Kazakhstan Iran India Myanmar Thailandia Hong Kong Indonesia Sudan Tanzania Australia

Kazakhstan


Iran


India


Myanmar


Thailandia


Hong Kong


Indonesia


Sudan


Tanzania


Australia


Registrazione

Iscriviti per inviare i tuoi contributi

Quiz della settimana

Fu costruito nel 1976 ed è visitato ogni anno da circa 20 milioni di pellegrini. Di che cosa stiamo parlando?

Leggi la soluzione

Pubblicità

Cerca hotel

Data check-in

Data check-out

Siti amici

Avviso

Viaggio di Luca Sivieri a Dubai e nel Rajasthan

Dal lusso sfrenato di Dubai al Rajasthan, che ci mostra invece una realtà del tutto diversa. Attorno a grandiosi forti ed eleganti palazzi vive un'umanità che per la maggior parte pensa a come arrivare al giorno dopo. La povertà avvolge tutto e si batte, nel frastuono delle città, per arrivare a una soglia accettabile.

  • Itinerario: Abu Dhabi - Dubai - Agra e Fatehpur Sikri - Jaipur - Udaipur - Jodhpur - Jaisalmer e deserto del Thar - Bikaner e Deshnok - Delhi

  • Periodo: 6-30 agosto 2009

  • Giorni: 24

  • Tipo di viaggio: individuale con fidanzata

  • Mezzi di trasporto: aereo, treno, autobus

  • Km percorsi: 3.042

  • Costo: 1.670 euro (1.235 viaggiare, 60 visitare, 85 dormire, 170 mangiare, 95 comprare, 25 divertirsi)

7 agosto - abu dhabi

7-10 agosto - Dubai

Palme d'oro

Finalmente la vedo davanti a me. La struttura punta dritto verso il cielo e a 200 metri di altezza mi sento ancora piccolo piccolo. Davanti al mio cocktail, all’ultimo piano del grattacielo “The Address” ammiro la torre dei record. Claudio ci illustra il panorama della città che sarà. Perché a Dubai nulla è mai definitivo, nuovi progetti sono sempre all’orizzonte. Lo spettacolo dall’alto è impressionante. Interi quartieri sono disegnati a piacimento sulla terra desertica. Ma lei no. Lei c’è già e ha sfondato gli 800 metri di altezza. Il prossimo gennaio diventerà la costruzione più alta mai realizzata dall’uomo. Tuttavia, quanto durerà il record del Burj Khalifa nessuno si sente di dirlo. Da tutto il mondo che può è già partita una sfida che ha dell’incredibile: infrangere la barriera del chilometro in altezza. Sono state proposte torri che superano i mille metri a Kuwait City, nel Bahrein e a Jeddah; è tuttavia ancora Dubai ad avere il record dei sogni, con una torre di 2400 metri, una vera città verticale. Pensate a un struttura di 400 piani arrotolata attorno a un tronco nel quale ascensori proiettile vi fanno salire di 100 piani in pochi secondi. A sovrastare la torre ci penserebbe un’antenna di 400 metri in grado di catturare l’energia eolica. Sarà solo una visione?
Scendiamo dai sogni ed entriamo al Dubai Mall, il più grande della città. Un altro modo di concepire lo shopping, ma anche l’esposizione della merce. Gli alimentari solitamente sfigurano in un centro commerciale di lusso e sono relegati in una zona specifica, spesso sotto terra. Qui invece sono elevati a rango di merce pregiata. Le pasticcerie espongono i cioccolatini come fossero gioielli di Cartier, a formare piramidi dorate alle quali è difficile resistere. Al centro del Mall una pista di pattinaggio ci ricorda che i soldi possono anche portare un mondo lontano a pochi passi da casa. C’è sempre la curiosità e la passione per ciò che non possiamo avere: chi vive al freddo tutto l’anno sogna le spiagge spazzate dal sole, chi di sole ne ha fatto l’indigestione, sogna i manti nevosi. Così Dubai ha portato la neve nel deserto. L’Emirates Mall, maestoso sgorbio sbilenco, ospita una vera pista alpina. Si viene vestiti a modo, dotati di sci e spediti sulla seggiovia per provare l’ebbrezza di una discesa. Una grande vetrata permette ai curiosi di ammirare gli aspiranti sciatori. In un angolo uno schermo piatto simula il fuoco al centro di un finto camino: è un ristorante in pieno stile chalet svizzero; gli uomini in elegante veste bianca offrono alle loro donne dal sorriso nascosto un po’ di esotismo.
La vetrina che la principale città degli Emirati offre è una scintillante mostra di tutto ciò che è moderno, efficiente e stupefacente. Ma come dietro alla bella immagine di un televisore ci sono meccaniche che solo pochi conoscono, in questo caso c’è un prezzo da pagare.

Avevo conosciuto Claudio a Londra. Un’amica comune me lo aveva spedito a casa, con la richiesta che gli dessi da dormire per qualche notte, mentre lui cercava fortuna nella grande metropoli. Con lui avevo trascorso bei momenti in quel 2001 britannico, ma poi c’eravamo persi di vista, troppo lontani per mantenere un vero contatto. Claudio intanto faceva carriera negli studi architettonici della city, fino a quando la voglia di un cambiamento radicale non lo aveva fatto emigrare al caldo di Dubai, in compagnia della sua moglie neozelandese. Chiedo al mio vecchio amico se sono vere le storie che ho letto, vicende che raccontano di immigrati indiani, pakistani e filippini illusi dalla chimera di un salario da brividi e adesso ridotti in semischiavitù e privati del passaporto. Lui è molto diplomatico e immagino che per vivere qui si debba esserlo anche con se stessi: sì, la situazione sta in effetti in questi termini, ma è anche vero che qui gli immigrati guadagnano almeno tre volte più che nei loro paesi d’origine e, grazie alle fatiche di alcuni individui, in India o nelle Filippine con le rimesse può vivere un’intera famiglia. Non c’è ombra di giudizio nelle parole di Claudio, lui riporta i fatti. Tuttavia a poche centinaia di metri dal suo appartamento, decine di operai cercano di muoversi all’ombra e al sudore delle loro tute, arroventate da un caldo che rende ogni passo una fatica di ercole. Quando fotografo, tutti mi sorridono. Cosa penseranno?
Claudio e Joni vivono nel quartiere di Dubai Marina. Il loro appartamento ha un bel terrazzo che accompagna lo sguardo verso il porticciolo nel quale è d’obbligo attraccare lo yacht, una volta si sia raggiunto lo status giusto per comprarlo. Nel 2002, durante la mia prima visita a Dubai, questo quartiere non esisteva e la città ruotava attorno al centro e alla luccicante Sheikh Zayed Road. Ora il baricentro si è spostato verso sud, dove nuove costruzioni non sempre ineccepibili hanno permesso l’espansione della città. La sera ci spostiamo poco lontano, a Medinat Jumeirah, un albergo-quartiere un po’ kitsch, ma dal quale si hanno belle viste della vela, quel gioiello multicolore che è il Burj Al Arab. All’interno del complesso si va per svagarsi tra i suoi canali veneziani con tanto di gondole, i suoi locali e i negozietti di souvenir; personalmente sono ammaliato da un pingue signore che compone le sue opere d’arte con la sabbia. La polvere di diversi colori scende e mentre cade lui riesce a pilotarla con maestria. Ne nascono cammelli solitari e palme d’oro che aspettano i compratori.

Vicino ai canali e alla vela, c’è la palma. La palma è uno dei sogni dello sceicco Al Maktum. Lungo il tronco una silenziosa monorotaia si apre la strada tra bassi e anonimi palazzi per arrivare alla sommità dove dovrebbe nascere un’alta torre. Da lì in avanti si dipartono i rami, nastri di terra ornati di villette a due piani su ambo i lati. Tutto sembra deserto. Ma il vagone avanza e, come sospeso sulla laguna, raggiunge l’anello esterno, una chiosa di alberghi con spiaggia privata, dei quali solo l’Atlantis è a oggi terminato. E’ come entrare nel mondo immaginario di Walt Disney, con la differenza che tutto è reale. Ai piedi dell’hotel un parco acquatico, all’interno un immenso acquario. Tanta acqua per non pensare che fuori il sole brucia davvero.
Questa è la palma Jumeirah, ma nel sogno infinito dell’edificazione di Dubai, essa non è che la prima di una serie di tre palme che si stenderanno da nord a sud. Al centro il mondo. Si può apprezzare il mondo esclusivamente dall’alto, magari dal finestrino dell’aereo. Centinaia di piccole isole sono state disegnate per dare l’illusione di abbracciare il nostro pianeta con un solo sguardo. Quando il complesso sarà completato, si potrà navigare attorno alle isole-stato e viaggiare dai resort di lusso, alle ville esclusive, dagli affollati atolli residenziali, ai nodi commerciali. Sembra l’ultima frontiera, ma se si gira un po’ per Dubai, si possono comprare alcune mappe dei sogni, con la raffigurazione delle mete future; il mondo è destinato così ad essere il centro di un altro arcipelago, l’universo, in cui ogni isola rappresenta un pianeta del sistema solare.
A questo punto è troppo anche per me, ed è venuto il momento di una cena tra amici. Per l’occasione arriva anche Antonio. Lui è più aggressivo di Claudio sui temi dello sfruttamento e condanna il sistema degli emirati. Secondo lui la stampa non è libera, non si sa nulla di quello che succede. Ne nasce una garbata discussione, nella quale Claudio e Joni mi sembrano più a loro agio, consapevoli che difficilmente potranno contribuire a un cambiamento. Come si fa a gettare fango sul luogo che sta costruendo il loro futuro, da spendere magari sulle dolci colline dall’altra parte del mondo? Dubai è un luogo di transito per Claudio, come forse lo è stato Londra, un mezzo per raggiungere mete più appaganti.
E’ una serata piacevole, mangiamo una pasta succulenta, beviamo del buon vino. Non abbiamo preoccupazioni, nessuno a comandarci. Possiamo discutere amabilmente e goderci la vita fino alla mattina, fino a quando migliaia di operai saranno sparpagliati a sudare per i nostri sogni.

11-12 agosto - Agra e Fatehpur Sikri

Cento

Mi dicono che da bambino andassi sempre in giro con un libro. Alcuni di questi libri si chiamavano Atlanti e mostravano il mondo in cui viviamo. Ho sempre avuto curiosità di conoscerlo. Poi un giorno i libri non mi bastarono più e i miei genitori, che lo avevano capito, mi portarono a vederlo con i miei occhi, il nostro mondo. Prima i luoghi familiari, per poi allontanarsi ed entrare in universi sconosciuti. Avevo 14 anni e in attesa di un aereo, forse a Beirut o ad Aden, mi misi a elencare i paesi che avevo visitato. Sì, perché oltre al mondo avevo maturato una passione per i numeri e le statistiche, quasi una malattia che non mi avrebbe lasciato più. Quei paesi erano comunque già 20 e alcuni avevano visto solo qualche sparuto turista. Ecco ciò che più mi piaceva, viaggiare. Da allora molto tempo è passato e tanti viaggi archiviati. Il mio quaderno si arricchiva di nomi, sempre di più e sempre più strani. Fino a oggi. Oggi infatti cade un evento particolare, come un compleanno speciale di un amico. Quando il timbro sul passaporto ha validato il mio visto, sono entrato nel centesimo territorio indipendente della mia vita.
Sul moto risciò voliamo verso la capitale. Prima dell’alba Delhi nasconde nelle sue strade un triste segreto, che ama svelare con le prime luci. Migliaia di vite risorgono dall’asfalto che le ha cullate durante la notte e affrontano il nuovo giorno. Mi sento fortunato. Penso a quanto ho visto io, mentre loro per tutta la vita faticheranno a lasciare la città. Poi, preso dall’irrequietezza, butto il pensiero in avanti e mi chiedo: quale sarà il prossimo?

13-15 agosto - Jaipur

L'angelo e la Ferrari

Prendiamo un oggetto qualsiasi, ad esempio lo stiloso I Pod della Apple. A Zurigo per poterselo comprare è sufficiente un giorno di lavoro: ci si alza la mattina, si va in ufficio, qualche mail, chat, caffè, discussione con i colleghi e alla sera si torna a casa sentendo la musica. A Bombay invece bisogna ripetere questa giornata per tutto il mese prima di potersi permettere lo stesso oggetto. Seduto davanti alla mia colazione, leggo questa notizia su un quotidiano “usa e getta” quelli che infestano le strada di ogni metropoli che si rispetti. La disparità, presentata in questo modo, è davvero scioccante.
Ci penso ancora mentre Moin ci scorrazza per Jaipur, impazzito nel traffico come una pallina di flipper. Moin si accontenta di 7 euro per l’intera giornata e a questi va ancora sottratta la spesa viva della benzina. In Italia a fine giornata, con quella cifra potrebbe addentare un panino e bere un caffè. Moin però è forte, non si lamenta mai, ha la battuta sempre pronta. L’abbiamo conosciuto all’uscita del City Palace, in compagnia della nostra amica belga Karen. “Saltate sulla mia Ferrari” ci dice lui e il gioco è fatto. Sul moto risciò sputacchiante ci ha guidato a Jaipur per tre giorni. Moin è stato il nostro angelo custode. Grazie a lui, la città rosa ci ha svelato il suo volto più umano; con lui siamo riusciti a evitare che rumore, sporcizia e incuria ci lasciassero un ricordo negativo. Ad Amber ci ha portati al cospetto di due magnifici forti; con lui abbiamo superato l’oscurità che nascondeva le scale al minareto di Iswari; le sue acrobazie ci hanno portato al tempio delle scimmie e poi a quello dei venti. Più semplicemente lui è stato per noi Jaipur. L’ultima sera Moin ci ha portato in stazione, ci ha preso il biglietto e ci ha salutato con un gesto della mano, mentre pian piano raggiungevamo la banchina, direzione Udaipur. Ricorderò a lungo la sua Ferrari, che consente una vita dignitosa ai suoi tre figli, e la contagiosa allegria che di certo farà felice la sua giovane moglie.

Torta di celluloide

Non c’è paese che ruoti attorno al cinema più dell’India. Ogni anno si producono quasi 1000 film e vengono staccati circa 4 miliardi di biglietti. Cifre impressionanti che solo questo grande paese può regalare. I giovani sono in fibrillazione per le nuove uscite, ma soprattutto per le vicende personali degli attori. Ci hanno chiesto più di una volta se seguissimo le peripezie delle star di Bollywood. Non se vedessimo i film, ma se fossimo appassionati alle vicende rosa dei suoi protagonisti. Il nostro totale disinteresse non finiva di stupire gli indiani che tappezzano ogni luogo con le locandine dei loro film preferiti, magari con qualche presenza femminile cha ammicca lussuriosa. Volevo almeno sfiorare questo mondo di cinefili e all’inizio del viaggio me ne si presentava subito l’occasione.
A Jaipur c’è infatti un’icona di questa grande passione collettiva, il cinema Raj Mandir. Decido di andare, confondendomi tra la folla. Il Raj Mandir è quanto di più kitsch si possa immaginare. Passabile da fuori, all’interno sfoggia uno stile “barocco sudamericano” a tinte rosa e gialle. Siamo tutti accolti in un grande atrio dove fa bella mostra di sé un ampio scalone. Da lassù si può ammirare la moltitudine che si accavalla al bancone dei popcorn e discute animatamente. In breve, masticando all’unisono, siamo spinti dentro la sala, enorme e sontuosa. Lo spettacolo può avere inizio. A parte un paio di squilli di telefonini, rimangono tutti rapiti dalla bella storia del film e il pubblico fornisce un esempio di disciplina che non mi aspettavo. La pellicola è notevole, una specie di “Harry, ti presento Sally” dal sapore internazionale, nella quale i divi si spostano con grande naturalezza tra Delhi, San Francisco e Londra. Non ci sono sottotitoli, ma tutto è perfettamente comprensibile, perché il linguaggio del romanticismo non ha bisogno di alcuna traduzione.

16-18 agosto - Udaipur

L'uomo dal cuore grande

E’ lui, Deep, finalmente. E’ una limpida serata sulla terrazza della pensione e la sua figura comincia a bucare le tenebre. Saprà ripagare le nostre aspettative?
Tutto ebbe inizio alcuni anni fa. Avevo conosciuto Chiara una tiepida serata di agosto, tra i vicoli adiacenti a Jalan Malioboro, a Yogyakarta. Lei era in viaggio con Lisa, io con la mia fidanzata. Avevamo organizzato un appuntamento di fortuna in quella bella città e tutti assieme saremmo saliti al Monte Bromo per uno degli spettacoli più appaganti delle nostre vite. Chiara era allegra e mi sembrava che formasse con Lisa una coppia di viaggiatrici curiose e instancabili. Con il passare degli anni, di lei il tempo aveva disperso le tracce. Sapevo però che era andata in India e che le avevano anche rubato la macchina fotografica a bordo di un treno. Era arrivato il momento di riallacciare i rapporti e prima del viaggio mi ero fatto scrivere una serie di consigli. Sarà il piacere della novità o la pigrizia della ricerca, ma capita spesso che questi consigli non vengano seguiti. A Udaipur, però, Chiara mi aveva chiesto un favore. Il suo consiglio di alloggiare alla Dream Heaven Guest House si tingeva anche di una richiesta molto particolare: bisognava salutare una persona speciale, Deep. Egli era, a quei tempi, il padrone dell’albergo e aveva l’usanza di far dipingere ad alcuni suoi ospiti dei murales. Chiara mi descrisse il suo: un sole che incornicia un cammello solitario nel deserto, posto proprio dietro la reception. Il compito sembrava facile e anche interessante e garantiva la conoscenza di un uomo dal cuore grande, come aveva scritto Chiara. La Dream Heaven sorge proprio di fronte al Lal Ghat e offre al termine della sua scaletta angusta un panorama mozzafiato. Il lago Pichola separa e valorizza tutti i gioielli della città: a sinistra l’enorme City Palace che si stende dietro il ghat, al centro le tre isole-palazzo tra le quali spicca per maestosità il Lake Palace. Sulla quella terrazza si potrebbero passare settimane, cullati dai materassi stesi all’ombra dei portici. I ragazzi della pensione si dannano l’anima per proporti quei lassi che hanno un suono tanto onomatopeico, ma che non sono altro che gustosissimi frullati.

Avevamo adocchiato subito il murale, un po’ sbiadito dagli anni ma ancora vivo. Deep invece, impegnato in altri progetti, si faceva vedere poco, e le nostre strade non si incrociavano mai. Sunny, suo cugino, stava spesso con noi e aveva sempre belle parole per quel suo parente più maturo, anche se non voleva fargli sapere del suo impegno all’albergo: troppo piccolo per lavorare, secondo Deep. Una mattina mi ero arrampicato fino al tetto della terrazza, perché la labirintica struttura della pensione prevedeva anche questo e avevo visto una ragazza impartire lezioni di yoga; era bello godere della bellezza del luogo mentre alle tue spalle altre persone stavano meditando forse sullo stesso concetto di bellezza. Avevo così scoperto che l’istruttrice era la fidanzata di Deep. Messicana, bazzicava nel mondo dello spettacolo e pareva essere una giramondo incallita. Con Deep aveva aperto una specie di agriturismo fuori città. E Deep? Avremmo potuto incontrarlo la sera, sulla terrazza.
Sono tre giorni che ci arriva l’eco delle imprese di questo ragazzo. Sarà questa la serata buona per scoprire tutto sull’uomo dal cuore grande?

Una vita di ricordi

A Udaipur è quasi il tramonto. Il sole basso dà ai bianchi palazzi un intenso color panna che si tuffa nel blu del lago Pichola. Il Lal Ghat risuona delle urla dei ragazzini che giocano a spruzzarsi e si lavano accuratamente; sull’ultimo gradino una famiglia osserva un rito privato. Uscendo dalla porta principale le stradine sono tutte in salita. Dalle finestre le anziane signore battezzano con lo sguardo i passanti e sembrano immerse nei pensieri più profondi. A un certo punto, un piccolo spiazzo. Seduto sull’uscio di una casa, un vecchio. Sorride, ma è un riso amaro. Ex autista di moto risciò, Mohd è ora malato e le sue gambe non gli consentono di proseguire quel lavoro che ha costituito la ragione di tutta la sua vita. Adesso egli vive di ricordi del tempo che fu, sfogliando le foto con i turisti di passaggio. La gioia del passato gli sfugge dalle dita a mano a mano che la pila di immagini si esaurisce. Ora colleziona riflessi di posti lontani, che mai raggiungerà; cartoline di turisti che hanno goduto della sua sapiente guida, sulle strade del Rajasthan. Alcune foto sono bruciate. Il sole, impietoso, sta consumando anche gli ultimi ricordi. I suoi pochi denti che si sciolgono in un sorriso sono il ricordo che conservo di lui.

Il mio nome è Bond, James Bond

Penso sia stata una passione trasmessa da mio padre. Lui ha sempre amato le acrobazie dell’agente segreto per eccellenza. Si guarda i film più e più volte nelle sere senza sonno. A me di quei film piacciono due cose: le ragazze sempre bellissime e le ambientazioni esotiche. James riesce a conquistare le donne più affascinanti nelle regioni più improbabili della terra. Visti i precedenti non poteva mancare l’India, la terra dei maharaja, un luogo dal carisma tutto da sfruttare.
Passeggiando per i vicoli di Udaipur si notano all’entrata dei locali delle vecchie lavagnette vergate di un gesso sbiadito, che segnalano la proiezione alle sette di sera del film Octopussy. Il vecchio James è stato dunque anche qui, quando aveva il nome transitorio di Roger Moore. Ospite in un lussuoso albergo del City Palace e bersaglio delle fiere sul sentiero verso il Monsoon Palace, il nostro era approdato sulle rive del lago Pichola e noi volevamo seguire le sue gesta. In effetti a Udaipur un turista deve assolutamente fare tre cose: informarsi sui luoghi bondiani, visitarli e, infine, la sera salire su una terrazza, gustare una buona cenetta e rivivere le visite della giornata tramite il film. Puntualmente abbiamo seguito l’iter. Purtroppo però l’immagine supera spesso la realtà e l’ultima parte non si sarebbe rivelata all’altezza. Non tutti i ristoranti trasmettono la pellicola come promesso, la qualità è spesso scadente e l’esercito di zanzare assassine pronte ad annebbiare la visione è sempre in agguato. Tuttavia l’emozione di vedere l’agente 007 mentre si tuffa nella piscina che avete appena ammirato lo stesso pomeriggio, vale la fatica e le occhiate di sufficienza degli annoiati camerieri.

19-20 agosto - Jodhpur

Horn please

La mia scuola guida pullulava di strani individui. C’era un tizio che confondeva sempre la sinistra con la destra; poi c’era Lovera, con la sua lista di film scritti “così come si pronuncia” e ancora Intraliggi e Monachella, che il nostro docente si divertiva a prendere in giro e a inserire sempre nella stessa auto virtuale che non dava mai la precedenza. Lui godeva nel suo sadico esercizio di pungolarli e disorientarli. A scuola guida ci si divertiva e una delle cose che ho imparato è che il clacson è l’estremo tentativo di avvertire del pericolo. Così diceva Massimo. Massimo, però, in India non c’era mai stato.
Anche se ci fosse stato, si sarebbe aspettato da un clacson un suono standard e monotòno. Le case automobilistiche seguono questi canoni. I loro progettisti, però, non pensano all’India. Qui il suono del clacson è il vero padrone della strada. Ogni mezzo più grande di un’auto produce la sua melodia, che si ripete a ogni battito di ciglia. I passeggeri intrappolati nel siluro metallico sono impotenti. Non si può svolgere alcuna attività degna di nota. Ascoltare la musica è ridicolo, leggere è una sfida di concentrazione, parlare è uguale a comunicare durante un assolo di batteria. D’altra parte apprendo che saper suonare il clacson è una delle tre virtù del buon automobilista e tenuto conto che un’altra è la fortuna, si lascia intendere di che stoffa sono fatti gli autisti. L’India ha un triste primato sulle strade, dove muoiono tredici persone ogni ora. E’ forse per questo che si adotta una forma di cautela. Sul retro di ogni mezzo che si rispetti è infatti vergato a chiare lettere “Horn please”, che significa: se volete superare dovete prima avvertire chi arriva nel senso opposto, ma soprattutto me che forse sono privo di specchietti; quando mi avrete stordito, forse vi lascerò passare. Non pensavo che il suono di un clacson mi sarebbe penetrato nelle ossa e che avrei canticchiato per ore le tante cacofonie. Ogni volta che ne sentivo una nuova mi dimenticavo della precedente e adesso che sono a casa non ne ricordo più. Per le strade della mia città ora mi chiedo cosa abbiano tutti da starsene così quieti. Ma perché non si scatenano e non si lasciano andare? Forse succede a tutti appena tornati dal Rajasthan.

Un mondo poco solitario

Era il 1993 quando per la prima volta sentii parlare delle Guide. Dovevo pianificare una breve puntata in Marocco e mi imbattei in un compendio di tutta la zona mediterranea. Mi piacevano quelle guide pronte a portarti a braccetto per il mondo. Io all’epoca non lo sapevo, ma avevano già quindici anni di vita. Col tempo sono sempre stato loro fedele, vedendo la mia piccola biblioteca colorarsi con il crescere dei titoli. Compravo anche pubblicazioni su posti dove non ero stato o non avevo intenzione di andare. Intanto il successo degli ex-sposini inglesi era ormai mondiale e io gioivo con loro.
Poi è venuta l’India e il loro mito ha iniziato a scricchiolare. Qui le Guide sono idolatrate da chi è riuscito a ricevere una segnalazione, conscio che quel gesto può significare il netto miglioramento della sua vita. Già pronti, i venditori sono lesti ad aprire il libro e a indicare che il loro nome si è magicamente trasferito su quelle pagine tanto preziose. Più ci spingiamo verso ovest, più il Libro è presente. Qui a Jodhpur, davanti all’albergo, una polverosa agenzia di viaggio espone la sua insegna. Fa notare di trovarsi a pagina 237. Mi chiedo di che edizione, in che lingua. Controllo, ma non è la mia. Tanti soldi spesi inutilmente per due insegne subito invecchiate dal tempo. Ci spingiamo oltre la strada dei falegnami, laddove si accende il mercato. Prima della porta, ecco la celeberrima omelette shop citata dal Libro … anzi due! Sì perché, attratto dal successo del vicino, anche Vicky ha deciso di lanciarsi nel settore. Come due galli da combattimento, le bancarelle si fronteggiano da anni. Le insegne non mentono: una si vanta di essere nelle Sue pagine, l’altra invoca pietà e comprensione, dal momento che dalle pagine è stata esclusa. Stessi prezzi, stessa qualità, ma quella originale vende cinque volte di più. Con Madi faccio un esperimento. Entrambi proviamo metà omelette da una parte e metà dall’altra. Poi ci dividiamo i favori e le dediche sui libri degli ospiti. I due padroni sembrano sorpresi e non paiono contenti. Poi qualcuno mi porta in una saletta: lì c’è un PC e un video girato da un ragazzo francese. E’ un ritratto del padrone dell’Omelette Shop originale. A lui l’impresa editoriale di una coppia di giovani e intraprendenti viaggiatori ha cambiato la vita. A noi, purtroppo, sta rimpicciolendo gli orizzonti del mondo.

21-23 agosto - Jaisalmer e deserto del Thar

Hindlish

Che bello sarebbe stato essere viaggiatori italici al tempo dell’Impero Romano. La tua lingua ovunque ti spingessi, fino ai limiti del conosciuto. Ma forse non era così. Forse il latino era solo l’idioma ufficiale di un territorio immenso e variegato e nemmeno attorno all’Urbe le diverse classi sociali potevano capirsi. Adesso dobbiamo fare un balzo in avanti di duemila anni. L’inglese ha preso il posto del Latino, ma la domanda rimane. E’ sempre la stessa lingua in tutto il mondo? Oppure stanno nascendo cento, mille inglesi a seconda della contaminazione con le lingue locali? Quando viaggio amo scattare foto alle declinazioni involontariamente ironiche della nuova lingua universale e ho scoperto che esiste addirittura un sito che ne raccoglie le storpiature. Ricordatevi che il “Cek out” a Bali è alle 10, che la “Entery” di un supermercato a Teheran è da quella parte; a Pechino potrete comprare una freschissima “Ice Watter”, così come a Bangkok gustare ottimi “Sandwics”. Centinaia, migliaia di questi strafalcioni mi frullano nella mente. In Rajasthan, tuttavia, l’arte dell’Hindlish raggiunge vette sublimi e Jaisalmer ne è l’indiscussa capitale. L’insegna senza macchia è una rarità. Ne abbiamo lette tante, gustandoci l’attesa per l’errore che puntuale arrivava sempre. Così alcune invitavano a “Rant a Motor Bike” oppure “Rent a Moter Bike” che “We arrang” dei bellissimi tour dove girerai magnifici “Vedio”. Dopo “30 minit” di massaggi potrai quindi assaporare ottimo “Continnantal food” al più vicino “Restorent” o “Restaurent” magari “Itaiyan” in quel locale “Recoginsed” dal Ministero per la sua ottima “Kitchan”. Al mattino ricordati del “Cheak out” alle 9 e poi di fare un’abbondante colazione. Cosa vuoi mangiare: “Omelet”, “Omellt”, “Omellet”, oppure ancora “Omlete”? Forse non ci crederete ma il ristorante della “Gorakh Haveli” ha voluto sbaragliare la concorrenza ed è riuscita a scrivere Omelette in quattro modi diversi nella stessa pagina. Manca solo la versione corretta.

Solitudine

Basta poco per stancarsi del cammello. Basta un’ora. Accorgersene alle sette del mattino, con la prospettiva dell’intera giornata in groppa, non è il miglior buongiorno possibile. Siamo in viaggio in sei: Madi è su Papaya, io sono su Michael e la nostra guida Arkha conduce le danze su Mister India. Raggiungiamo il primo villaggio per colazione. I ruminanti consolano la loro sete allo stagno, mentre noi siamo circondati dai ragazzini. Chiedono le penne, poi giocano alla settimana, quel passatempo già dei nostri genitori, nel quale si salta di quadrato in quadrato con una gamba sola. Loro, però, incidono il percorso sulla sabbia e ogni volta il vento si occupa di cancellare il gioco. Ben presto siamo di nuovo in sella. Sotto la minaccia di un colpo di sole avvistiamo alcune gazzelle e gli straordinari scarabei stercorari, piccoli esserini che passano la vita a rotolare accanto agli escrementi palliformi dei cammelli. Adesso ondeggiamo stanchi alla ricerca di un briciolo di ombra per il pranzo, ma gli arbusti sono troppo piccini per tutti noi. Quando ci appostiamo, siamo in sette: è arrivato un amico di Arkha.

Menù per il pranzo: riso, verdure e chapati; cottura: in loco; colore dell’acqua da utilizzare: grigio topo. Cerchiamo di scongiurare una sicura dissenteria e Madi si impunta per l’utilizzo di acqua in bottiglia. Ormai siamo bollati come schizzinosi, non c’è dubbio, ma ci va bene così. Il pranzo, d’altra parte, si rivela ottimo e ci ricarica parzialmente per il pomeriggio che a poco a poco sfianca le nostre gambe. Prima del tramonto siamo al villaggio di Arkha. E’ un agglomerato di capanne a pianta circolare dai graziosi tetti di paglia. Alcune abitazioni sono abbellite da dipinti gioiosi e per certi versi infantili. La casa del nostro cammelliere è costruita attorno al cortile, che è il vero nucleo della vita famigliare. Al centro la vecchia madre sta mungendo una vacca, che dispensa frequenti getti di piscio e pare non gradire l’operazione. La bellissima donna avvolta nella veste rossa ci dice di essere la cognata di Arkha e ci mostra soddisfatta il figlioletto. Quando parla del marito alza gli occhi addolorati al cielo. La nostra permanenza nel villaggio è fatta di silenzi e di sguardi che cercano di sostituirsi alle improbabili parole. Nessuno mostra verso di noi quella curiosità che riteniamo fonte di conoscenza e progresso. La sopravvivenza permea ogni momento della vita.

Un cane si aggira ramingo sulle dune al tramonto. Siamo noi e la sabbia. La bellezza del momento sta nella solitudine. Qualche metro sotto Arkha, Michael, Papaya e Mister India ci aspettano per strapparci da quella realtà che non ci appartiene.

24-25 agosto - Bikaner e Deshnok

Fiume in piena

Avevamo visto qualche gruppo andare verso ovest. Procedevano a piedi, attratti da qualche forza a noi ignota. A Jaisalmer avevamo saputo di più. Ogni anno milioni di credenti raggiungono dalle loro case il tempio di Ramdevra per una grande festa in onore di un santo, che in vita era stato fervente oppositore del sistema delle caste. Per un caso fortuito, Ramdevra si trova anche sulla strada per Bikaner, dove siamo diretti. La striscia di asfalto sembra disegnata col righello sulla nuda terra; ai lati solo pietrisco e deserto. Lasciata Jaisalmer all’alba, non sono molti i fedeli che ci accompagnano con il loro camminare. La situazione sembra sotto controllo, ma è un’illusione effimera. Passata Ramdevra il flusso cambia direzione, ci viene incontro e si decuplica. Sta arrivando il grosso della processione dal Punjab e dallo stato di Haryana. Una delle due corsie è costantemente infarcita di un’umanità variegata. C’è la famiglia in gita domenicale, con tanto di vessillo; ci sono i gruppi di amici, i solitari e i santoni; e poi carretti, risciò, vacche ondivaghe, cammelli, maiali, cani. Nell’altra corsia si fronteggiano i veicoli nelle due direzioni di marcia e restiamo per ore in una situazione di frontale potenziale. Il transito avviene così: ci si lancia all’iperbolica velocità di 80 km all’ora di fianco ai pellegrini e si fa la voce grossa giocando col clacson; poi in lontananza ecco l’avversario, il tuo nemico motorizzato che si avvicina in pochi secondi. Ci si guarda, una sfida di occhi, mentre dietro l’autista una torma di passeggeri si assiepa facendo il tifo per lui e per la propria vita. E’ questione di un momento, poi la brusca deviazione, gli uni sul pietrisco, gli altri a fare il pelo agli indolenti marciatori. E anche questa volta è andata. E’ una dura battaglia e i viaggiatori ne sentono tutto il peso, arrivando a destinazione stremati dall’ansia e dal rumore. Intanto, oltre i finestrini polverosi, la folla. Si susseguono le stazioni di sosta dove un pasto caldo è sempre pronto a sfamare questi inconsapevoli eroi. Ecco un gruppo che dorme; più in là alcuni ragazzini si inventano una doccia, perforando la superficie di un’autobotte. Dappertutto risuonano i canti, squarciati dai latrati dei clacson. E’ l’inferno in terra. Tre ore di terrore, fino a quando le ultime propaggini dei pellegrini pian piano lasciano il posto all’asfalto e al silenzio. Sono gli ultimi ritardatari che, forse, dopo tanta dedizione e fatica non riusciranno a raggiungere in tempo Ramdevra, trovando al loro arrivo solo un triste letto di rifiuti.

Per caso, in una canzone

Ci sono topi tutti in giro, topi tutti intorno, topi mattina e sera, topi mattina e giorno.” Non riesco a capire il significato di questa canzone di Francesco, ma per una volta mi sono trovato immerso in un suo testo e non in senso figurato. I roditori giravano veramente tutti intorno. Non erano trecento milioni, ma il grigio dominava comunque la scena.
Non c’è altro motivo per recarsi a Deshnok, se non quello di far visita al Karni Mata Temple. Karni Mata visse nel XIV secolo e, si dice, fece reincarnare in topi molte anime. La venerazione dei sacri roditori deriva dal fatto che alcuni di loro potrebbero essere reincarnazioni di antenati dei fedeli attuali. A piedi nudi ci si tuffa nel cortile dove fanno bella mostra due enormi ciotole piene di latte. I ratti ciondolano stancamente dai loro angoli per suggere un po’ di prezioso liquido e poi tornano all’ozio che li rende obesi e quasi immobili. E’ considerato segno di grande fortuna essere sfiorati dai roditori, ma per nostra fortuna l’indolenza che li contraddistingue impedisce mosse rapide e imprevedibili.
La nostra attenzione però è catturata da una bambina. Avrà tre anni e a piedi scalzi si aggira per il cortile. Sua madre l’ha depositata sulla nuda terra e prega poco distante. Avvolta da una rossa veste, non si preoccupa che la piccola mangi il mais destinato a topi e piccioni; un ratto la osserva dall’alto, lei incrocia il suo sguardo. La mamma continua a pregare, magari anche per un futuro migliore per sua figlia.

26-28 agosto - Delhi

Cerchi concentrici

Erano anni che cercavo di immaginarmi Connaught Place. Se prendete una mappa di Delhi, vi salterà subito all’occhio che la capitale vanta due piazze perfettamente geometriche. Una è esagonale e conserva incisi sull’arco di trionfo i nomi di tutti i caduti durante la prima guerra mondiale. L’altra è circolare e sembra un gioco di cerchi concentrici. Questa è Connaught Place. Leggendo le guide, la pensavo piena di vita e centro pulsante della capitale, ma la realtà, si sa, spesso affonda le nostre illusioni e la piazza si rivela essere un luogo triste e decadente. Pensata negli anni trenta come imitazione della mezzaluna di Bath, si compone di tre anelli dai begli edifici porticati, purtroppo in stato di colpevole abbandono. Si salva solamente l’enorme parco centrale, dove curiosamente è vietato fotografare. Due operai stanno dando il nero alle ringhiere, accarezzandole con le mani imbevute di vernice, le coppiette cercano di sfuggire al caos cittadino e i giovani discutono animatamente. Appena ci sediamo sull’erba entriamo nel cono visivo di due ragazzi. Piyush e Pulkit studiano ingegneria alla vicina università e ci approcciano con una domanda curiosa: vogliono un nostro giudizio sul loro paese per una ricerca che stanno portando avanti. Ne nasce una lunga discussione, un interessante confronto di opinioni. I due giovani sono colti, parlano un ottimo inglese e sono imbevuti di una rigida dottrina nazionalista. Secondo la loro visione del mondo l’India è allo stesso tempo una superpotenza e un paese in via di sviluppo. A tutti i nostri appunti su ciò che non funziona, rispondono con lo scudo del “paese in via di sviluppo”. Chiedono, ma non ascoltano le risposte. Chiedono di loro, non di noi. Non sono curiosi, non desiderano vedere il mondo. Al limite vorrebbero un giorno trasferirsi a lavorare nella Silicon Valley. E’ un invito all’umiltà per l’Europa, per chi ha creduto che la sua storia coincidesse con quella del mondo intero. Il mondo è in realtà sempre stato più vasto del nostro orizzonte e oggi Piyush e Pulkit lo hanno gridato dalla piazza dei cerchi concentrici.

Paharganj

Adoro l’Asia orientale. Il suo ritmo di vita, i suoi contrasti e il fare pacato dei suoi abitanti. C’è poi una particolarità che mi è sempre piaciuta: la via dedicata agli alberghi economici. A dire il vero può sembrare una stupida trappola per turisti farlocconi, ma è anche una piacevolissima comodità. Stanchi e impolverati dal viaggio, potrebbe non essere piacevole ritrovarsi a rimbalzare come una pallina da ping pong per una grande città in cerca di una pensione a buon prezzo, magari pulita e per giunta con una stanza libera. Se però hai una strada zeppa di alternative, la fatica è ridotta al minimo. Così a Bangkok c’è l’immancabile Thanon Kao San, a Jakarta Jalan Jaksa, a Hong Kong tutto è addirittura concentrato in un unico edificio, le mitiche Chunking Mansions. Anche Delhi è stata risucchiata in questa tradizione e offre ai viandanti l’angusto tratturo chiamato Paharganj, letteralmente “il quartiere collinare”. Per la verità di collinare si vede ben poco, ma un quartiere in miniatura, questa via lo è davvero.

All’ingresso, davanti alla stazione ferroviaria di New Delhi, due rudimentali metal detector impediscono il normale flusso dei passanti. Normalmente si dovrebbe essere obbligati, sotto il vigile sguardo di un qualche graduato, a introdursi sotto questi aggeggi infernali, ma in questo caso essi giacciono incustoditi a marcire, come un vecchio armadio del quale ci si chiede la funzione. Alle loro spalle, la strada offre un asfalto stentato che sfuma lentamente nel terriccio. Polverosa d’inverno, la via diventa un sentiero di fango e pozze nelle umide giornate d’estate. Ai suoi lati negozi di ogni genere, i cui occupanti a ondate decidono di liberarsi della spazzatura riversandone il contenuto in mezzo alla strada quasi fossero consumati lanciatori di peso. Poi ci sono le mucche che giocano a nascondino con i risciò, saltando fuori all’improvviso per la gioia dei conducenti e il terrore dei turisti. Al fondo della gerarchia sociale vengono però i cani, che gli infiniti incroci hanno reso tutti ugualmente bianchicci, brutti e smunti. I poveracci sopravvivono a fatica, cercando di portare a termine senza danni ulteriori le loro giornate. A volte capita però che non ci riescano, colpiti magari nel buio da una ruota troppo rapida. Si sentono i guaiti, estreme richieste di aiuto, che per lo più rimangono inascoltate. In fondo ci sono cose più importanti delle quali occuparsi, per tutti.
Di sera le terrazze offrono un refrigerio all’umidità accumulata durante il giorno. Dall’alto Paharganj offre il suo lato migliore, lontani dal selciato maleodorante. A metà della via si apre una piazzetta: cercate un ristorantino che vi si affacci. I mercati brulicano ancora di gente, le mucche pascolano placide e gli altoparlanti gracchiano stentorei annunci. Avvertono i cittadini di guardarsi dai turisti e dai pericoli che essi possono portare. Ogni annuncio, un jingle musicale. Così per tutta la sera. E’ un’immagine bizzarra, degna conclusione di un viaggio in Rajasthan, una lunga apnea nella bellezza e nella contraddizione.

Consigli

Viaggiare

Il visto per l'India si può fare a Milano. La validità massima è di tre mesi e bisogna concludere il viaggio entro l'ultimo giorno di validità. Il consolato non è più autorizzato a emettere i visti, per cui dovrete recarvi all'Indian Visa Center. Non c'è quasi mai molta coda, ma dovrete sborsare 70 euro più altri costi se non vi recate di persona.

Autobus o treno? E' questo il dubbio che avrete ogni qualvolta vi dovete spostare in India. L'autobus ha l'indubbio vantaggio di poter essere prenotato anche poche ore prima e di coprire tutte la destinazioni. Per contro, è più pericoloso e stancante. Il treno prevede che voi pianifichiate gli spostamenti con un certo anticipo. Le classi migliori vanno presto esaurite e resterete con gli sleeper o, peggio, con i biglietti dell'ultimo minuto, quelli dell'ordinary class. Nelle città più grandi c'è sempre un centro prenotazioni per gli stranieri dove basterà compilare un modulo per la richiesta e avrete il vostro biglietto. Ancora meglio, ma è un'opzione più cara, quello di affidarvi a un'agenzia di viaggio nelle città più turistiche. Anche gli hotel a volte prenotano treni e autobus. Le classi dei treni prevedono l'aria condizionata con gli allestimenti a due, quattro o sei cuccette per scompartimento; le carrozze sleeper; i posti ordinari. Ricordate che viaggiare con la classe sleeper ha lo stesso prezzo che prendere i bus, mentre l'aria condizionata vi costerà tre volte di più.

Visitare

Ecco un elenco di alcuni luoghi che potrete decidere di visitare e sui quali mi sento si spendere alcuni consigli:

AGRA, Taj Mahal: come potrete non visitarlo? Eppure può essere una mezza delusione, soprattutto perchè l'aspettativa è ovviamente altissima. Per entrare bisogna togliersi le scarpe, quindi portatevi delle calze da indossare in caso di pioggia. Uno dei momenti migliori è quello che precede la chiusura, quando potrete stare da soli al cospetto di tanta meraviglia. Deludente comunque l'interno. Da osservare i tanti scoiattoli nel giardino.

FATEHPUR SIKRI: merita assolutamente una visita, che si può concludere in mezza giornata partendo da Agra. Se arrivate con un motorisciò sarete depositati lontani dall'ingresso e potrete accedere al sito con un bus interno (5 Rs); state attenti a scendere nello stesso punto al ritorno, in quanto è facile perdersi. All'interno troverete diversi venditori che applicheranno ai souvenir prezzi ben più alti di quelli di Agra.

JAIPUR, City Palace: la visita richiede quasi mezza giornata. Unico consiglio è quello di non snobbare il negozio di artigianato nel quale si trovano anche capi particolari, sebbene a prezzo maggiorato.

JAIPUR, Amber e Jaigarh Fort: bellissima visita che richiede più di mezza giornata. Vi consiglio di salire prima al Jaigarh Fort, esaurendo la fatica maggiore quando sarete ancora baldanzosi. L'ascesa dura più di mezz'ora ma ne vale la pena. Il biglietto per entrare al forte è compreso in quello del City Palace, ma dovrete sborsare un extra per il permesso fotografico: fatelo a occhi chiusi in quanto il panorama dell'Amber Fort dall'alto è meraviglioso. Perdetevi nel labirinto del Jaigarh Fort e rilassatevi nei giardini che dominano la valle per almeno un'ora, ma potrete concedervi anche di più. Dopo trasferitevi all'Amber Fort dove potrete dedicare lo stesso tempo, vista la quantità di ambienti da visitare.

JAIPUR, Hawa Mahal: si tratta di uno dei palazzi dalla facciata più famosa dell'India intera. Il fatto curioso è che durante la visita la facciata non la vedrete mai e dovrete andarci davanti espressamente una volta usciti dal complesso. L'interno comunque è veramente originale e potrete sbizzarrirvi in un'infinità di foto, che vi consiglio anche di dedicare al caos della sottostante Jaipur. Dall'alto potrete vedere l'osservatorio astronomico e il City Palace.

UDAIPUR, Monsoon Palace: è uno dei set di Octopussy, quindi merita una visita se siete fan di James Bond. Il palazzo è in rovina e le scimmie vi dominano la scena incontrastate. Tuttavia l'escursione di mezza giornata è consigliabile per altre due ragioni: la strada per salire e la vista di udaipur che avrete dalla sommità. Per ciò che riguarda la strada, si tratta di una piacevole camminata di tre quarti d'ora che sarete costretti a sorbirvi (andata e ritorno) se andrete in motorisciò. Diversamente potrete ottenere un passaggio lungo la strada oppure optare per un taxi, che però dovrete prendere dal centro e non ai piedi della montagna. La vista è invece particolare in quanto la città risulta lontana, ma avrete anche un'idea della colline circostanti.

UDAIPUR, City Palace: visita piuttosto lunga perchè si compone del palazzo e di una serie di ambienti adiacenti tra i quali non dovrete perdervi l'hotel, altro set cinematografico di Octopussy, e il giardino in riva al lago, dove potrete assistere all'eterna lotta tra due mascotte del posto: un cane e una scimmia.

JODHPUR, Mehrangarh Fort: la sorpresa del viaggio e la visita meglio organizzata di tutto il Rajasthan! Dotati di audioguida compresa nel prezzo del biglietto, sarete traghettati attraverso tutte le meraviglie del forte durante un tragitto che occuperà almeno tre ore. Dall'alto godrete di scorci coloratissimi della città e, al termine della visita, potrete comprare i vostri regalini in alcuni shop tra i più gradevoli e forniti della zona.

DESHNOK, Karni Mata Temple: il tempio dei topi, lo dico subito, non merita una deviazione dal vostro itinerario alla scoperta del Rajasthan. Il tempio in sè passa quasi inosservato, vista la magnetica attrazione costituita da centiania di topi mezzi addormentati o che si abbeverano dalla ciotolona del latte. Il posto è ovviamente sporco e maleodorante, adatto soprattutto per poter dire agli amici di aver sfidato un esercito di ratti e di esserne usciti vincitori, Per la verità i roditori, ben nutriti, sono intontiti dal loro stesso benessere e non vi daranno alcun fastidio, se non una visione che non tutti troveranno gradevole. Portatevi delle calze da indossare per non calpestare cibo ed escrementi.

Dormire

Alcuni hotel consigliabili provati durante il viaggio:

JAIPUR: nel pieno caos di Jaipur è piacevole alloggiare al Pearl Palace Hotel, un hotel molto conosciuto ma che può vantare ancora un ottimo rapporto qualità prezzo. Esiste una grande varietà di stanze a seconda delle vostre esigenze. Al primo piano c'è una superlativa stanza in cui rilassarsi, navigare su internet e prendere un po' d'aria sul balcone. Ma la vera chicca si trova sul tetto, il ristorante Peacock. Disposto su tre livelli, il Peacock offre una deliziosa cucina indiana con vista a 360° su Jaipur. I prezzi sono leggermente alti, ma l'esperienza vale la pena. Preparatevi a rifugiarvi sotto la copertura durante i mesi monsonici.

UDAIPUR: un terrazzo, un comodo materasso in una nicchia, la vista che spazia sul placido lago. E' questa l'atmosfera che troverete alla magnifica Dream Heaven Guesthouse. Collocata di fronte al Lal Ghat, questa guesthouse propone 16 stanze pulitissime, con un bagno ampio e una bella vista sul lago. Sulla terrazza è possibile mangiare al ristorante, notevole non tanto per i piatti serviti, quanto per il panorama di cui si può godere. Il padrone, Deep, è un ragazzone molto disponibile proprietario anche di una specie di agriturismo fuori città. La sua fidanzata messicana insegna yoga all'ultimo piano della struttura. Il nipote Sunny vi potrà invece offrire un corso di cucina dai suoi zii, nel cuore della città vecchia.

JAISALMER: una pensione piuttosto nuova e accogliente è la Gorakh Haveli. Le stanze sono grandi e accoglienti e il ristorante sul tetto sufficientemente buono. La marcia in più è però offerta dalla dinamicità del padrone. Egli potrà organizzarvi un giro con i cammelli in zone veramente poco frequentate dai turisti, così come potrà prenotarvi un treno senza pretendere commissione alcuna. In effetti si tratta della persona più onesta e capace con cui abbiamo avuto a che fare durante il nostro soggiorno in Rajasthan.

Mangiare

Difficile dare consigli su cosa o dove magiare in Rajasthan. In genere si sceglie di cenare in base allo stato d'animo del momento e i ristoranti sono difficilmente posti validi in assoluto. C'è comunque da dire che i diversi locali provati nella regione si distinguono per un tratto comune: la presenza di una terrazza che da al pasto un lustro speciale. La vista è soprattutto importante a Udaipur e in misura minore a Jodhpur e Jaisalmer. Difficilmente potrete invece ammirare un bel paesaggio dagli ultimi piani di Agra, Jaipur, Bikaner o Delhi. Le terrazze sono poi un'arma a doppio taglio nella stagione monsonica se non dotate di adeguata copertura. Può succedere che si debba interrompere un pasto durante il suo svolgimento per rifugiarsi in spazi angusti nei quali tentare di portare a termine la cena. A Udaipur un pasto non sarà completo senza la simultanea visione del film Octopussy della serie di 007, ambientato per la maggior parte in città. E' solitamente previsto alle 19 ma, nonostante la pubblicità all'entrata dei locali, accertatevi che la proiezione abbia luogo sul serio. Riguardo al cibo, è impossibile elencare tutte le prelibatezze di cui potrete cibarvi; il consiglio migliore è quello di provare un po' di tutto e di variare ogni volta il vostro menù.

Comprare

L'India è la mecca dell'acquisto economico, ma offre anche merce decisamente interessante. Un consiglio che mi sento di darvi è quello di controllare i prezzi e di non comprare alla prima occasione, ma nemmeno di lasciare gli acquisti per l'ultima vostra meta, in quanto le diverse città offrono oggetti non sempre uguali. Ad esempio i manufatti in marmo che troverete ad Agra costituiranno una rarità nelle altre città, così come Udaipur risulterà un buon posto dove trovare diarietti in pelle di cammello o dipinti su seta. Al contrario troverete Jodhpur piena di spezie e Jaisalmer ricca di tessuti. A Delhi si potrà comprare un po' di tutto, ma a prezzi maggiorati. Nella capitale consiglio alle ragazze alla moda uno spaccio di indumenti della marca Desigual in Paharganj, non lontano dalla fermata di metropolitana di Ashram Marg.