si incaricheranno di confermare o smentire.

Comincio col dire che le persone che ho potuto conoscere si sono rivelate tutte squisite. Non sapevo di preciso cosa aspettarmi e sono rimasto conquistato dalla loro gentilezza. In genere le ragazze, che tra l'altro vantano dei bellissimi lineamenti, sono più simpatiche. Inoltre la loro proverbiale snellezza le rende molto eleganti. Accanto a un commento positivo, eccone uno di segno opposto: ho sperimentato uno dei peggiori climi della mia vita. Ho viaggiato in posti più caldi, più umidi e più nebbiosi, ma nessuno dava il massimo in tutte queste tre caratteristiche allo stesso tempo. La giornata alla grande muraglia è stata la caporetto del viaggio. Un vero peccato perché sono sicuro che ad esempio Beijing mi sarebbe piaciuta molto di più con il sole. Un altro aspetto importante è il numero. Bisogna fare i conti con la prorompente forza di più di un miliardo di persone che, ovviamente, non stanno mai ferme. Lo si nota. Dappertutto. E' spiazzante e può innervosire. Poi c'è la modernità. Ci si domanderà se può aver oscurato la Cina tradizionale. Io questo non lo so, ma nemmeno a Shanghai ho percepito la parte contemporanea come il principale oggetto della mia attenzione. E' lì, la si vede, ma ci si concentra su altro, su quegli aspetti che sono più diversi dal nostro mondo. Hong Kong fa però storia a sé. Viaggiare all'interno del paese è molto semplice e la lingua non è una barriera insormontabile. Inoltre è tutto assai economico, anche nelle grandi città. Non durerà per sempre ma è ancora così. Un ostello può costare quattro euro a Beijing, ma anche due in provincia. Si mangia sempre sotto i tre euro e in un buon ristorante con cinque. Con venticinque euro si fanno millecinquecento chilometri in cuccetta. Naturalmente non tralascio la qualità dei monumenti. Molto difficile giudicare. Mi sono esaltato per la Grande Muraglia e il palazzo d'estate a Beijing, laddove la città proibita mi ha deluso. Immagino che dipenda come sempre dalle aspettative e le mie erano molto alte, troppo nel caso della capitale. Quello che più conta è che questi venticinque giorni mi sono sembrati come un'introduzione a un paese che meriterebbe almeno dieci di questi viaggi. Non so se riuscirò, ma mi rendo conto che oggi mi porto a casa solo un granello di sabbia dell'intero territorio cinese.

21-23 agosto - Astana

Dai una mano al tuo presidente

Fin dalla più remota antichità, uno dei grandi desideri dei sovrani è stato quello di lasciare un segno riconoscibile del proprio passaggio terreno. Perché il tempo del ricordo è infinitamente superiore a quello del vissuto. Si pensa, a volte, che questa tendenza sia scomparsa, ma esiste una città, lontana e isolata, a dimostrare il contrario. Posata sulla steppa e falcidiata da inverni gelidi e ventosi, Astana ci dimostra che i tempi dei faraoni sono tornati.

La sua storia è breve, ma tormentata. Fondata nel 1830 come avamposto cosacco, viene chiamata Aqmola, "abbondanza di bianco". Negli anni 50 del secolo scorso diventa il fulcro del programma di Kruscev per creare qui il granaio dell'Unione Sovietica ed è ribattezzata Tselinograd (città delle terre vergini). Si sviluppa quindi come una media città fredda e grigia fino agli anni 90, quando il presidente kazako Nazarbaev annuncia di volervi trasferire la capitale del neonato paese. La decisione suscita forti perplessità nonostante le motivazioni di una pericolosa prossimità di Almaty ai suoi turbolenti vicini e alle zone sismiche della regione. Si pensa che questa possa essere la tomba bianca del presidente così come sugerisce un altro significato di Aqmola e Nazarbaev prontamente cambia il nome in Astana "capitale", dichiarando di volere portare a termine il progetto. Per la terza volta in 40 anni, la città acquista una nuova identità.

Alla fine del 1997 tutto era pronto per il trasferimento del potere nella polverosa piana kazaka. Tuttavia occorreva ripulire il tetro aspetto dei palazzi del centro e il presidente decise che tutte le facciate sarebbero state ricoperte di eleganti piastrelle. Oggi il viale della Repubblica abbaglia per la sua pulizia e modernità, ma se solo si ha voglia di grattare la superficie delle apparenze, basta andare sul retro per rendersi conto del tipo di operazione portata avanti. Mi ricorda un film della mia infanzia in cui il protagonista prestava il suo camion a un autista slavo che glielo riportava in apparente perfetto stato. Il lato nascosto alla vista si sarebbe incaricato di rivelare l'infame trattamento subito dal mezzo. Astana brindava comunque al suo ingresso nel nuovo millennio con la speranza di un futuro migliore per i suoi 400.000 abitanti. Pochi immaginavano che il Presidentissimo, che già si avviava a essere tiranno a vita, avesse in mente un piano rivoluzionario, capace di imprimere una svolta radicale nella struttura urbana. L'architetto Kisho Kurokawa si sarebbe incaricato di dare forma ai suoi sogni. Dall'alto del Baitiriek la città nuova prende già forma. Distesa sulla direttrice est-ovest, saluta alba e tramonto con due progetti dell'architetto Norman Foster, la piramide della pace e l'enorme tenda trasparente che già fa capolino in lontananza. Dopo la piramide si nota subito il palazzo presidenziale dall'elegante cupola azzurra: dalle sue finestre Nazarbaev può dominare un parlamento da qualche giorno interamente nelle sue mani.

Le elezioni che lo hanno visto vincere con l'88,5% dei voti sono state probabilmente truccate, ma una osservatrice dell'Osce mi fa notare come il consenso nel paese sia comunque altissimo. I brogli sono stati commessi solo per assicurare che nessun partito superasse lo sbarramento del 7% necessario per sedere nell'assemblea legislativa. Abbasso gli occhi sul modellino dove una ragazza illustra i gloriosi tempi che aspettano i cittadini della capitale. Siamo sull'albero al centro del mondo, il nuovo simbolo del Kazakhstan, effigiato sulle banconote e sui cartelli stradali. Dice una leggenda che il fiume del mondo scorra nel centro dell'Eurasia e che sulle rive si innalzi l'albero della vita. Eccoci dunque in cima a quell'albero, una sfera dorata al centro del delirio di onnipotenza del Sultano della steppa. Salgo al vertice della cupola, dove una lunga coda mi inibisce la vista. Dai bambini in fasce alle babushka incartapecorite, tutti i sudditi sono ansiosi di apporre la propria mano sul calco di quella del presidente. Si dice che un tempo suonasse l'inno a ogni contatto, ma forse si è temuto di esagerare.

Per tornare verso la città vecchia prendo una macchina, grande invenzione del mondo sovietico. Chiunque, se vuol realizzare un po' di soldi, può improvvisarsi tassista, con il risultato che muoversi è facilissimo e anche ecologico, dato che si gira spesso in auto piene. Renato mi dice che il presidente li ha effettivamente presi per mano e allontanati dalla povertà. Lamenta di come nel 1995 non ci fosse da mangiare e avere un lavoro fosse un lusso che solo pochi privilegiati potevano vantare. Per tutto questo il popolo kazako gli sarà sempre riconoscente, perché ad Astana ormai rombano costose fuoristrada giapponesi e i ristorati sono sempre pieni. E allora si può passare sopra anche agli insuccessi, come quello del programma Kazakhstan 2030. Intorno al 2000 si proponeva il Kazakhstan come il leopardo della neve, vero traino dell’intera regione. Accortamente, Nazarbaev aveva pensato una data in cui lui non sarebbe più stato vivo a testimoniare un eventuale fallimento. Il piano, tuttavia, si è dimostrato vuoto ed è stato sostituito dalla promessa dell’ingresso del Kazakhstan nel novero delle 50 nazioni più attive del mondo. Anche in questo caso il manifesto è molto vago e non ha nemmeno una data di attuazione o una classifica a cui fare riferimento. Cammino fra le strade vuote continuamente flagellate da autobotti che spargono acqua insaponata. L’ossessione per la pulizia rischia di essermi fatale, mentre entro nella nuova moschea finanziata dai sauditi. All’interno, protetti da una cupola blu, cerco refrigerio dalla propaganda di stato, mentre fuori centinaia di gru danno invece sfogo a ogni fantasia e decine di grattacieli crescono a vista d'occhio.

Salgo sulla ruota del parco pubblico. Ogni città sovietica che si rispetti ha la sua ruota. Solo nell’abitacolo, per alcuni minuti sono ammesso allo spettacolo del lungofiume, con gli scintillanti e colorati palazzi residenziali che lo fronteggiano. E più in fondo il Triunf Astana, un castello di appartamenti di lusso sulle stile dei sette palazzi moscoviti. I giovani kazaki sono in attesa del loro turno. Vogliono assaporare da quassù il brivido del cambiamento. Tuttavia dovrebbero guardare lontano, laddove la sede della società petrolifera ricorda loro qual’é la vera divinità alla quale devono inchinarsi. Tutti compreso Lui.

24-30 agosto - Omsk, Mosca, Kiev e L'Vov

L'Atlante di Yuri

La luce del tramonto dipinge calde pennellate sui colorati edifici della Prospekt Lenina. Il vento sferzante però ricorda ai passanti che l'inverno in Siberia si prende solo un breve riposo. Mi aggiro così per gli ampli viali di Omsk, che mi avevano erroneamente descritto come anonimo centro industriale.

Oggi sono stanco. Le tante notti in autobus sono riuscite a infliggere costanti ferite nel mio fisico che ora ha bisogno di vero riposo. L'attesa del treno per Mosca è una lunga agonia. Seduto accanto allo zaino, faccio fatica a tenere gli occhi aperti e rischio più volte di cadere. E' in questo stato che entro nello scompartimento. Mentre preparo la cuccetta, Yuri dorme un sonno vigile. Il raggio di sole che mi riporta al mondo dei vivi proviene dalla stazione di Tyumen, il mattino dopo. Yuri mi squadra e mi annuncia il buon giorno. Vedo la sua faccia rubiconda saldamente avvitata alle spalle sbucare dal corridoio. Mi chiedo dove sia scomparso il collo, ma poi vengo preso da un'altra considerazione: mi trovo su un treno di lusso e quasi vuoto. Yuri lavora nelle ferrovie ed è partito da una cittadina siberiana per sei mesi di prova a Briansk, vicino alla Bielorussia. Mi mostra la tenuta di servizio e, con un piacere quasi morboso, cuce gli stemmi sulla manica della giacca.

Due giorni in treno possono essere lunghi e noiosi o brevi e piacevoli. E' Yuri a far pendere la bilancia dalla parte giusta. Le nostre chiacchierate sono semplici ma assidue e io cerco di aggrapparmi a qualche parola conosciuta per stare a galla nel suo russo veloce. Yuri possiede un vecchio atlante ferroviario di quando l'Unione Sovietica brezneviana era ancora un impero temuto e rispettato. Seguiamo il percorso del nostro treno sfogliando le sue pagine e io me ne innamoro subito. Intanto, mentre la musica che ammalia il vagone, ci accompagna verso ovest, ci scambiamo cibo e piccoli regali. Alle stazioni più importanti Yuri scende, dice di volersi sgranchire, ma poi torna sempre con due gelati. Mosca è ormai alle porte. Yuri lo aveva capito subito. Prende l'atlante e me lo regala. In quel momento, ne sono sicuro, fa di me l'uomo più felice del treno.

Consigli

Documenti

UCRAINA: il visto non è più necessario
RUSSIA: il visto è ancora un'avventura e bisogna procurarsi invito e assicurazione.
MONGOLIA: il visto si ottiene molto facilmente a Torino, presso il consolato onorario nella sede dell'associazione piemontese cuochi in via Bogino, ma è limitato ai piemontesi. Gli altri devono rivolgersi al consolato di Trieste.
CINA: nessun problema per il visto per cui però si richiede una prenotazione alberghiera o i biglietti aerei. Io non avevo nessuno dei due e mi è stato concesso lo stesso ma solo con un ingresso. Questo fatto è importante se si decide di visitare Hong Kong. Politicamente cinese, l'ex colonia britannica è ancora sottoposta a un regime amministrativo speciale. Per entrarci non serve il visto, ma per uscire in direzione Cina occorre un visto per la madrepatria. Fate attenzione a non rimanere senza, anche se vicino alla Chunking Mansion potrete ottenerne uno in poche ore.
KAZAKHSTAN: il visto si richiede a roma e non servono documenti particolari. Una volta sul posto occorre registrarsi all'Ovir ma è una pratica semplice e gratuita, per cui vi consiglierei di adempierla.

Viaggiare

ITALIA-MOSCA: Esiste un treno diretto Venezia-Mosca che parte il mercoledì. Si tratta di un vagone aggiunto al treno giornaliero Venezia-Budapest. Costa 190 euro. Il problema è che i biglietti vengono venduti solo in Russia, dal momento che sono loro a gestire il servizio, e che comunque è prevista una fermata a Budapest di 7 ore. In pratica la soluzione è quella di prendere il Venezia-Budapest e poi il Budapest-Mosca. Su questo secondo treno c’è un serio problema di posti, per cui può capitare di dovere prendere il Budapest-L’vov e da qui un L’Vov-Mosca. In ogni caso si tratta di tre notti in treno per una spesa di poco inferiore ai 200 euro.
MOSCA-ULAN BATOR: I treni transiberiani sono numerosissimi e non occorre prenotare se non per il Mosca-Beijing a frequenza settimanale. Sul Mosca-UIan Bator (anch’esso a frequenza settimanale) ho trovato posto il giorno prima. Per prenotare esiste il “servizio speciale”, un casermone dove, dietro pagamento di un piccolo compenso, si può ovviare al problema delle file e dell’inglese. Guardando i binari della stazione Yaroslavsk con alle spalle l’edificio della stazione si trova all’estrema sinistra. Per la transiberiana, lo sportello è il primo entrando sulla sinistra. Esiste anche un ATM proprio all’ingresso, dal quale ritirare i soldi necessari al pagamento in contanti. Sul treno c’è il samovar con l’acqua calda, per cui portatevi bustine di tè e caffè o zuppe. Il vagone ristorante è moderatamente caro, quindi fate la spesa prima di salire a bordo o rifornitevi lungo il percorso nelle stazioni dove la fermata è di almeno 20 minuti. Troverete all’interno del vagone l’indicazione del percorso e delle fermate. Ricordate che tutto viene stabilito secondo l’ora di Mosca.
ULAN BATOR-BEIJING: trovandovi a Ulan Bator senza biglietto, è assai improbabile che riusciate a procurarvene uno sul treno settimanale per Beijing. E’ quindi probabile che dobbiate fare la coda per un biglietto interno fino al confine per poi proseguire con un’auto fino in Cina. A Ulan Bator la biglietteria per i viaggi interni si trova a sinistra guardando la stazione. Occorre presentarsi la mattina molto presto perché i biglietti vengono venduti in giornata e le cuccette si esauriscono presto.
TRENI CINESI: prenotate con molto anticipo per i collegamenti più lunghi, anche una settimana per Beijing/Shanghai-Hong Kong. Cercate di arrivare alle stazioni con un certo anticipo, anche un'ora in quanto ci sono sempre lunghe file per accedere alle hall di partenza nonché ai controlli dei bagagli. Preferite le cuccette centrali, in quanto le superiori offrono poco spazio e l'aria condizionata sparata contro e le inferiori diventano terra di nessuno ed è impossibile sdraiarsi di giorno. Le lettere davanti al numero del treno indicano la classe: T, Z e D sono le migliori, poi S, K, N. Quando mancano le lettere, manca anche il minimo comfort. Riguardo al cibo, potete portarvelo e cucinare le zuppone grazie all'acqua calda sempre disponibile. Oppure potete comprarlo comodamente seduti al vostro posto dal carrello tipo mensa aziendale che passerà sotto i vostri nasi alle ore dei pasti. I vagoni, così come i bagni, sono costantemente puliti e disinfettati e non avrete problemi nemmeno a sedervi sull'asse del wc. Ultimo accorgimento per i treni diretti a Hong Kong, senza stop: gli stranieri devono seguire un percorso differente che passa per la dogana. L'ignoranza di questa regola mi ha fatto quasi perdere il mio prezioso treno!
KAZAKHSTAN: quasi impossibile trovare posto in estate sui treni. Troppo pochi rispetto alle richieste. Gli autobus sono efficienti, ma ricordate che stancano di più e non sono immuni da notevoli ritardi.

Dormire

Consiglio solo gli albergi dove mi sono trovato particolarmente bene e a dire il vero in questo viaggio ho soprattutto soggiornato a bordo di un treno o in case private. Direi comunque che a BEIJING il mio ostello si trovava nei pressi di Chaoyang, posto defilato ma non disprezzabile in quanto a ricchezza di ristoranti e di vita notturna. A HONG KONG la Chunking Mansion è assolutamente da frequentare se volete trovare una stanza sotto i 10 euro. Data l'abbondanza di offerta non resterete sicuramente per strada. Mi sento di consigliare particolarmente il Captain Hostel a SHANGHAI ma principalmente per la vista di cui godrete sul fiume con i suoi grattacieli illuminati. Per il resto si tratta di una grande struttura nella norma, con una buona colazione, una laundry scandalosa e un servizio internet carissimo. XIAHE offre un paio di posti equivalenti. La Tana Pension ha forse più storia e fascino, ma è leggermente più cara del suo vicino rivale.

Mangiare

Il cibo cinese varia enormemente da regione a regione, quindi non è possibile dare consigli. Preferite comunque ristoranti del sud in quanto più vicini a quello che pensiamo essere il gusto cinese con riferimento ai locali europei. Molto buona e piccante è la cucina del Sichuan. A Beijing il quartiere di Wanfujing offre piacevoli ristorantini all'aperto allietati da spettacoli musicali. Un posto senza pretese vi costerà sotto i 3 euro a testa, mentre con 5-6 euro potrete ambire a qualcosa di più lussuoso. Per strada difficile spendere più di 1 euro per saziarsi.

Visitare

BEIJING – GRANDE MURAGLIA: Consiglio di visitarla a Mutianyu. Lì è ben conservata e c’è pochissimo turismo. Si può arrivare con un autobus extraurbano per Hairou in coincidenza con un minibus (trattare fino a 50 a/r). Una volta là per salire si può scegliere tra i 1400 scalini e la funivia adiacente.
BEIJING – PALAZZO D’ESTATE: Consiglio di arrivarci con la barca che parte da dietro il palazzo delle esposizioni vicino allo zoo. Il viaggio è un po’ lungo ma si scopre la vita dei canali della capitale e si arriva al palazzo dall’entrata sud, la meno frequentata. Una volta lì, occorre superare il ponte che ci si trova sulla sinistra e costeggiare il lago dalla riva sinistra. In questo modo si avranno le viste migliori sul lago stesso e sul palazzo. Quando si arriva in fondo occorre aggirare la collina e salire da nord per non perdere le parti del palazzo incastonate nella roccia.
BEIJING – CITTA’ PROIBITA: il consiglio è un po' estremo ma non visitatela se dovete scegliere tra questo e il palazzo d'estate o la grande muraglia. Gli inconvenienti più fastidiosi sono il gran numero di turisti e la somiglianza tra un edificio e l'altro. Inoltre fate attenzione perchè il primo biglietto che potrete acquistare vi permette solo di salire sulla prima porta ma non di entrare nel complesso della città.
HONG KONG – PEAK: salire sul Peak è un'esperienza imperdibile. Il panormama è strepitoso di giorno e di sera. Magari salire prima del tramonto vi permette di assistere al lento venir meno della luce solare e al prepotente imporsi di quelle coloratissme dei palazzi. Attenzione alle lunghe code nei pomeriggi di festa. Per scendere prendete in considerazione il percorso pedonale, lungo ma spettacolare.
XIAHE: il consiglio è innnanzi tutto quello di andarci. Da Lanzhou ci sono 4-5 ore di autobus durante le quali si sale fino a 3000 metri. Cercate di aggirarvi da soli entro il confine del monastero e molto probabilmente un monaco vi inviterà a visitare la sua cella, esperienza molto interessante anche se sostanzialmente difficile per l'incomunicabilità.
ASTANA: consiglio di salire sulla ruota del parco pubblico per avere un'idea del lungofiume, così come sul Baitiriek per una vista affascinante della città nuova. Tenete conto che gli alberghi sono carissimi e che la vostra unica possibilità è quella di affittare una camera appena fuori dalla stazione ferroviaria.
L’VOV: non mancate l'ascesa al campanile del comune nella piazza principale. La vista di cui godrete vi ripagherà dello sforzo compiuto nel salire. Non è facile individuare l'entrata; infatti dovrete entrare nel palazzo come un normale impiegato comunale e salire con l'ascensore seguendo una piccola insegna. Il posto è poco frequentato e il prezzo del biglietto irrisorio.

Comprare

La regola è: contrattate fino allo sfinimento del vostro venditore. Otterrete comunque un prezzo troppo alto. Ho notato che i prezzi delle magliette ma anche di altri souvenir tendono a essere più bassi dove c'è tanta offerta e pochi visitatori. La grande muraglia a Mutianyu ne è un esempio lampante. Lì una maglietta si può trovare a 1 euro, laddove è impossibile ottenere meno di 2 euro nel resto del paese da me visitato. Così anche per gli oggettini kitsch con Mao e tutte le chincaglierie immaginabili.
A Shanghai nei pressi della cissà vecchia si possono fare alcuni buoni affari con le marche contraffatte. Vi porteranno in un vicolo laterale e vi chiederanno di entrare in cortili dall'aspetto dubbio, ma siate fiduciosi, non sarete derubati, almeno non direttamente. E' certo invece che vi chiederanno cifre spropositate per orologi e borse che non dovreste pagare più di 15 euro.
Nelle grandi città acquistate anche DVD originali. Da preferire alle copie, sono estremamente economici (1-2 euro) e vale la pena di cercare i film italiani nei quali è sempre presente la nostra lingua.