Fu costruito nel 1976 ed è visitato ogni anno da circa 20 milioni di pellegrini. Di che cosa stiamo parlando?
Due viaggi in uno. All'inizio in solitaria mi arrampico sulle montagne del Laos, a nord di Louang Prabang. Tra isolati villaggi privi di un collegamento regolare con il resto del paese, rimango intrappolato a causa delle piogge. Inizia così la breve ma intensa amicizia con un gruppo di viaggiatori europei costretti alla sosta forzata. Lungo l'orlo dei fiumi in piena raggiungo i miei due compagni nella rilassante Hoi An, in Vietnam. Assieme attraversiamo il paese e viviamo giorni intensi in Cambogia tra treni sconquassati, barche rudimentali, polvere e magnifici templi khmer. Infine c'è ancora tempo per il sole cocente del Qatar.
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Sono qui da tre giorni e sono stati tre giorni senza luce. Pensavo che violenti quanto fugaci temporali spezzassero la monotonia di cieli sempre azzurri. Mi sbagliavo.
Stasera qualche sprazzo di azzurro l'ho potuto scorgere, ma ormai il sole aveva abbandonato questo mondo. Vientiane viaggia in perfetta disarmonia con il suo clima. Le persone sono sorridenti, gentili, squisite. Peraltro la città non dà motivo alcuno per preoccuparsi. E' tranquilla come un piccolo paese di provincia, ordinata e molto verde. Una gioia per tutti e cinque i sensi. Ieri al ponte dell'amicizia, in bilico tra l'iperattività thai e il fatalismo lao, ho fatto ottime conoscenze. Un nevrotico irlandese che deve tornare dalla moglie direttrice di una guesthouse nel nord, alcuni francesi disorientati dalla procedura per i visti, una coppia di Vicenza che vanta con orgoglio un figlio giramondo che sono venuti a trovare. Ma in tuk-tuk ci sono andato con due francesine, una delle quali ha lineamenti locali. Sono dirette ad Hanoi, ci siamo detti che le nostre strade sono destinate a incrociarsi ancora. Cena con Antonio, 50 anni, spagnolo, professore. "Perché professore?" chiedo io. E lui: "Perché ci piaceva essere studenti? C'è una risposta sola: i due mesi di vacanza!". Afferrato al volo, ci rivedremo a Luang Prabang.
Con la bicicletta si può padroneggiare questa strana capitale in dieci minuti. La promenade che si affaccia sul placido Mekong ne offre la sintesi perfetta: bancarelle di cibo, guesthouse per i viaggiatori, struscio delle coppiette sui veloci motorini. Non c'è molto di più, eppure a Vientiane si sta bene e la città diventa subito un'amica di cui ti puoi fidare. Nessuno ti disturba, nessuno è curioso, nessuno ti nota. Perfino l'impacciato ragazzo all'ufficio del turismo si è trovato in difficoltà nel segnalarmi l'arrivo di un uragano per mercoledì. Si è avvicinato e mi ha detto che se arriva veramente, non dovrei partire per Luang Prabang. Me lo ha detto con tutto il cuore, ne sono sicuro. Poco fa sono entrato in una scuola, ho assistito a una partita di volano. Mi hanno consegnato una sedia, salutandomi distrattamente. Mi sono sentito perfettamente a mio agio, lì con loro. I turisti non mancano, a dire il vero, ma adottano il ritmo laotiano. Così tutto chiude verso le 23 e le allegre compagnie di anglosassoni si devono rassegnare al letto. Com'è lontano il chiasso di Bangkok! Adesso, a letto, vado anch'io. Domani, uragano permettendo, si va a Luang Prabang. Fuori, intanto, imperversa un violento temporale.
Ipnotizzato. Per mezz'ora sono stato in estasi. Dunque, di fianco al Mekong facevano una partita a questo gioco. Si tratta di destreggiarsi con una qualsiasi parte del corpo, tranne le mani, colpendo una palla di vimini nel tentativo di mandarla oltre le rete. Una pallavolo senza mani, un tennis senza racchette. Non mi ricordo il nome, ma avevo già visto alcuni ragazzi giocarci sull'isola di Koh Phangan, Thailandia meridionale. Adesso, come allora, non ho resistito e mi sono incollato ai volteggi della palla, sempre in qualche modo recuperata da questi fenomenali acrobati. Luang Prabang è stupefacente, una delle migliori perle che abbia mai visto. Il primo impatto, a dire il vero, è stato deludente. Tanti templi, sì, ma chi ha voglia di entrare in più di uno. E poi, siamo sinceri, sembrano tutti uguali. Ma non mi ero reso conto che la città non è famosa solo per quelli. Sono le case la sua magia. Un'intera città di residenze coloniali francesi degli anni venti. Ristabilita la pace, l'Unesco ha voluto premiare la zona e ha inserito il nome di Luang Prabang nella lista dei patrimoni dell'Umanità. In molti casi il riconoscimento è privo di risvolti materiali, ma in questo caso gli aiuti in denaro sono stati ingenti. Si sta lavorando all'intera rete fognaria e i vicoli sterrati stanno assumendo il confortevole aspetto di sentieri in mattone provvisti di cordolo e illuminazione soffusa. Fra tre o quattro anni, in una casa signorile di Parigi una distinta signora borghese si rivolgerà ai suoi due figli "ragazzi, quest'anno in vacanza a Luang Prabang, nella nostra nuova villa!". E poi c'è il Mekong, enorme, immobile, non un'imbarcazione a infastidirlo. Nella zona nord le sue acque ricevono in dono quelle del Nam Khan, ma il grande fiume sembra quasi non accorgersene.
Ho letto un proverbio che dice più o meno così: "I thailandesi piantano il riso, i vietnamiti lo osservano crescere e i laotiani ascoltano il vento che muove le foglie". Mi sembra totalmente appropriato. La vita qui è di una tranquillità sconvolgente. Non un suono di clacson accompagna le giornate, che si chiudono così come si sono aperte, nella placida consapevolezza che l'affanno i laotiani lo hanno da tempo lasciato agli altri. Il Mekong è lo specchio fedele di questi sentimenti, immobile e disturbato solo da una manciata di imbarcazioni al giorno. Adesso mi pento amaramente di non essere venuto qui in quell'estate del 1999 quando, immagino, sarei stato tra i pochi fortunati ad ammirare anche il deserto turistico. Oggi invece è in moto più che mai, il turismo, anche se con lo stile laotiano della gentilezza e dell'onestà. Mai un approccio violento o un prezzo troppo alto, non c'è quasi bisogno di contrattare, perché il laotiano non vuole più soldi del giusto. Vuole solamente che tu ritorni a casa portando dietro la sua enorme ricchezza interiore.
Mr. Phoumey agita il suo bastone davanti alla rudimentale lavagna. Due decine di occhi ne seguono i movimenti. Le penne scivolano sui bei quaderni mentre la voce del maestro si fa importante. E’ la lezione serale d'inglese, quella di livello superiore. Gli alunni sono vestiti di tutto punto e le belle ragazze sfoggiano eleganti borsette. Nel villaggio di Vieng Khan è buio da poco e si sta consumando l'evento mondano della serata. In più questa volta c'è un ospite inatteso. Ascolto e sto in disparte ma gli sguardi volteggiano curiosi su di me. Mr. Phoumey lo sa e mi usa come spalla. Il suo inglese è traballante, si muove su fondamenta incerte e lui mi cerca a conforto delle sue spiegazioni. Poi i motorini si portano via la gioventù e resto con il mio nuovo amico, in attesa, davanti al fiume. E' una placida serata nel nord del Laos, là dove nessuno mai ti verrebbe a cercare.
I falang fanno rare apparizioni nel villaggio di Pakxeng. Un'intera giornata, poi, potrebbe apparire sprecata agli stranieri di passaggio. A Pakxeng si può aspettare un autobus che squarci la notte più nera o si può mangiare pesce di fiume, mentre la piccola radio riesce a malapena a contenere gli esuberanti ritmi thailandesi. Ma si può fare molto di più. Si può inventare il menu di un improvvisato ristorante e i prezzi di un posto letto sulla nuda terra in balia di voraci zanzare. Si può scriverlo su un cartone ingiallito e appenderlo alla porta. E così si può pensare di aver lasciato qualcosa di molto personale, un pomeriggio di agosto, nello sperduto Laos settentrionale.
Diluvia ininterrottamente da 36 ore. Il villaggio di Vieng Thong è isolato. Due serie di frane ne impediscono l'accesso da est e da ovest. Tuttavia la vita scorre regolare, dal momento che nessuno dipende da approvvigionamenti esterni. Centinaia di polli circolano liberamente, pronti per essere cucinati. Stamattina Laurie, il canadese, ne ha ordinato uno per pranzo. Il pollo verrà giustiziato apposta per noi. Sarà, diciamo, piuttosto fresco. Decine di persone che non possono permettersi un letto nella modesta guesthouse, bivaccano sull'autobus a tempo indeterminato. Già, quando libereranno la strada? Stamattina sono andato in perlustrazione. E' orribile. Le frane sono una dietro l'altra. Alberi sradicati, enormi massi di traverso, facce rassegnate lungo il cammino e la pioggia incessante. L'attesa mi consuma e non posso farci nulla. Quante mattine ancora, svegliato dai galli, a Vieng Thong?
A Vieng Thong nessuno si fermerebbe più del tempo per un riso colloso con pollo. Noi nove ci siamo stati per quattro giorni. C'era Laurie, canadese sempre pronto a un'altra Laobeer e Beat, svizzero taciturno. Poi Andrew e James, inglesi simpatici e alla mano e ancora Walter e Ines, splendida coppia di Innsbruck. Infine le coraggiose Adrienne e Coralie, arrivate una notte, dopo aver camminato nove ore immerse in un metro di fango. E' un bel gruppo il nostro. Sparpagliati per il villaggio ci si ritrova al Tontavane, l'unico ristorante e luogo di aggregazione. E più passano i giorni, più scopriamo il fascino del posto. Le sorgenti calde, le donne che tessono, le risaie che producono, i tavoli da biliardo improvvisati e le nostre serate, scandite dalle carte e dai brindisi all'acre sapore di Lao Lao. Finché, un'uggiosa mattina, dobbiamo partire. Ognuno di noi, credo, ripenserà a questi giorni con un piacevole sorriso. Il gruppo dei nove, purtroppo, rivivrà solo nei nostri ricordi.
A Vieng Thong è un'alba minacciosa. Le frane sono state rimosse e ci si prepara a lasciare il paese. A bordo del pick-up scoperto ci arrampichiamo per la terribile strada numero 1, passando solo rari villaggi sprofondati nella nebbia. Ricorderò a lungo il mare di fango da cui abbiamo rimosso il possente autobus, in bilico sulla voragine della strada crollata. E poi la pioggia battente, noi riparati dagli ombrelli a scaldarci con i nostri corpi. I volti di Walter e Ines che sgusciavano dagli impermeabili, i tremiti di freddo di Adrienne stretta a me, lo sguardo impassibile di Andy, la maschera di sofferenza di Coralie. Scorrendo con gli occhi gli splendidi paesaggi montani, avevamo capito di avercela fatta. Eravamo liberi dalla trappola di fango della valle del Nam Kham, ma destinati a un'imminente separazione. Gioia e dolore hanno il confine incerto.
Mi fermo a dormire in un villaggio vicino al confine con il Vietnam. Con le poche parole di Lao che bisogna sapere, mi faccio portare dalla signora riso con pollo davanti al fuoco. Fuori fa freddo, dentro è buio pesto. La stanza da letto è ricavata sotto una tettoia in cortile, i bisogni si fanno davanti all'entrata e siccome piove bisogna fare gli equilibrismi con l'ombrello in mano. La notte è uno scrosciare continuo d'acqua sulla lamiera e dormire è impossibile.
La mattina dopo nuvole basse circondano il nuovo giorno e arrivo alla frontiera immerso nella nebbia. Avevo letto che questo sarebbe stato il confine più isolato e remoto e infatti ci sono solo io ad aspettare un autobus inesistente per quattro ore. Dalla baracca dove mi offrono da bere, uno spicchio di luce mi rimanda sempre la stessa desolazione. Decido allora di muovermi e contratto un passaggio in motocicletta. E’ dura, ma alla fine firmiamo l’accordo. La prima cittadina vietnamita è a circa venti chilometri, giù verso valle. La strada non esiste più, distrutta dalle frane e inondata dal fango. Sul sellino, spossato dal peso dello zaino, è una sofferenza continua. Quando arriviamo in città, la scopriamo completamente allagata. Acqua sulla strada e nelle case, il ponte distrutto. La gente è assiepata accanto al fiume e commenta l’evento. Il mio vicino di camera è loquace e mi invita a cena con i suoi amici. E’ sicuro che staremo ancora parecchi giorni fermi. Rabbrividisco, non posso pensare di essere ancora bloccato. Laggiù, sulla costa del Vietnam, Patrick e Francesco mi stanno già aspettando. La notte dormo poco e mi chiedo come proseguirò. Fuori, intanto, piove.
L'alba mi porta in dono una speranza, il cielo pulito. Nonostante l'inondazione, voglio arrivare a Vinh in giornata. Mi informo al mercato, aiutandomi con disegni rudimentali per vincere la lotta con una lingua nuova e difficile. Mi porteranno in moto al villaggio di Ban Ba, dove il fiume è straripato, dopo solo incertezze. Sono deciso a muovermi comunque, non m'importa se sarò costretto a fermarmi in una capanna per dormire. A Ban Ba effettivamente è tutto sott'acqua. I cartelli stradali si intuiscono appena. Una barca, però, garantisce il collegamento con l'altro lato della strada. Salgo a bordo e seguito da uno sciame di occhi mi incammino verso il nulla. L’altra sponda mi porta in dono una ragazza. Andiamo a rifornire la moto e si parte. Appena cinque chilometri a tener viva la speranza, poi ancora un'inondazione. Lo zio Ho, da un lontano cartellone, mi scruta attraversare un altro fiume esondato. Adesso sono in moto con due ragazzi. Mi dicono di essere stati in carcere per uso di eroina. Una vera garanzia! Cominciano estenuanti tratti sommersi dal fango. Ogni volta devo scendere e affondare nella melma. La moto arranca, ma i ragazzi sono in gamba. Poi, d'improvviso, ecco una città. Penso che sia finita, che ormai la pianura mi accoglierà tra le sue braccia gentili. Ma presto scoprirò le insidie del suo abbraccio.
Hina Binh sembra veramente essere il capolinea. Tutti mi fanno capire che più avanti non è consigliabile andare. Tuttavia capisco che insistendo qualcuno finirà col portarmi, che è ancora possibile continuare. Convinco un ragazzo a provarci. Se è solo acqua, non potrà certo fermarci, un modo per proseguire lo troveremo. Corriamo nella valle inondata, tra gli sguardi distrutti di chi ha perso tutto. Per la strada i resti delle case abbattute. I bambini, ignari, giocano e ridono.
L'attraversamento dei fiumi è sempre più difficile. Uno di questi è in piena. Io vengo caricato su una barca, ma la moto deve essere trasportata a piedi. Il mio pilota cerca un difficile equilibrio e viene quasi travolto dalla forza delle acque. Si continua, ma a tratti il fango arriva alle ginocchia e la strada è un’insidiosa saponetta. Dietro ogni angolo ci attende una nuova sorpresa e quasi sempre è sgradita. Quando il buio si avvicina inesorabile, i primi autobus ci fanno capire che ce l'abbiamo fatta. Ci laviamo in un'enorme pozzanghera di un piccolo paese. La strada per Vinh adesso è sgombra e la moto vola libera dagli affanni. Stringo la mano al mio pilota: siamo stati davvero bravi!
Qualche tempo fa vidi un film. Un uomo nel pieno degli anni si trovava a lottare per la sopravvivenza su un’isola deserta. Per quattro anni aveva faticato per procurarsi da mangiare e per accendere un fuoco. Dopo il miracoloso salvataggio, a un banchetto in suo onore, riusciva per la prima volta a dare valore a gesti per noi scontati: mangiare da un piatto del cibo preparato, azionare un accendino, accendere una luce. Quell’uomo era cambiato e ormai non riusciva più a stendersi sul letto o a vivere un’esistenza normale.
Il paragone con il nostro Tom è irriverente, ma una volta arrivato nel paradiso turistico di Hoi An, anche io, nel mio piccolo, ho questa strana sensazione. Dopo una settimana di avventura, adesso tutto sembra facile e banale, ma anche molto rilassante. L’albergo che scelgo per l’incontro con i miei amici è comodo, luminoso e spazioso. Mi posso togliere le scarpe che indosso bagnate da 48 ore e che rivelano i piedi completamente cotti dall’umido. Assaporo una vera doccia che lava via millimetri di tenace polvere e finalmente torno ad avere un aspetto normale. Il pomeriggio del mio arrivo lo passo a camminare placidamente e a mangiare uno straordinario Cao Lao davanti al fiume. Poi mi riposo: domani è il grande giorno, domani arrivano Patrick e Francesco.
Mi è sempre piaciuta la forma del Cile, un grissino strizzato tra le Ande e l’oceano. Mi sono chiesto spesso che difficoltà di comunicazione imponesse una forma tanto strana. Ora però mi accorgevo che anche il Vietnam aveva una certa parentela con lo stato sudamericano: leggermente panciuto a nord e a sud, si riduce a un lembo sottilissimo nel centro, dove il Laos spinge da occidente. Per attraversarlo, l’Espresso della Riunificazione impiega poco meno di due giorni. Purtroppo il treno è sempre pieno e non ci resta che affidarci ai bus a lunga percorrenza. Gli operatori turistici del sudest asiatico sono maniaci dei biglietti combinati e anche in questo caso è possibile andare dal Vietnam alla Thailandia comprando un unico documento di viaggio. Noi ci fermeremo però a Phnom Penh e da lì tenteremo di salire sull’unico treno passeggeri rimasto nel paese.
Il viaggio è lungo ed estenuante e ci sottopone a una dura prova fisica. Mi stendo lungo il corridoio sudicio per riuscire a dormire, sotto l’ombra di un’amaca. Una notte, poi un altro giorno, la notte a Saigon e ancora una mattina. Alla frontiera cambogiana abbiamo perso lo smalto migliore e ciondoliamo in attesa dei visti, ma sappiamo che non è finita. In Cambogia infatti non vanno fieri dei loro ponti e bisogna attraversare il Mekong su una zattera. I bambini ci salutano e ci rincorrono, alcuni non hanno l’uso completo degli arti. Dal primo istante ho l’impressione di un paese segnato dal dolore. Phnom Penh ci accoglie su strade sconnesse che in pieno centro diventano sterrate e un modesto alberghetto ci raccoglie per una lunga notte di riposo.
Ecco, un sogno di bambino che si realizza! Chi non ha mai desiderato, “perdendosi” in qualche film western con gli indiani o i banditi che lo assalgono, di correre sul tetto di un treno, di saltare da una carrozza all’altra in piena corsa?
Partiamo con o meglio sull’unico treno settimanale da Phnom Penh alla volta di Battambang, in mezzo a paesaggi verdeggianti, a risaie che si perdono all’orizzonte, un treno che i locali ci sconsigliano, definendolo non adatto ai turisti, “meglio il bus” insistono quando chiediamo gli orari di partenza! Ovviamente non esiste una tabella oraria e già solo capire quando partirà risulta essere un’impresa! Ed eccoci alla partenza e subito, seguendo i suggerimenti della guida, ci arrampichiamo tramite una scaletta sul tetto del nostro vagone, operazione possibile vista la bassa velocità dei treni cambogiani. Scopriamo di non essere gli unici: alcuni ragazzi del posto ci hanno già preceduto e dimostrano sicuramente più disinvoltura di noi nel destreggiarsi sul convoglio in movimento. La velocità è effettivamente bassa, 15, al massimo 20 km orari, il paesaggio che si gode da lì è straordinario o forse a renderlo tale è la consapevolezza di vivere un’esperienza unica e forse mai più realizzabile! I vantaggi del terzo (quarto) mondo, verrebbe cinicamente da affermare!
A un certo punto spunta sul tetto il bigliettaio e istintivamente temiamo di esser sgridati, invece con grande naturalezza e un radioso sorriso ci chiede semplicemente di esibire i nostri biglietti. Un controllore che oblitera dei biglietti su un tetto di un treno in corsa in mezzo alle risaie!
E poi l’ebbrezza di saltare da un vagone all’altro, emulando l’agilità di un ragazzino che osserva divertito le nostre esitazioni, la sensazione di totale libertà nell’assaporare il sole cocente coricati sul tetto, un sole che nel primo pomeriggio, arroventata la lamiera del treno, ci obbliga a proseguire il viaggio nel modo più usuale, su un “comodo” sedile in legno. E poi le numerose soste nei villaggi sperduti, soste di pochi minuti, che spesso ci obbligano a correre per salire sul treno già in movimento!
Dopo 15 ore di viaggio per un tragitto di circa 200 km, quando ormai le tenebre ci avvolgono da un paio d’ore, in un’atmosfera irreale, sul treno manca la luce, ci accolgono i primi lampioni di Battambang, che pongono fine a questa indimenticabile avventura!
Haa è solo un ragazzino. Con sé non porta che un paio di ciabatte e da chi vada rimane un mistero. Salta da un vagone all'altro del treno in corsa e ci stuzzica a imitarlo. A ogni fermata è testimone della merce che viene caricata e scaricata, del legname che imbarchiamo e delle persone che salgono e scendono. Haa non parla molto, ma sa disegnare. Prende il mio quaderno e lo dimostra sulla prima pagina libera. Che viaggio per Haa e per tutti coloro che questo sabato mattina erano sul treno per Battambang! Il lento dondolare di un convoglio a pezzi, con le amache stese fra un sedile e l’altro, la fugace apparizione di qualche topo e la pioggia che non trova ostacoli nella sua corsa verso l’interno dei vagoni. Dopo il temporale, ormai immersi nel buio, è rimasto un buon odore. Ci avviciniamo alla meta illuminati dalle rare lampade che ci ricordano come fuori dal nostro microcosmo su rotaie pulsi ancora la vita.
Steso a pancia in su, lotto con i moscerini. La stanza del Golden Parrot è piccola e male illuminata. Il terrazzo domina la piazza del mercato della seconda città cambogiana. In strada però nessuno si muove e da tempo i locali hanno sprangato le serrande. I miei amici si prodigano in un vano tentativo di scovare del cibo; io preferisco marcire nell’umido della stanza. Alla mattina, invece, accade un fatto che di colpo rivaluta quello che solo dieci ore prima era sembrato un anonimo paesone di provincia. Da qualche tempo, infatti, la colazione era diventato il pasto principale della giornata. Consumavamo enormi quantità di cibo che avrebbero tenuto a bada i languori almeno fino al tramonto e volevamo che anche Battambang lasciasse un ricordo positivo nei nostri stomaci. Tuttavia vedere una vetrina addobbata di barattoli della Nutella è stato come vincere una medaglia d’oro alle olimpiadi. Seduti a bordo strada, continuavamo a spalmare la divina mousse sul pane, annaffiandola con ovomaltina d’annata. Grazie, signor Ferrero, di essere arrivato fino a qui!
A scuola, quando ci illustravano i modi di vita delle popolazioni del mondo, la mia preferenza andava sempre a coloro che abitavano sulle palafitte. Pensavo che mi sarei sentito protetto lassù, al riparo dalle bestie feroci e dall’umidità. Doveva essere come un perfetto nascondiglio dove vivere tutta l’esistenza.
La vita sul fiume Stung Sangker scorre placida e rilassata, mentre lo percorriamo con la nostra barca. Seduti sul tetto, cerchiamo di evitare i possenti rami che invadono il nostro territorio. Spesso incrociamo altre barche e ci fermiamo per consentire lo scambio dei passeggeri. Stiamo navigando verso nord, alla volta del lago Tonle Sap, per raggiungere il porto di Siem Reap. Il fiume comincia solo in questa stagione ad assumere dimensioni idonee alla navigazione, ma in alcuni punti il fondale è ancora basso e la vegetazione prepotente non consente di procedere spediti. Capita che si passi in canali tanto angusti da rischiare di rimanere intrappolati. Poi, d’improvviso, piccoli laghi nascondono i paesini tanto spesso sognati sui libri, quelli nei quali vivono gli uomini delle palafitte. Più le vedo, più cresce la disillusione per queste dimore di fortuna, dove il legno è spesso sostituito da misera lamiera e le condizioni di vita sembrano proibitive. Accanto alle palafitte, ci sono le case posate su zattere di fortuna, sempre scivolose sul pelo dell’acqua. In una di queste dimore fluttuanti ci viene offerto il pranzo. Vediamo sparuti monaci sorriderci, un bimbo fare il bagno nella tinozza, i maiali fissarci dalla loro zattera. Il popolo delle palafitte conduce una vita durissima, ai limiti della sussistenza, nella quale l’acqua può donare e riprendersi tutto a suo piacimento. Mentre ci allontaniamo, il saluto fiero di un bambino completamente nudo mi fa sembrare i patinati libri di scuola terribilmente lontani.
I templi di Angkor sono tra gli spettacoli più affascinanti a cui mi sia capitato di assistere. Come camaleonti, essi assumono la stessa colorazione della natura che li avvolge, stringendone a sé le strutture secolari. Allontanandosi dal centro della vecchia città, magari al lento ritmo della bicicletta, si può godere di una tranquillità inaspettata, soli con la natura e con i frequenti lasciti di una grande civiltà.
Tuttavia la piana cambogiana può essere molto torrida nei mesi estivi e spesso il desiderio di bere si fa irresistibile. E’ allora che si scopre di non essere soli, ma di avere sempre accanto i venditori in grado di placare la tua sete. E’ poi ancora più sorprendente scoprire che tra le tante lattine, esiste anche la Soda Schweppes, un’acqua dal frizzante quasi insopportabile che però può diventare un’amica rivitalizzante insostituibile. Togliere l’ormai obsoleta linguetta e sentire il rumore delle bollicine che emergono rimarrà un’esperienza indimenticabile.
Così, giorno dopo giorno, Angkor entrerà nei nostri cuori. In moto, bicicletta, tuk-tuk, all’alba o al tramonto, da soli o nella folla, questo luogo sa sempre trasmettere sensazioni nuove. Arrampicarsi sulle ripide scale, essere osservati dalle mille facce del Bayon, consumare un ananas a fette o parlare con i bambini diventano momenti da ricordare a lungo. Ma un crepitio mi risuonerà per giorni e giorni nelle orecchie, quello delle bollicine di Soda Schweppes che lottano per emergere sotto alla linguetta.
Capita a tutti di essere sporchi e capita anche di posticipare una doccia necessaria. Quando poi ci si lava, si produce un’acqua torbida, poco piacevole; a volte la si chiama marrone. Pensavo di averla già prodotta in passato, ma è solo questa sera, in una stanza subito dietro l’animatissima Thanon Kao San a Bangkok, che scopro quale intensa tonalità possa avere il marrone.
La mattina era cominciata più presto del solito, tutti lesti a divorare una nutriente colazione. Di lì a poco ci avrebbe prelevato un autobus per il confine con la Thailandia. Avevamo letto notizie poco promettenti sulla strada che ci attendeva e pensare di affrontarla seduti in un comodo autobus ci consolava non poco. Qualche minuto dopo l’appuntamento cominciamo già a temere il peggio e da lì a un’ora scopriamo che il nostro autobus è fuori uso. L’agenzia non ci fornisce particolari, ma sembra che dovremo cavarcela da soli. Siamo imbufaliti e ci facciamo scortare fino alla stazione con la promessa che ci venga subito trovato un trasporto alternativo senza sovrapprezzo. Dopo un po’ si trova l’accordo con un pick-up, stipato di gente in movimento verso l’ovest del paese. Seduti sul cassone, sfrecciamo veloci con il vento che ci accarezza la faccia e i nostri vicini che ci sorridono compiaciuti.
Tuttavia, usciti dal mondo dorato di Siem Reap, la strada diventa improvvisamente sterrata e solo ora capiamo l’utilità dei fazzoletti che tutti si portano appresso. Senza protezione diventiamo presto il bersaglio della polvere che comincia a depositarsi dovunque. I capelli si incrostano, la maglietta si scurisce e i nostri zaini diventano irriconoscibili. Questa strada ha subito costanti miglioramenti negli anni, tanto che si parlava di tragitti di sole tre ore, ma deve essere nuovamente peggiorata per mancanza di manutenzione. Solo così possono essere spiegati i ponti abbandonati e gli enormi buchi nel terreno. Il transito è costante e questo ci riversa ancora più polvere. Tossiamo e i nostri compagni adesso ridono di noi.
A Sisophon il Pick-up conclude la sua corsa e ci vuole molta determinazione per salire su un altro mezzo senza che ci venga addebitata la corsa. Adesso la strada è diventata asfaltata, ma la velocità resta bassa, a causa delle voragini che devono essere circumnavigate con perizia. Siamo stremati e dopo sei ore facciamo il nostro ingresso nella triste città frontaliera di Poipet.
La coda per il controllo passaporti e lunga. Un gruppo di spagnoli ride, ci chiede una foto ricordo. Capiamo di essere uno spasso solo quando ci guardiamo in faccia sul visore delle loro macchine fotografiche. Due pacche sulle spalle e molte salviette ci risollevano. Ai loro occhi siamo degli eroi di tenacia e resistenza.
Passati i casinò di Poipet, siamo in Thailandia. L’autobus che ci porta a Bangkok è un salotto elegante e confortevole. Assieme al biglietto veniamo omaggiati di biscotti e succo di frutta a sancire con eleganza il passaggio all’età moderna.
La capitale del Qatar si affaccia sul golfo Persico come se le sue strade fossero gli spalti di un teatro greco e il mare la scena. La prima fila è ocupata dalla Corniche. Percorrerla tutta indenni sotto lo sfavillante sole d’agosto è impresa per pochi. Nessuno si avventura a piedi durante il dì e le prime figure fanno mostra di sé al tramonto.
Noi, intrepidi o stolti, abbiamo una meta: la paradisiaca Palm Tree Island, che come una perla nell’ostrica, brilla di luce propria. Abbandonati al limite sud della Corniche e impossibilitati a lasciare i nostri zaini, ci muoviamo con passi pesanti verso il molo, quasi un miraggio all’estremità nord della strada. Non riusciamo a capire la distanza che ci separa dall’obbiettivo, ma più volte ci chiediamo se mai ce la faremo. Ogni tanto dobbiamo cercare riposo sotto le deboli palme a bordo strada e non c’è la tanto sospirata brezza di mare ad alleviare le nostre pene. Un’ora e mezzo dopo siamo a bordo della barca, immersi in un bagno di sudore. La mitica isola è quasi deserta, con prati all’inglese al posto delle spiagge. Fare il bagno è come sprofondare nella vasca con un phon alle spalle. Attendiamo il tramonto per un tuffo memorabile davanti al sole basso, che scaccia via tutte le fatiche di giornata e saluta la fine ufficiale del nostro viaggio.
L'unico visto che dovrete procurarvi prima della partenza è quello per il Vietnam. Per gli altri basterà presentarsi in frontiera con un foto tessera e qualche decina di dollari americani. Nessuna vaccinazione è obbligatoria, ma si consigliano quella per l'Epatite A e il Tifo.
A parte la Thailandia, dove le comunicazioni sono sviluppate, viaggiare nella regione può essere difficile, soprattutto nella stagione delle piogge a causa del cattivo stato delle strade e dei mezzi. In Laos è buona la strada tra Vientiane e Luang Prabang, ma più a nord, come potete leggere nei resoconti, la situazione si fa difficile e potenzialmente pericolosa. In più non esistono linee ferroviarie. In Vietnam le strade sono buone lungo la costa, ma possono essere pessime verso ovest, o sulle montagne. In Cambogia lo stato generale delle strade è invece cattivo. La strada tra Phnom Penh e Siem Reap è migliorata ed è diventata scorrevole, mentre quella verso la Thailandia resta pessima, si dice per disincentivarne il suo utilizzo e convincere i turisti a prendere l'aereo da Bangkok, ma sono solo voci incontrollate. Se la vostra intenzione è quella di percorrere il tragitto tra Bangkok e Siem Reap non affidatevi comunque a biglietti combinati, con mezzi che rischiano di lasciarvi a Poipet per ore per poi farvi arrivare in piena notte a destinazione e obbligarvi a scegliere l'albergo pensato per voi.
ANGKOR: il più interessante sito archeologico del sud-est asiatico vale un viaggio da Bangkok. Bisogna dedicargli tre giorni. Il mio consiglio è di visitare l'area con due diversi mezzi di trasporto: la bicicletta e il tuk-tuk. Con la bici si può compiere il piccolo circuito, mentre si può affrontare il grande comodamente seduti sulle motorette a tre ruote. Evitate l'alba ad Angkor Wat nella stagione umida perchè rischiate di non vedere nulla di particolare e di rimanere stanchi per il resto della giornata. Il costo del biglietto per tre giorni è di 40 dollari.
HOI AN: leggermente defilato rispetto al centro di questa placida cittadina, l'Huy Hoang II è un hotel molto accogliente che vanta un bel cortile fiorito e stanze ampie e pulite. Vanta un ottimo rapporto qualità-prezzo, soprattutto prendendo la stanza da 3 o 4 posti.
La cucina è sempre magnifica. Il Laos assomiglia alla Thailandia come piatti, mentre il Vietnam è più vicino alla Cina. Non perdetevi a Hoi An il superbo Cao Lao. Riguardo alle bevande, in Laos sono diffuse ovunque la birra Beerlao e il Lao Lao, una grappa molto forte.
La regola è: contrattate fino allo sfinimento delvostro venditore. Otterrete comunque un prezzo troppo alto. In Thailandia concentrate i vostri acquisti a Bangkok dove la scelta è più ampia e i prezzi inferiori. Anche restando solo nella zona di Kao San Road risparmierete rispetto a molti altri luoghi nel paese. In Vietnam molto economiche sono le magliette: compratene una con il celebre motto "same same, but different". Ad Angkor sarete assaliti da giovanissime venditrici che offriranno prodotti artigianali ma anche libri e film abilmente copiati, il tutto per pochi euro.