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E ci siamo. Biglietto comprato ancora prima delle vacanze estive. Si viaggia con socia nuova. Una delle poche che parla più di me. Un proverbio spagnolo recita "Due grandi parlatori non andranno lontano insieme". Ma noi non siamo spagnole.
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E ci siamo. Biglietto comprato ancora prima delle vacanze estive. Si viaggia con socia nuova. Una delle poche che parla più di me. Un proverbio spagnolo recita "Due grandi parlatori non andranno lontano insieme". Ma noi non siamo spagnole.
Come se non bastasse, mi sono anche innamorata di un netbook, quei computerini piccoli piccoli. Perché con la storia del quadernino, tutti i diari di viaggio mi rimangono a metà, Messico incluso. E poi, vuoi mai che non ci sia più niente da dire in viaggio? E allora si scrive. Voglio il netbook. Mi piace viola, che io di informatica un po' ci capisco, quindi lo voglio viola! E per averlo viola lo ordino comodamente dagli Stati Uniti, invece di prenderlo al Carrefour. Questo due mesi fa. Il gemellaggio poste Italiane-Americane ha dato i suoi frutti: il mio fantastico netbook passerà le feste in un fermo deposito dell’interland torinese, con buona pace della sottoscritta. L’oroscopo recita “Tutto sembra arrivare in ritardo, ma l’essenziale c’è”. Secondo me chi scrive gli oroscopi lavora alle poste e mette le mani avanti.
In sintesi, o l’India pullula di comodi internet point in cui annegare le ore di attesa aspettando che la socia liberi il bagno, o anche quest’anno niente diario di viaggio.
“Stamo a vede” come dicono in India, del Nord. Intanto partiamo: domani mattina, all’alba. Randagia, che pronti, partenza...
Atterriamo a Delhi avvolte dalla nebbia: tutto sto giro, per ritrovarci ancora in Val Padana? Ma il caos che abbiamo attorno non è quello della Val Padana. Welcome to India! Abbiamo chiesto il servizio di pick up all'albergo: infatti ecco un ragazzo con "HotelGrandParkInn - Miss Randagia and Socia". Mentre lo seguiamo verso la macchina, mille ragazzetti si aggrappano ai nostri zaini (già, zaini meravigliosamente non smarriti a sto giro). Pretendono di aiutarci, quando di aiuto non ce n'è bisogno. Vengono non troppo gentilmente scostati dal nostro Ambrogio locale. Con l'esperienza in loco, scopriremo che un Ambrogio che ti scosta gli scocciatori è affidabile, uno che li lascia fare no. O almeno credo. Incastrare i nostri zainoni su una bella Tata Indica non è operazione da poco: ce la si fa, sempre. Everything is possible, you're in India. L'hotel è carino, in Karol Bagh. Zona che tanto carina non sembra. Sono senza soldi perché faccio sempre così. Un viaggio inizia da un ATM, sempre. Un po' sbattute dal fuso azzardiamo una doccia e poi fuori. Madan Pai, il gentilissimo titolare dell'hotel, ci dà un paio di indicazioni, tra cui l'ATM appunto, giusto dall'altro lato della strada. La socia attraversa senza ritegno sfidando auto-rickshaw, macchine, moto e mucche. Io sono ancora un po' sul titubante, ma ci riesco, con un notevole distacco. Ecco l'ATM, occupato. Attendo il mio turno ed entro: i miei occhi incontrano quelli di una doppietta. Ah sì, qui il bancomat non me lo clonano facile. Non so se ho più paura a prelevare a porta palazzo di notte quando non c'è nessuno, o qui che c'è un (forse) ufficiale armato a guardarmi mentre metto il PIN. L'uomo armato sorride, io molto meno. Sarà interessante questa città. Tutti ci avevano avvisati: usate la cartina e le vostre forze, non date retta ai locali, non ascoltate nessuno. Che è come chiedermi di volare. Già in Messico l'anno scorso la Lonely diceva di stare alla larga dai locali che attaccano bottone, con gran disperazione della mia socia dell'epoca che mi tuonava: "Come faccio a stare attenta ai locali che attaccano bottone, se sei tu che attacchi bottone per prima con i locali! A te devo stare attenta!". Un difetto che ancora non ho perso, né mi sto impegnando troppo a perdere, ma magari prima o poi.. Per primo ci affianca Kumar, un bel giovine dall'aria pulita, forse solo l'aria. Kumar ci aiuta ad attraversare la strada: detto così fa molto vecchietta e boy scout, ma attraversare la strada a Delhi è un'avventura. Kumar dice di studiare inglese e andare a ballare tutte le sere. Non ci chiede soldi, chiacchiera e basta. Però non ci porta al Tourist Info dove volevamo andare, ma ad un'agenzia viaggi, come voleva lui: e sai qual è la novità? Che ci sentiamo perse, e non è solo una sensazione, è un dato di fatto. Siamo perse. Credevamo di essere a Connaught Place, siamo a Golden Market, che ancora ora non so dove sia esattamente. La socia ha più testa di me, manda a stendere Kumar, mi obbliga a guardare una cartina e riportarmi a un punto noto. Fosse facile. Un autista di rickshaw che ci ha seguite da un pezzo continua a ulrarci di andare da lui che per solo 10 rupie ci porta dove vogliamo. Ma invece di portarmici, non mi puoi dire dove cavolo siamo su questa cartina? Perché no? A Delhi c'è la metro, gran salvezza del turista medio: nelle stazioni della metro c'è sempre una cartina con il pallino rosso. YouAreHere. Eccola, la cartina: il turista medio è salvo, o almeno crede. Rimiri la cartina per qualche secondo, per capire come sei girata. Tempo scaduto: ti si accosta uno che decide che ti sarà d'aiuto: ti dice dove pagare i biglietti, quanto pagarli, a che fermata scendere e magari anche con che piede. Se sosti un attimo a guardare la piantina a muro per cercare di farla tua, lui ti si affianca e in silenzio aspetta. Ha deciso che in quella tratta lui sarà il tuo angelo custode, inutile dirgli che ne hai già uno che sta facendo il suo sacrosanto dovere da 35 anni: lui non se ne andrà. Inutile che provi a liberartene, sorridi a lui e alla vita e tienitelo fino alla prossima fermata, magari spera che abbia un'urgenza, magari un'operazione a cuore aperto, così ad un certo momento si staccherà. Non contarci però. Speraci ma non contarci. Certo, per entrare in metro si passa dal metal detector: farai l'abitudine tanto a lui quanto all''angelo custode intercambiabile: ti sembrerà di essere in un paese in guerra, invece sei solo in un paese che straripa. Straripa di gente, di fregature e di emozioni: auguri a gestirtele! Certo, arriviamo al Tourist Info al numero 8 di JanPath: "senza chiedere info", come mi ero appuntata sul quadernino. Peccato che l'utilità del posto sia stata nulla: se sei a Delhi e non sai come spostarti, puoi andarci, ti trovano una macchina in un attimo e sei servito, ti pianificano tutto. Se invece sei a Delhi, sai che vuoi spostarti in treno, ma ti serve qualche consiglio su tourist quota e waiting list, lascia stare, non te ne sapranno dare. Però hanno una bella toilette pulita.
Lasciamo perdere, proviamo a goderci questa città. Andiamo a Chandi Chowk: il cuore della città vecchia. Gente, gente, gente, divertente. Arriviamo miracolosamente alla Jami Majid, la moschea. E addio scarpe: vedi di abituarti, che ogni scusa è buona per togliersi le scarpe in questo paese. Lascio le mie Rebook da interrail all'ingresso, confidando di ritrovarle: il fatto che siano le mie scarpe da vacanza da 13 anni a questa parte riduce alla grande le probabilità che qualcuno osi portarmele via. Alla moschea incontriamo Ale e Paola: con loro e il loro driver turbantato, andiamo al mercato delle spezie. Qui mi si apre un mondo: Ale sgancia un biglietto da 100 al primo vecchietto che incontra, chiedendogli di portarci sul tetto. Sali su scale strette e buie, su cui si affacciano alloggi senza porte. L'odore del curry ti è entrato nel naso, misto allo smog. I tetti qui sono terrazze, terrazze popolate da ragazzini che giocano con gli aquiloni. Aquiloni: colore e libertà. Giocano, proprio come nel libro. Ragazzini corrono con mosse decise e precise, macchie di colore si muovono nel cielo grigio della città piena di smog. Respiri smog e libertà. Non scenderesti più da quel tetto, staresti ore a guardare gli aquiloni in cielo. Non lo sai ancora, ma questa è la cosa che più ti affascina dell'India: gli aquiloni in cielo. Minchia, sarai mica diventata romantica ora? No no, solo un po' rintronata dal fuso. Scendiamo dal tetto e le spezie ci tolgono il fiato. Quattro ebeti tossiscono sorridendo: siamo noi, inebetiti da smog e spezie. No, non ce le siamo fumate le spezie. Decidiamo che come prima giornata è sufficiente e cerchiamo di rientrare in albergo: intuiamo che non sarà facile, ma ce la facciamo, alla grande.Oggi abbiamo imparato ad attraversare la strada. Randagia, che gli aquiloni in cielo e la testa anche oltre...
Ci si sveglia all'alba, per prendere il treno che ci toglierà dal casino di Delhi per portarci nell'atmosfera mistica di Agra. Agra non ti dice niente? Già, però è lì che fa bella mostra di sè il Taj Mahal. Treno prenotato dalla socia, albergo prenotato da me dietro consiglio di amico viaggiatore "Io non ci sono stato, ma il taj resort l'ho visto passando, sono entrato, merita." Peccato che passando non ti accorgi se l'acqua calda c'è solo nelle ore pari.
In stazione con il dovuto anticipo: è il nostro primo treno indiano, l'evento richiede scrupolo. Con noi in taxi dall'albergo una ragazza neozelandese che viaggia sola, e in quanto tale paga il doppio del dovuto perché dà retta a tassisti e simili. Però sorride, e molto. "Guarda, siamo sul chart!!" Dicesi chart un foglio tabulato, quelli che si usavano vent'anni fa per stampare con il computer, quelli con righina bianca e righina grigia. Qui ogni righina rappresenta un posto e il relativo passeggero: è il foglio delle prenotazioni. Non riusciamo a trovarci e chiediamo aiuto: sappiamo quali sono i posti, ma ci serve conferma. Il tizio ci ascolta, punta il dito sul chart indicando una riga e chiede alla socia "Questo è il tuo nome?". E che ne so, è scritto in hindi!! Proseguendo nella riga arriviamo a dei caratteri comprensibili: siamo noi!!
Perfetto, allora vagone S1. Facile. Il nome del vagone è su un diplay, c'è un diplay per ogni vagone. La fine del treno? Non la si vede. Il capitolo del chart relativo al nostro vagone è anche appiccicato sul vagone stesso. Bello, sai i nomi dei tuoi vicini ancor prima di salire.
Questa è una prima classe vera: sali e iniziano a servirti la colazione. Meno male, perché il packet breakfast che ci ha dato l’albergo consiste in due sandwich con dentro delle foglie di cavolo, no prosciutto, no formaggio, solo della bella fresca verdura cruda, che decidiamo di sprecare, giusto per scampare lo scagozzo del primo giorno. La colazione è speziata, manco a dirlo, ma il tè si beve. Il servizio è esemplare, il viaggio breve. Dopo due ore ci si alza, noi e i nostri zainoni, pronti a scendere: ma su un viaggio di due ore, quanto vuoi avere di ritardo? Due ore, perfetto. Alla prossima vediamo di starcene sedute fino all’ultimo.
Scese dal treno veniamo accerchiate da gente con tesserini bianchi: il mini menù del tassista. Tutti gli autisti autorizzati hanno questo libretto con le tariffe ufficiali che applicano: e te li mostrano bene bene, come dire “vedi che sono autorizzato io?”. Sì, ma autorizzato a cosa? A raddoppiare le cifre che ti hanno messo sul libretto perché questo è quello che fanno: aggiungono parcheggi, benzina e probabilmente anche la donazione a Visnù che ci protegga durante il viaggio. No no, lasciamo perdere. Andiamo al Booth del Pre Paid Taxi And Autorickshaw: comunichiamo la destinazione, ci chiedono importo ragionevole e danno la ricevuta, uno si elegge a nostro autista e opplà andiamo. Ci fa scendere prima dell'albergo perché la zona del Taj è bandita alle auto non ecologiche: solo auto elettriche, rickshaw e cammelli possono avvicinarsi al Taj. Come mai? Perché altrimenti quel marmo bianco diventa nero. Bravi.
Passiamo all'albergo a lasciare tutto e ci offrono il Chai, il loro fantistico tè con latte e spezie. Ce lo offrono in tazze lerce, ma l'ospitalità è sacra: io bevo. la socia, più smart, dichiara che a lei il tè piace berlo con calma e chiede se lo può portare in stanza. Permesso accordato: quando siamo dentro, il tè finisce nel cesso. Senza esitazione. Ecco, può essere un'idea. Stasera è luna piena, e quando c'è luna piena, il taj si può visitare la notte. Peccato che la cosa non sia prenotabile via internet, peccato che al famoso Tourist Info di Delhi non ne sappiano niente, peccato che nessuno ne sappia niente.Quindi andiamo al taj di giorno, dopo aver fatto la nostra buona coda per comprare il biglietto che noi paghiamo 30 volte più caro degli indiani: ma comunque solo 10 euro. E non pensare che i biglietti li vendano vicini ai cancelli, no ci sono gli uffici apposta. Indicati malissimo: uno, ad esempio, è indicato come ospedale. E facciamoci sti biglietti all'ospedale. Quando ci avviciniamo ai cancelli ci accorgiamo che la coda è infinita. Un ragazzetto ci avvicina dicendoci che la coda durerà tre ore ma lui ha un modo per farci entrare subito. Decliniamo l'invito e ci avviciniamo ai cancelli ignorando la coda e sperando ingenuamente in una coda speciale per gli occidentali: qui si usa. In India si usa, ma non al Taj. La guardia armata ci consiglia l'ingresso sud dove c'è meno coda. E chiediamoci perché lo consiglia solo a noi e non all'infinita umanità che è in coda. Chiediamocelo, ma non pretendiamo una risposta. Vero, al sud ci mettiamo in coda, probabilmente ce la caveremo in 20 minuti. Ma ecco una rissa, poco più avanti. Toh guarda, il ragazzetto di prima! La rissa finisce e, davanti a noi, non ci sono più le stesse persone di prima, ma due donne, indiane, madre e figlia, che non guardano in faccia nessuno. Ecco, abbiamo lasciato più di 5 centimetri dai precedenti in coda e si sono infilati questi, grazie alla scenetta del ragazzetto. Ma guarda te se con 100 rupie hai il “servizio rissa” per tagliare la coda. Arrabbiarsi non serve, impara e basta: alla prossima rissa mi abbraccio la sconosciuta davanti e voglio vedere chi si mette in mezzo!! Si entra, lasciando alla cloack room gli zainetti: sono troppo grandi non te li lasciano portare. Quindi se ci vai marsupietto o borsetta di egual misura, niente zainetti, niente coltellini e via. Anche perché la cloack room chiude alle 17, il Taj alle 19 e non è piacevole dover uscire prima per la borsa.
Il palazzo è veramente bellissimo, da fuori: con la nebbia che caratterizza la zona, con il suo effetto vedo non vedo. Bello, piace. E dentro cosa c'è ? Un'altra coda, stavolta per entrare nel cuore del Taj, nel palazzo bianco. E cosa c’è lì? Il niente. Due tombette del maraja e sua signora e bon. Ma per scoprirlo, fai un’ora e mezza di coda. Un’ora e mezza tanto per dire? No no, tanto per aspettare: 90 interminabili minuti. L'attesa non è noiosa, se te la sai gestire: vedi le peggio performance. La coda va stile serpentone a destra e sinistra per sfruttare gli spazi, e poi ti arriva chi, con un sorriso da "come ti frego io nessuno" se la fa in diagonale, tagliando qua e là, e nessuno dice niente. E non dici niente tu, che ti senti pirla ma anche straniero: se non si lamentano loro che sono migliaia in coda, devi lamentarti tu? Magari sì. Non oggi però, oggi non siamo ancora ambientate.
Usciamo per cena e vediamo gente attraversare metal detector semi seri, entra al Taj. ma non è chiuso? Sì, ma ieri si potevano prendere i biglietti per entrare, oggi è luna piena. Ah. Lo sapevamo, siamo qui con la luna piena, lo sapevamo e non abbiamo i biglietti? Dei geni. Siamo dei geni. Solo 50 persone in tutto il Taj, per un'ora. E noi che l'abbiamo visto con solo 50 migliaia di persone, che fare una foto senza altri individui era impossibile. Di biglietti non ce ne è più, vanno presi il giorno prima. Tentiamo la parte tristissima di chi deve partire il giorno dopo, ma sta gente è irremovibile: non si entra. Pazienza. Sarebbe stato possibile prenotarlo su internet? Temo di no, ma se interessa potete provarci, partite dal sito ufficiale e cercate le agenzie.
Ci facciamo una bella cena in terrazza: terrazza con Taj View, come tutti i locali qui. Il cameriere, di una certa età, ci porta i menù e ci spiega che è sua figlia la cuoca. al momento di ordinare, fa scrivere a noi: lui scrivere non sa. Questo ci succederà un sacco di volte, altro che ordinazioni dai computerini via wifi: scrivi il biglietto e lo scrivi tu, che il cameriere non sa tenere una penna in mano.
Randagia, stranita dalla birra che costa più della cena.
C'è un treno di cui ci importa più degli altri. Quello che da Agra ci porterà ad Udaipur. Noi a Udaipur vogliamo passare il capodanno, quindi lì dobbiamo arrivare. Non esiste che rimaniamo ad Agra. Peccato che non abbiamo un biglietto: siamo nell’odiata Waiting List. Lo Station Manager, ci dice sereno "Tranquille, prima che il chart sia pronto, avrete un posto, al 99,9%. Siete le prime in Waiting List". E’ un uomo di ruolo, gli vogliamo credere. E inizia il mantra: novantanoveenove, novantanoveenove. Visitiamo il forte di Agra recitando il mantra, e poi finalmente in stazione. Ovviamente ha vinto quello 0,1%. Prendiamo i biglietti della classe general e speriamo in un upgrade. La classe general è simile ad un carro bestiame. I sedili sembrano le panchine di un parco: ti ci voglio vedere a fare una notte sopra, ma piuttosto che rimanere qui. Sul primo binario pullulano le insegne degli uffici: station manager, tourist reservation, ticket office, chief ticket office. Quanti modi per dire biglietteria. Ci ispira il chief ticket office, nome lungo. Andiamo lì a chiedere l’upgrade, che otteniamo con estrema facilità e felicità. C’è sempre un posto su un treno in India, ci avevano detto. Per ora ci sembra vero. Si parte. Questo non ci sembra vero. Festeggeremo capodanno dove volevamo. Grandi!
Non abbiamo la cuccetta, ma un sedile è più che sufficiente. Di fronte a noi, quattro turisti europei allegri e simpatici, tra loro spicca una Svizzera, dotata di qualunque tipo di salvietta e disinfettante, mentre le servirebbe solo una camomilla. Una settimana dopo incontreremo i suoi amici ma lei no: è stata male, male di brutto, già si sapeva. Dietro di noi il subcomandante Marco: telo nero su testa e busto, cuscino poggia collo gonfiabile, sacca legata al portapacchi con catenella e lucchetto tipico. Qui sui treni ti vendono il kit anti-furto: catenella e lucchetto tondo, e magari un rosario dei loro. Se questo tizio che sembra scafato si lucchetta la borsa, dovremmo farlo anche noi pivelle? Magari sì, ma ci vergogniamo da bestia. Meglio vergognarsi che rimanere senza mutande. “Randa, lucchetta!”. E io lucchetto.
La socia va in bagno, e sulla strada del ritorno, la vedo deviare a destra: che fa? Si butta? Torna e sedendosi con aria distratta dice “Mi sono soffermata a chiudere una porta. E non era quella di un bagno” Già, la porta del vagone aperta mentre si viaggia! La chiusura non è propriamente automatizzata, ma consta in un meccanismo automatico di ultima generazione: il chiavistello! Occhio e croce, questi sono treni di inizio secolo.
Randagia, innamorata dei treni d’inizio secolo
Non puoi andare in India senza provare un massaggio ayurvedico. Sarebbe come andare a Napoli senza mangiare una pizza. E le pizze a Napoli costano poco, come i massaggi in India. Quindi si fa. Udaipur. C'è il centro massaggi segnalato dalla Lonely, ma noi andiamo a quello di fronte. Per spirito di contraddizione o per caso. Una bella madama indiana ci fa accomodare. Due ragazze con grembiule bianco, sorriso raggiante e aria dolce sono sedute per terra, noi sulle sedie. Niente chai (il solito tè indiano), ma due chiacchiere. La madama ci dice che il prossimo anno verrà in Italia, sua sorella vive a Firenze, e lei sogna commossa il momento in cui vedrà quella città. Chissà come la penserebbe se la sorella abitasse alla Falchera. La nostra tosse da smog di Delhi e Agra si fa sentire, ed ecco pronta la soluzione: ci offre delle caramelle Koflach. Ma non era la marca degli scarponi da sci? Dal gusto sembra esserci un collegamento, ma sono un miracolo per la gola. Grazie. Ci spiega come funziona il massaggio, e poi dà due dritte alle ragazze su come fare: tissue massage non troppo soft. Fidiamoci: full body, non lasciamoci sfuggire niente.
Le ragazze, sempre sorridendo, sempre senza parlare, ci portano al piano di sopra: ci si toglie le scarpe e si entra in una sala con due lettini. Una a te, una a me: le ragazze di dolce e innocente hanno solo l'aria, non le mani: ti massacrano stile Bravo Simac, con la forza di mille braccia. Questo si chiama massaggio. La socia è più atletica e non patisce. Io soffro in silenzio, ma un paio d'urla le avrei tirate volentieri. Un'ora di massaggio e un "Good?" ogni dieci minuti. E vuoi dire no? Tanto vai a farti capire con queste che di inglese non sanno altro che "good". Sorridi anche tu e bon. Le donne che han fatto amicizia con l'inglese qui son poche, ma quelle che sorridono son tante. Intanto le tue stanche membra si sentono rinascere, e l'unica cosa che devi dire è "gooooood!". Non sai se è euforia o energia, ma vuoi bene al mondo. Anche a quel paio di formiche che nel frattempo si sono piazzate sui tuoi vestiti. Fan parte del mondo.
E' talmente bello l'effetto, che il giorno dopo, a fine giornata, mancano 5 minuti alla chiusura del negozio, vado a vedere se mi esce almeno un "foot massage". C'e' sempre la solita bella madama, ma adesso è sdraiata per terra, alla romana più che all'indiana, con il suo saree colorato. Salta in piedi appena entro. Ma io mica mi formalizzo, se vuol stare svaccata madam, stia pure. In negozio con lei una ragazza molto giovane. Tento l'approccio del sorriso che vale più di mille parole, accompagnato da un timido "E' troppo tardi, vi disturbo?". Spesso confondo il sorriso con la faccia da culo. Eh si, purtroppo è tardi, le ragazze sono già andate via. Mi è andata male. Faccio per uscire, quando la ragazza mi chiede, in un perfetto inglese, se ho problemi in caso il massaggiatore sia un uomo. Ma che problemi? Il mio ginecologo è un uomo, vuoi che faccia storie per due piedi? Si guardano perplesse, mentre entra Moin: il massaggiatore. Un'aria imbranata sulla trentina. Non dice una parola in inglese, ma sorride. Il sorriso è unisex. Complottano, poi si decide che il tanto sospirato massaggio s'ha da farsi. Alleluja. La madama mi squadra, e capisco che sta dicendo di darmi una vestaglia. Ma le faccio notare che i miei ThinkPink da outlet si tirano su fin sopra il ginocchio: sexy come l'omino Michelin, non ho bisogno della vestaglietta. Non paga aggiunge: "Mia figlia viene con te". Saliamo. Via le scarpe. Sul lettino. Pancia in giù. Ammiro una processione di formiche a bordo campo, mentre Moin mi tortura i polpacci con sto tissue massage. Parlano in hindi tra loro, non considerano me. La ragazza va in bagno, e Moin sfodera un inglese da università. Epperò allora parli, e pure bene. E mentre parla, si appoggia ad una chiappa: vabbè si vede che si deve appoggiare. La ragazza rientra, e scrive sms. Moin ha di nuovo bisogno di appoggiarsi, stavolta alla coscia. Ma com'è? Moin, hai perso l'equilibrio? Quando l'apposito sostegno diventa una palpata, la smetto di guardar formiche e inizio a parlare con la ragazza, che alza gli occhi dal telefono: immediatamente Moin sembra riconquistare l'equilibrio e ridurre il numero di impronte olio su tela. I mie ThinkPink da outlet ringraziano, e pure io. Le scenate non sono da me, e non mi sembra il caso. Moin, mi fai un po' pena: devi essere ridotto male per palpare una conciata da omino Michelin, che è lì con te solo perché le fanno male i piedi. Chiacchierare con la ragazza evita le palpatine, e chiacchieriamo. Incredibile quanti spunti di discussione si possano trovare da una processione di formiche, o dal rumorino dei topi che corrono sul soffitto. E sì, certo, è il centro massaggi più pulito che abbiamo trovato in tutta la vacanza. Uscendo noto sul cartello "Massage Women2Women Men2Men". Mi sa che è meglio.
Ci avevano avvisate: attente a chi vi parla in italiano, vuole solo farvi bere e poi... Uomo avvisato mezzo salvato, ma donna no. Nei giri del pomeriggio in tanti ci parlano, in italiano e non, invitandoci a feste di capodanno per la sera. Io declino sempre con un "Yeah yeah see you later". Peccato che non siamo in una metropoli, quindi il later arriva davvero e te li ribecchi. E pensi "Randa, parli sempre troppo". Sfumata l'opzione del later, passi al tradizionale "No, thank you", che viene immediatamente seguito da un piagnisteo di "You broke my heart". Altre espressioni no. Questa sanno e questa usano, tutti. Deve essere una canzone famosa. Alla faccia dell'originalità.
Ci scofaniamo una cena buffet, non so se abbiamo scelto di fare cena nel posto più carino, più economico, più pulito o semplicemente da quello che aveva il receptionist più figo, comunque siamo finite al Mewar Haveli. E ci è andata bene.
A panza piena apprezziamo bene dalla terrazza i fuochi d'artificio riflessi sul lago. Colori e rumori. Rumori e colori. Sbam! Sbam! E questo cos'era? La lampada ad olio che ho appena spatasciato al suolo. Il solito elefante in cristalleria, che per l'occasione si è imbucato ad un Roof Top Party. E per forza, siamo nella città dei Roof Top Parties, mica potevamo perderceli. Musica e festeggiamenti sul tetto piatto di queste case che si affacciano sul lago. Musica qua, canti là, urla a destra, bottiglie che si stappano a sinistra. Aveva ragione la socia: è la città perfetta per festeggiare capodanno. Peccato che poco dopo mezzanotte tutto taccia. Siamo nella città dei Roof Top Parties di Cenerentola? Solo una terrazza resiste con musica a palla e luci, dall'altro lato del fiume. E lì siamo dirette. Per strada non un'anima, o meglio nessun'anima di quelle che intendiamo noi, perché delle loro è pieno: pochi maiali, tante mucche e troppi cani. Passa qualche moto, qualche macchina con l'immancabile "Happy New Year!". Incrociamo due anime a piedi che parlano italiano e insieme andiamo verso la festa.
Individuata la casa, saliamo verso la terrazza. È il Dream Heaven, guest house raccomandata dalla Bibbia Planet. La scalata alla terrazza non è facile, azzeccare la vietta, la scaletta, e poi? Scaletta sbarrata. Prima dello sbarramento una porta socchiusa sembra condurre in casa d'altri, ma il cartello, quasi coperto, dice Reception. Che si fa? Si chiede? Ma dormiranno.. Che si fa? Si rinuncia? Chi rinuncia il primo dell'anno rinuncia tutto l'anno. Busso. Niente. Apro la portina ed entro con un timido "Is there anyone here?" Un rumore. No, non ho rotto niente, è qualcuno che si muove. Arriva una madama, assonnata e mal vestita, forse in pigiama. Ostento il sorriso mentre le dico che vorremmo salire alla terrazza. La madama rientra nel suo ruolo e mi chiede se siamo ospiti dell'albergo. Mi faccio insultare per averla svegliata per nulla o conto una balla e do un senso alla sua levataccia? "Volevamo festeggiare con i nostri amici che ci hanno detto di raggiungerli lassù." E speruma bin. Sorride, dice che ci fa aprire e ci augura "Happy New Year". E buon anno anche a lei, madama. E grazie. "Randa, complimenti. Io credevo di avere una bella faccia da culo, ma tu sei meglio di me!" Eccolo, il primo complimento dell'anno mi arriva da Francesco, che mi conosce da 10 minuti. Il fine giustifica i mezzi. Ci aprono la porta, anzi la sradicano proprio. Entriamo in una festa dove tutti son già ubriachi. Un italiano sta per iniziare il suo duro periodo di volontariato a Goa: e cavoli, a Rimini no? Spalmare creme solari, gridare cocco bello e magari concludere qualcosa con le scandinave in vacanza. Il vero volontariato duro. Un local sfoggia un petto semi villoso sotto una giacca gessata aperta, facendosi precedere da un alito da bevitore di birra crucco. Un australiano ubriaco fa delle foto più belle di quelle che faccio io da sobria. Non mi interessa scoprire se è lui ad essere molto bravo, oppure io molto chiavica. Francesco rutta in faccia alla fidanzata all'inno di "In India si fa!". Scopriremo nostro malgrado che è vero, in India si fa. È quasi l'alba quando torniamo verso la guest house. Che è chiusa. Bussiamo al portone. E gnun gnun a rispundia. Ma cavolo a che ora chiudono qui? Beh forse ci conviene chiederci a che ora aprono, sono le 4 e mezza. Ci giriamo. Solo mucche. No dai, iniziare l'anno dormendo con le vacche no. Insistiamo. Arriva una donna, il cui volto dimostra che solo due minuti prima era tra le braccia di Morfeo e lì avrebbe preferito rimanere, piuttosto che vedere le nostre belle facce. Non sorride, ma ci apre. Chiediamo scusa ma continua a non sorridere. Non ci sorriderà neanche il giorno dopo. Ricordatevi che le guest house in India chiudono alle 23, e c'è un perché.
Randagia, che non è mai tardi per dire Happy New Year.
E' bello dopo una giornata da turiste tuttofare andare a mettere le gambe sotto un tavolo e mangiare e bere in tranquillità. Tranquillità più o meno, visto che lo scagozzo è sempre in agguato. Il tempo passa tra una chiacchiera e una bevuta, quando esci e fai per tornare alla guest house per strada non c'è più gente. Solo animali: cinghiali, mucche, cani. Un ponte ci separa dalla riva del nostro albergo. Lo percorriamo chiacchierando, come al solito. Ma al vibrare di un ringhio il silenzio cala. Due cani piazzati alla fine del ponte, come il nano con la pentola d'oro alla fine del suo arcobaleno, ma meno simpatici. Magri come chiodi, ringhiosi come cani. Mica Bell e BunBun. Scappare non si scappa, correre non si corre. Proseguiamo lente, sognando il teletrasporto. Tutti i vaccini abbiam fatto, ma l'antirabbica no. Una paura fottuta. Noi proseguiamo, loro pure. Ci incrociamo a metà, come la principessa di Svezia e il principe di Danimarca all'inaugurazione del ponte che collega i due paesi. Ma loro non si cagavano sotto, noi sì. Ci incrociamo e li passiamo indenni.
In India gli animali sono trattati come dei, ma gli umani fanno una fatica del diavolo a tirare avanti! E capisci perché le guest house chiudono alle 23: nessuno va in giro a piedi di sera, solo i loro adorati e rispettati animali.
Con cotanta esperienza alle spalle, la sera dopo, al primo cane che ci ringhia davanti, cambiamo strada, ma anche questa volta, non siamo dei geni. Chi lascia la vecchia per le nuova, più non si ritrova. Geniale cambiare rotta l'unica sera che "Dai usciamo senza la guida, tanto non ci serve la cartina". C'è chi ha paura della gente che si può incontrare per strada di notte. Avrei preferito incontrare gente, anche criminali: con quelli almeno si può parlare, con gli animali no. O almeno io non son capace. E gli animali non ti danno indicazioni. Cosa che può anche essere un vantaggio, confrontato con i ragazzini che ti danno indicazioni amminchia. Nel vagare scopri scorci bellissimi, che riesci ad apprezzare nonostante le circostanze. Quanto sono belle le Haveli di notte, quando ti si parano davanti senza che tu le cerchi. Vaghiamo da almeno un'ora, nel buio e nel desolato, con l'adorata piletta decathlon. Una moto passa veloce, parcheggia, due ragazzi scendono e si dirigono dritti in casa. Gli corriamo incontro e chiedo se ci possono aiutare a ritrovare la strada, anzi, se ci possono accompagnare. I due parlano tra loro e non mi sembrano molto disposti a portarci, allora faccio la peggio cazzata "we can pay!". Ma Randa, come ti fa la testa? Solo perché qui tutti ti chiedono rupie in continuazione non è che sia la prassi. Possiamo pagare? Ma ti sembra il modo? Manco chiedessi una prestazione sessuale. E infatti non è piaciuta, uno dei ragazzi mi guarda secco "Non dirlo mai, noi abbiamo probabilmente più soldi di voi. Vi aiutiamo perché ci teniamo che arriviate a casa, ma non ci importa nulla dei vostri soldi". A quel punto gli chiedo anche se hanno una pala, così mi sotterro. Ci danno le indicazioni e finalmente arriviamo sane e salve. Se google maps avesse coperto l'India con il dettaglio con cui copre l'Europa sarei arrivata "a casa" due ore prima, e avrei fatto una figura di merda in meno.
Randagia, che mai più di notte senza cartina.
Lo sbarco ad Udaipur alle 6 del mattino non è stato dei più felici. L'orda di autisti di autorickshaw ci assale, mentre tentiamo di arrivare al booth dei prepagati ufficiali. Non che abbiamo la speranza di non essere ladrate, ma almeno quella di arrivare alla destinazione prescelta, quella sì. Gli autisti sono gli stessi di cui sopra, ma poco importa. Il nome della guest house di destinazione, pronunciato con il tuo bell'italian accent sembra familiare. Paghi la quota, prendi la ricevuta e un tizio dai capelli lunghi e aria simpatica ti dice "Vi porto io". Uno vale l'altro, pensiamo, sbagliando. Alle 6 del mattino, su un'ape piaggio senza porte laterali può fare freddo. Molto freddo. Ti tappi dietro l'ultima sciarpetta acquistata e stai buona, talkative ma non troppo. Manu sembra simpatico, parla un inglese migliore rispetto ai soliti autisti, e uno stile che ti mette davvero a tuo agio. Hai quasi deposto la diffidenza iniziale, quando, davanti ad una guest house che non è la tua ti dice "Eccoci, siamo arrivati". Ma no, ai suma turna! Ci ha portati dai suoi amici invece che al nostro albergo? Cerchiamo di trattenere la tipica scenata isterica femminile e controlliamo la destinazione scritta sulla ricevuta: non è la nostra. E controllare prima, no? Giuda Faus, mostriamo il foglio con la prenotazione e l'indirizzo. Sgrana gli occhi, rilegge. Niente. Proprio non gli suona. "Son 26 anni che porto in giro turisti qui, ma questa non la conosco, e' proprio fuori dal centro. E' scomodissima, siete sicure?" Sì siamo sicure, e abbiamo gia' pagato, mentiamo. Eccheccazzo, ormai vi conosciamo e non ci fidiamo:"portaci qui!". Non fa resistenza e ci porta, fuori dal centro, in mezzo al niente. Deve anche chiedere indicazioni per arrivarci. Capodanno nella periferia indiana, chi ha piu' culo di noi? Sono le 7 del mattino quando suoniamo al campanello. Ci fanno aspettare un po' e poi esce una madama, con ancora i segni del cuscino in faccia. Ci facciamo capodanno qui o diciamo grazie signora, ma abbiamo ciccato, preferiamo andarci a far ladrare dagli amici dell'autista in centro? Optiamo per la seconda, che fa pure piacere alla signora che si libera una stanza per gli amici. Tutti contenti, noi senza tetto. Andiamo a cercarne un'altra, tanto Manu ci aiuta, senza recitarci il telavevodettoio. Alberghi tutti pieni, Passi uno, passi due. Poi piazzetta. Manu chiama a raccolta i motociclisti della zona e li spedisce a raggiera a trovarci un albergo, mentre noi si sta lì a chiacchierare con lui e altri che si sono radunati per l'occasione. In india non sei solo mai. Manu ci mostra il suo book: il quaderno con le dediche di turisti entusiasti. Ci sta è pubblicità, ed anche ben fatta. Uno degli hotel-hunters torna sorridendo, ci ha trovato una doppia all'Udai Garh: bello, prezzi ragionevoli, roof top da paura! Grazie Manu: ci salutiamo dandoci appuntamento per il giorno dopo.
Sono le 8 del mattino quando entriamo all'Udai Garh e la nostra camera sarà disponibile a breve. Un miracolo, e invece riusciamo anche a spazientirci quando dopo mezz'ora la camera non e' pronta: ma ciccia, fossimo in italia ci direbbero molla le valigie e torna a mezzogiorno, qui che fanno il possibile per farci avere una camera alle 8 del mattino noi siamo ancora capaci ad incazzarci? Andiamo a farci una colazione alla German Bakery e poi torniamo, che é meglio, razza di snob occidentali che non siamo altro. Il giorno dopo Manu é puntuale, noi no, e ci chiede dove vogliamo andare. Questa é la domanda che lo distingue dai tuc-tuc driver: lui non ti trascina per il giro turistico classico, fatto di posti classici e negozi con commissione, lui ti chiede dove vuoi andare tu, e magari ti consiglia quanto lasciare di mancia e a chi. E se scegli di farti a piedi la salita al Monsoon Palace, che sono sei chilometri ed è bellissima, lui ti aspetta giú senza importi i suoi tempi. Un tuc-tuc driver al forte di Amber ci ha tolto il saluto per una sosta di cinque ore invece che due. Manu no, ti lascia apprezzare il posto: nella salita ti soprendono scimmie che attraversano la strada di corsa, mentre altre comodamente sedute sul muretto. Ma al Monsoon Palace mi sa che non ci vanno solo turisti e scimmie, ci vanno anche tutte le coppiette di Udaipur: due cuori e una motocicletta. E spiace disturbare. La vista da lassú vale la fatica della salita a piedi.
Randagia, che se vai a Udaipur chiedimi il numero di Manu