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Viaggio di Luca Sivieri in Myanmar, Thailandia e Cambogia

Tre viaggi in uno. Due settimane alla scoperta del Myanmar, tra estenuanti viaggi lungo fiumi e ferrovie ed emozionanti ecursioni alla volta di templi millenari, sempre a contatto con persone meravigliose che non esitano a fermarti e ad aprire il loro cuore. Le due settimane succesive tra i templi di Angkor e le splendide spiagge a est e ovest della Thailandia, tra la terra rossa e l'acqua cristallina punteggiata dai pesci colorati, per finire la corsa nel lindore asettico di Singapore. Infine, due settimane in europa: dai bazar e le moschee di Istanbul al Mar Nero e al delta del Danubio, a un passo da casa.

  • Itinerario: Yangon - Mandalay - Bagan - Lago Inle e Kalaw - Bangkok - Siem Reap e Angkor - Ko Tao - Krabi e Phi Phi Islands - Singapore - Istanbul - Constanta

  • Periodo: 16 luglio - 31 agosto 2008

  • Giorni: 47

  • Tipo di viaggio: individuale - da solo e con fidanzata

  • Mezzi di trasporto: aereo, treno, autobus, auto, nave

  • Km percorsi: 6.507

  • Costo: 2.240 euro (1.690 viaggiare, 90 visitare, 125 dormire, 135 mangiare, 150 comprare, 50 varie)

17-19 luglio - Yangon

Ahmed

L'acqua del fiume si muove marrone tra le imbarcazioni. Seduto sul molo, una brezza accompagna il mio sguardo. I bambini si tuffano e giocano nel fango, qualcuno dorme disteso di fronte a me. Alle nostre spalle la seconda pagoda di Yangon non vede un turista. Sono arrivato da poco nell'ex capitale del Myanmar e ho già visto e sentito più di quanto mi sarei aspettato. Il tassista che ieri sera arrancava dall'aeroporto alla città per non consumare benzina ha studiato scienze forestali e aveva un bel lavoro nel suo campo; poi una divergenza di opinioni col suo capo, un militare, e l'abbandono della professione, per sempre. Stamattina camminavo di fronte allo Strand hotel che ha ospitato tutti i pezzi grossi passati di qui e ho visto un mezzo della polizia, uno di quei camioncini con le grate. Non ho voluto fissarlo per non dare nell'occhio, ma ho visto bene: era pieno di uomini e donne che venivano scaricati davanti alla sede e fatti entrare in un decrepito edificio coloniale.

Ancora perso nei miei pensieri, Ahmed mi convince a cambiare del denaro con lui. Penso che non dovrei seguirlo, tutti mi hanno messo in guardia dal mercato nero, sicuro fagocitatore del denaro altrui. Poi però penso di essere davanti a una sfida, come quei giochi di logica nei quali, se stai attento parola per parola, non ti lasci infinocchiare. Come prima mossa Ahmed mi fa accomodare a un tavolino: per sciogliere il ghiaccio mi offrirà un the. Intanto arriva un suo amico e facciamo amicizia. Nella sua strategia é importante che ci presentiamo come un gruppo coeso perché non sono loro che dovranno cambiare, ma una terza persona. Ed eccoci nell'ufficio, un buco semilosco, vicino alla piazza principale. Arriva un tizio e porta dietro le banconote. L'accordo sulla cifra c'é. Inizia il conteggio e io conto dopo di loro. In seguito, trattengo le banconote. Il Kyat birmano ha un cambio approssimativo di 1000 a 1 contro il dollaro e la banconota di taglio più alto é appunto il 1000. Questo fa sì che le banconote che passano di mano siano tante e i giochetti facilitati. Il nuovo arrivato cerca infatti di confondere le acque e vorrebbe darmi 2.500 al posto di 25.000 ma sono il gatto e la volpe a fingere di salvarmi. Adesso dovrei essere ai loro piedi, ma proprio non vedo il tranello e non ho ancora estratto i miei 100 dollari. Questo é il momento più delicato perché uno dei due si offre di tenermi il malloppo della valuta locale mentre io eseguo l'operazione. Decido che non deve sfuggire nemmeno a me. Ora la mia banconota é nelle loro mani e io tengo contemporaneamente il contatto tattile con i kyat e quello visivo con i dollari, ma con la coda dell'occhio mi accorgo che un dito dell'amico sta dividendo in due i kyat e con uno strattone me li prendo tutti io. A questo punto loro non hanno più armi e l'affare salta. Accampano la scusa che un biglietto solo da 100 dollari non va bene, ne dovrei portare due da 50. E' chiaro che la loro strategia non ha funzionato.
Più tardi passeggio con Ko. Mi racconta che i cambiavalute truffano i turisti in due modi: o sottraggono loro dei soldi dal mazzetto dei kyat o scambiano la tua banconota da 100 con quella loro da 1 dollaro. Poi mi indica Ahmed in lontananza, é molto conosciuto sembra; lui mi vede e si siede pensieroso, al riparo dal traffico che ora ci divide.

20-22 luglio - Mandalay

Il maestro di italiano

I nomi di alcuni luoghi del mondo hanno sempre esercitato un fascino irresistibile su di me, una sensazione di meraviglia ancora prima di esserci stato. Anni fa ascoltando la canzone di un bello del pop, aggiunsi in coda all'elenco il nome di Mandalay. Ultima capitale del regno birmano, era per me una città fiabesca adagiata tra la collina e il fiume Ayerawady. Come spesso accade, le tinte vive dell'immaginazione si stemperano a contatto con la realtà e Mandalay si rivelerà essere solo un anonimo agglomerato di case attorno alle rovine dell'enorme palazzo reale. Tuttavia, qualcosa nella sua anima mi ha commosso e ispirato come mai avrei potuto sperare. Chit Sun Oo, Khaing Min Htun, Zaw Zaw Aung e Hlaing Minn Theinn sono state le mie muse.

Accanto alla Guest House dove sono alloggiato c'é una chiesa; lì un prete cattolico birmano con una profonda conoscenza del nostro paese insegna italiano agli unici quattro allievi che sia riuscito a trovare. E loro adesso hanno trovato me. Dopo sei mesi un italiano ritorna a farsi vedere in città e loro fanno a gara a cercare la mia compagnia. Hlaing Minn Theinn guadagna 40 dollari al mese alla Guest House, per un lavoro di 90 ore settimanali, senza giorni di riposo, né vacanze. Mi dice che lo stipendio é molto alto, ma il lavoro duro e i contatti con i turisti rigorosamente proibiti. Quando mi porta in moto ci troviamo all'angolo, qualche centinaia di metri più in là per non dare nell'occhio. Mi porta a pranzo, gli correggo i compiti, al mattino mi fa trovare un dolcino vicino al caffè. Si sveglierà alle quattro del mattino per portarmi a titolo gratuito al molo sul fiume, un vero amico! Zaw Zaw Aung lavora sulla collina e presta il suo binocolo a chi vuole ammirare più da vicino il panorama. Salgo con lui in cima; mi mostra le foto dei generali in visita al tempio e la sua faccia dice più delle sue censurate parole. Si lamenta dei turisti che non arrivano. Purtroppo non ci sono più occhi per le sue lenti e lui sfoglia le giornate con ironia e rassegnazione.

Anche Chit Sun Oo aspetta. Aspetta qualcuno da portare in giro su mezzi non suoi, da quando ha dovuto vendere il risciò. Mi porta nelle vecchie capitali, dove ragazzine colorate dal thanakah, un po' trucco e un po' protezione solare, svendono la loro merce, un tempo preziosa. Non capiscono perché gli stranieri non si vedano più e poi sorridono. Con Khaing Min Htun vado in caffetteria. Lui ha portato anche un'amica e per lei é la prima esperienza con un turista. Sposata da poco, sfoggia per qualche minuto quella timidezza femminile così affascinante prima di sparire con il suo baracchino di riso. Khaing vuole un turismo umano per il suo Myanmar, non grandi gruppi che calpestino le tradizioni, ma individui che rispettino e vogliano capire. Non si interessa di politica, mi fa capire che pochi lo fanno. Vuole solo un piatto di riso per ogni suo connazionale. Per tutti loro io sono in quei giorni il maestro di italiano; per me voi siete stati una formidabile occasione per scalfire la superficie di questo paese. Mi allontano in barca mentre ripenso alla canzone. Anch'io ho trovato la "Road to Mandalay".

23-24 luglio - Navigazione tra Mandalay, Pakokku e Bagan

Al centro del fiume

Disteso sulle assi del ponte superiore, osservo l'Ayeyarwady dalla barca. Rari villaggi si affacciano sulle rive e le case hanno nel bambù l'unico elemento costruttivo. La "barca lenta" era salpata da Mandalay quando la luce non annunciava ancora la sua presenza. Dieci, forse venti salvagenti e un idrante abbandonato come uniche precauzioni su questa carretta a due ponti popolata da almeno cento persone. Data la totale assenza di turisti, che ha portato alla cancellazione di tutte le corse veloci, non era difficile immaginare che sarei stato l'unico straniero a bordo. Qualche sguardo furtivo, i bambini curiosi come sempre, ma per il resto riservatezza che sbaglierei a scambiare per indifferenza. A un ritmo che lo squalo Ian Thorpe avrebbe certamente tenuto, avanziamo mentre il chiarore del mattino delinea i bassi profili della pianura con un denso tappeto di nuvole a sfiorare l'imbarcazione. Sto andando a Pakokku, sulla strada per Bagan, e ci arriverò ammesso che qualcuno mi indichi il paese corretto.

Le fermate si susseguono infatti senza sosta, annunciate dalle trombe che permettono a tutti di prepararsi al carico e scarico merci, la principale attività di questo variopinto mondo fluviale. L'attracco avviene secondo uno schema fisso. In prossimità della riva viene lanciata una cima assieme a due manufatti di bambù: un palo e un martello. Quando la buona volontà di qualche paesano a riva ha avuto la meglio sulla dura terra, la cima viene tirata per avvicinarsi con la barca. Due assi non più larghi di 30 centimetri vengono posizionati e il traffico, diviso per senso di marcia, può avere inizio. L'equilibrio è precario e mi chiedo se, di tanto in tanto, accada che uno sventurato cada con tutta l'appendice di casse e scatole nell'acqua melmosa. Si urla, ci si spinge, si ride ed è già ora di ripartire. I miei vicini mi invitano e una serrata sessione fotografica ogni volta che la barca si ferma e si divertono a vedere le facce dei passeggeri ritratte sul display.
Ora un sole prepotente si è fatto largo fra le nuvole e noto che si sta abbassando verso l'orizzonte. Non ho l'orologio e sul battello non mi capita di vederne, cosi misuro la giornata secondo il movimento della nostra stella e seguendo le normali esigenze corporee. So che attorno al tramonto si dovrebbe materializzare la mia destinazione. E questo mi basta.

Una coppia d'oro

Abbagliato dal caldo sole del tramonto, scendo dalla barca tra due ali di folla. Maung Khaing studia inglese ed è ansioso di praticarlo. Mi poggia sul portapacchi e lancia il suo velocipede tra la polvere di Pakokku. Sono sceso qui perché sono curioso. Curioso di dormire al Mya YanatarInn. Avevo letto che la coppia che lo gestisce iniziò l'attività nel 1980, quando il turismo qui era un'attività pioneristica e loro avevano ospitato un viaggiatore solitario arrivato in città per caso. Tint San ha 78 anni e l'energia di un ragazzino che scalpita dietro i jeans. Per lui e la moglie l'arrivo di uno sporadico viaggiatore è una festa e il loro coinvolgimento totale. In quasi 30 anni di attività sono arrivati i personaggi più singolari, alcuni in moto, altri in bici o a piedi. La decisione di passare qui una notte, a volte, si trasformava in una permanenza anche di due settimane. Il libro degli ospiti è una straordinaria galleria di visi ingabbiati nelle contrite espressioni delle macchinette. Facce che parlano di ragazzi e ragazze con sete di avventura e conoscenza. E grazie anche a te, sconosciuto Pasquale, unico italiano che mi sia capitato di leggere.
Improvvisamente compare una bici e ci immergiamo nel traffico convulso della cittadina. Poi ci saranno il ristorantino, la gelateria, i video pop sdolcinati, James Bond, il cattivo governo e le paure. Infine la confessione di una speranza: vincere alla lotteria perché un giorno il sogno di girare il mondo come hanno fatto tutti i loro ospiti diventi realtà.

24-26 luglio - Bagan

Spagna-Italia 4-1

Non mi era mai capitato. Immaginate il Colosseo circondato da bancarelle, false guide, pacchiani centurioni, ma senza alcun turista. Oppure le spiagge romagnole, un ombrellone al metro quadrato, venditori di cocco che strillano, ma senza bagnanti. Forse non lo vedremo mai. Qui a Bagan è invece una realtà, dopo che il ciclone Nargis è passato in un'area distante 500 chilometri. Il complesso dei templi buddhisti della città annovera 4000 siti di interesse storico e l'industria turistica che si è andata cucendo attorno a loro è imponente. I 300 alberghi appagano qualsiasi voglia e vantano prezzi calmierati: per quattro euro si può ambire a una stanza doppia con bagno e aria condizionata, veranda esterna dove leggere e ricca prima colazione. Ogni tempio importante sfoggia le bancarelle più svariate, astute ragazzine si spacciano per guide, ci sono venditori di tappeti, taxi, moto, carretti, risciò. In passato si è arrivati anche a 6000 turisti al giorno; bus rigurgitanti grassoni a stelle e strisce e stilosi italiani con tanto di pizza che qui è una specialità; incartapecorite britanniche coperte di gioielli e apparecchi fotografici a nascondere occhi orientali.
Oggi siamo 30, forse 35. Dato il dedalo di sentieri e stradine è difficile incontrare più di tre stranieri in tutto il giorno. Strade deserte, templi abbandonati, venditori rassegnati che attendono la fine della giornata con lo sguardo perso nell'infinito. È ritornato l'anno zero del turismo, ma con tutti i comfort e i servizi gestiti da una popolazione che si era aggrappata a questa attività coltivando il sogno di una vita migliore e che adesso affonda nella malinconia.

Anche la caccia al tramonto rientrava nei doveri di un bravo turista e terminava nella solita ressa sulle terrazze dei templi principali. Adesso, invece, può essere condotta in tutta tranquillità. Mi installo sulla sommità del Pyathada e osservo il disco arancione appoggiarsi sulle montagne. Del tutto inaspettati, quattro iberici strapazzano la mia contemplazione con un fitto chiacchiericcio che non posso fare a meno di ascoltare. Parlano dei loro lavori, sono contenti, vivono bene e non ci sono ombre sul loro ottimismo. Penso al mio paese che amo e ai discorsi, a volte veritieri, che ascolto dai miei connazionali. In quel momento, di fronte ai templi bagnati dalla terra ocra, mi sento battuto come agli europei.
Jose e Maitene mi accompagnano nel buio galoppante del crepuscolo, tra le strade sterrate. La bici della ragazza si inceppa e ho la brillante idea di proporre una soluzione: loro due su una sola bici e io a portare il rottame. Forse eroe, stupido di sicuro! Mancano cinque chilometri alla Guest House e nel buio ormai totale del cammino trascino un peso morto che continua a farmi ondeggiare e minaccia di buttarmi a terra a ogni curva. A volte i due baschi si fermano, vedo la luce della loro lanterna in lontananza; mi ringraziano per poi ripartire a velocità doppia. Ho paura che le auto non mi vedano, ma il traffico è davvero scarso. Dopo forse due ore arrivo stremato. Loro non sanno come sdebitarsi, poi l'idea: mi pagheranno una birra. I due ragazzi non lo sanno, ma per me è come un'offerta di acqua salata nel deserto.

27-28 luglio - Da Bagan al lago Inle

Verso est a passo d'uomo

Nella notte di Thazi, i miei passi non risuonano solitari. Alle quattro e trenta la vita scorre già sicura tra le bancarelle verso la stazione. Sono a metà del mio lento avvicinamento allo stato Shan, a est del paese. Kyaukpadaung, Meiktila. Posti che non avevo mai sentito nominare mi ricordano che la giornata di ieri non è stata facile. Tutto il giorno incastrato sul tetto di sgangherati pick-up con il sole che, svelto, colorava la mia pelle bianca. Su strade sconnesse sempre attenti a evitare biciclette, carretti, bambini vivaci e cani affamati. Ancora non sapevo che il vero viaggio non era neppure iniziato.
Il treno per Taunggyi ha una composizione semplice: dietro il locomotore c'è un vagone postale, poi due per la classe ordinaria, uno per la prima e due merci. Per garantirsi una panca in ordinaria servono tre dollari; il problema è che i miei sono troppo usati. Faccio cortesemente notare che non vi è segno di strappo, ma il cartello che mi mostrano soddisfatti parla chiaro: i dollari si accettano solo tirati a lucido. Per una settimana mi sono passate per le mani banconote in condizioni spaventose, sulle quali non si riusciva nemmeno più a leggere il valore. "Per i dollari è diverso" mi avvertono e digrignando i denti mi requisiscono il biglietto. Li calmo con una banconota da cinque che sembrano gradire. Il problema, ora, è trovare il cambio. Vengo depositato in carrozza e vedo sparire soldi e biglietto. Si annunciano i primi bagliori del nuovo giorno quando torno in possesso del maltolto, appena prima che i motori si avviino. Per coprire i 130 chilometri che ci separano dal Lago Inle si prevedono dalle 7 alle 9 ore a seconda degli inconvenienti che incontreremo strada facendo. Ci avrei messo poco a scoprire quanto ottimismo si celava dietro a questi numeri.

Dopo un'ora siamo fermi al villaggio di Payangazu e da li ripartiremo tre ore dopo. Nel chiarore che ormai si è impadronito del vagone, scorgo la scomoda posizione nella quale sono capitato. A metà del vagone, schiacciato contro il finestrino, per uscire devo compiere una delle dodici fatiche, passando tra enormi scatoloni, su sacchi pieni di cibo e evitando esili vecchiette distese. Altra ora di viaggio e nuova sosta a Yinmabin. Sai Win Aung mi fa cenno di uscire e sotto al sole accanito della pianura ci concediamo un caffè accompagnato dall'e-kya-kwy, un delizioso bastoncino di pane fritto. Ma il tam tam del villaggio ha già fatto arrivare un dispaccio orale: il treno davanti a noi ha seri problemi e l'attesa sarà lunga. Per ingannarla ci gustiamo una partita di Chinlon. In questo gioco, popolare nel sud-est asiatico, due squadre di tre persone si affrontano in un campo da pallavolo di dimensioni ridotte. Si deve far superare la rete a una palla di rattan, un legno derivato dalla palma, con qualsiasi parte del corpo a eccezione delle braccia. I ragazzi che osserviamo sono formidabili e si arrampicano ad altezze improbabili per iperboliche sforbiciate a schiacciare la palla nel campo avversario. Inebetiti, seguiamo il gioco per ore. Intanto all'interno del vagone la maggior parte dei passeggeri dorme, incurante di qualsiasi accadimento esterno e cosi farà per tutto il viaggio. Un sonno accompagnato da un russare costante che fa tremare le carrozze anche da ferme.
Dopo quasi cinque ore il problema pare risolto e si parte. Siamo in viaggio da 10 ore e la metà del tragitto è ancora un miraggio. Adesso sotto il peso del vecchio convoglio cominciano a insinuarsi le montagne e il locomotore ulula per la fatica. Procediamo a passo d'uomo e ci apriamo il cammino tra una fitta selva. I rami graffiano i vagoni e feriscono mani e piedi che si spingono incautamente fuori dai finestrini. Succede che ci si fermi in mezzo al nulla o in villaggi ancora più insignificanti dei precedenti, privi di qualsiasi indicazione.

Il tramonto ci corre incontro e non ho idea di dove siamo. È quasi buio quando il locomotore ci abbandona. Due, tre strattoni, poi cede. Si riprova, ma nulla da fare. Occorre scendere al paese precedente e valutare il danno. Mi auguro che almeno i freni tengano. Guardandomi attorno, noto nella penombra facce serene e divertite. Si lavora alacremente al locomotore ed è ora di ripartire. Adesso ci muoviamo nell'ombra della notte e mi sorprendo ad ammirare la magica stellata che ci sovrasta. Senza fonti luminose lungo tutto il percorso, è come essere in pieno deserto. Un altro strattone sciacqua via i miei pensieri. Il locomotore è di nuovo in difficoltà. Affiora qualche mormorio, si opera attorno alla motrice alla luce della lanterna, la gente spinge e vuole vedere. All'improvviso la bestia si rialza e sembra in grado di continuare. Ho perso la cognizione del tempo e non c'è luce a sufficienza per controllare l'ora. Dormire è quasi impossibile, perché ogni spazio è occupato e le gambe devono ondeggiare alte nel vuoto. Forse mi assopisco un attimo perché quando mi risveglio entra acqua dal finestrino che ovviamente non si chiude. Una leggera pioggia annuncia la mezzanotte al passo montano di Kalaw, 1500 metri sul livello del mare. Fa freddo, ma ce l'abbiamo fatta! Dopo è solo una lunga discesa e alle quattro di mattina vengo proiettato esausto sul marciapiede della stazione di Shwenyaung. Intontito, aspetto l'alba tra le decine di corpi che popolano l'atrio. Missione compiuta, il lago è vicino.

29-31 luglio - Lago Inle e Kalaw

Un Sikh in terra Shan

A 47 anni, Robin non è un uomo felice. Sotto il rosso turbante, i suoi occhi raccontano una vita difficile. Nipote di una coppia di Sikh emigrati per lavorare con gli inglesi alla costruzione della ferrovia, lui ha tentato la strada dell'integrazione. Il matrimonio con una donna buddhista gli ha però garantito l'ostracismo a vita da parte dell'ampia famiglia originaria del Punjab. La colpa di non aver garantito una discendenza sikh è troppo grande per la speranza di un perdono e tutte le porte si sono chiuse. Ora suo figlio porta un nome di qui e ha trovato rifugio nei parenti della moglie, la sua nuova vera famiglia. Nel suo inglese ineccepibile, ma venato dalla stretta inflessione indiana, mi schiude la strada ai villaggi palaung. Siamo in montagna, la Svizzera del Myanmar mi confida lui, sulle alture che dominano Kalaw. Su questi pendii la terra è generosa e ha permesso all'uomo la raccolta di prodotti assai diversi tra loro. Accanto agli agrumi, il the; bananeti di fianco alle risaie. Un connubio straordinario per un luogo dove la popolazione non ha mai sofferto la fame. Una regione dove ci si può ancora permettere di sfoggiare il ritratto di Aung San, padre della patria e della signora Aung San Suu Kyi, che la giunta militare al potere ha preferito cancellare dalla memoria collettiva. I villaggi, la cui popolazione viene contata esclusivamente per famiglie, vivono del lavoro dei campi e nel tempo libero preparano colorati manufatti per loro stessi e per gli sparuti viaggiatori che capitano ancora tra questi sentieri. La richiesta è modesta, mezzo euro per una borsetta che richiede una giornata di lavoro! Robin si sente in dovere di avvertire tutti coloro che incontra del fatto che forse passeranno di li altri due stranieri. Li chiama inglesi. Ancora oggi è questo il termine che sta a indicare il forestiero, eredità di un tempo in cui erano solo i britannici a introdursi in queste terre.

Una pioggia delicata cade sulla nostra passeggiata. Lui si ripara con un bizzarro ombrellino rosa, io la accolgo a braccia aperte. Mi torna subito in mente il viaggio di ieri, sul tetto del pick-up, con il telo che invece di ripararci filtrava l'acqua e ce la riconsegnava marrone su di noi e sulle nostre cose. Il barbuto sikh si meraviglia del passo che stiamo tenendo e mi ricorda come unico italiano di quest'anno. Robin è informatissimo, ascolta BBC e Voice of America per radio. Gli chiedo cosa pensa del turismo in Myanmar dopo le vicende politiche e la catastrofe naturale. Sorprendentemente incoraggia i viaggiatori individuali anche nelle aree colpite dal ciclone Nargis, dicendo che per i sopravvissuti la vita è adesso molto più facile di prima grazie agli aiuti internazionali. Nessun turismo cinico, il delta secondo lui si è già ripreso! Ho paura che le emittenti anglosassoni tendano a ingigantire i buoni risultati ottenuti, ma non glielo confido. Mentre Kalaw si avvicina, pronta ad abbracciare i nostri corpi bagnati e sudati e Robin mi snocciola tutti i segreti della lavorazione del riso, penso che sia mio dovere far risuonare l'appello di tutte le persone incontrate in queste due settimane: venite in Myanmar adesso, perché è adesso che ce n'è più bisogno. Venite come viaggiatori individuali e distribuite bene il vostro denaro, evitando i servizi statali. Sarebbe il migliore contributo alla causa della "crisi birmana". Sono sicuro che un lieve sorriso squarcerebbe il suo muro di barba, se Robin leggesse queste righe.

2-4 agosto - Bangkok

5-8 agosto - Angkor

9-12 agosto - Ko Tao

13-14 agosto - Krabi e Phi Phi Islands

16 agosto - Singapore

17-18 agosto - Istanbul

19-31 agosto - Romania

Consigli

Viaggiare

MYANMAR: il visto è facile da ottenere presso l'ambasciata di Roma
THAILANDIA: visto non necessario per permanenze entro i 30 giorni
CAMBOGIA: il visto si ottiene in frontiera. Attenzione perchè i guidatori di tuk tuk che vi portano dalla stazione di Aranya Prathet al confine, tenteranno di fermarsi al consolato, pochi chilometri prima della dogana. Insistete per fare il visto proprio in frontiera e in questo modo pagherete 20 dollari al posto dei 30 che vi chiederà il consolato

MYANMAR: la rete stradale è in pessimo stato, eccetto il collegamento fra Yangon e Mandalay. Calcolate una media attorno ai 40 km all'ora e anche meno quando si tratta di salire in montagna. Lungo l'Ayeyarwady è possibile utilizzare le barche che costituiscono un piacevole diversivo ma sono ancora più lente. Il treno è da evitare in quanto gestito dallo stato e pagabile solo in dollari americani. Se proprio siete attratti, come me, dalla ferrovia, cercate di viaggiare su tratte economiche acquistando biglietti di seconda classe. Il risultato può non essere brillante in termini di tempo e comodità, ma entrerete meglio in contatto con i locali.
THAILANDIA: la rete stradale del paese è ottima e i bus rapidi e puntuali. L'unico inconveniente è rappresentato dai biglietti combinati che si possono acquistare dovunque e che promettono di portarvi anche molto lontano utilizzando più vettori di tipo diverso. Un esempio può essere il biglietto per le isole acquistato a Kao San Road, Bangkok. A volte questa soluzione porta a un vero risparmio, mentre altre volte si configura in una truffa, nella quale potreste dover ripagare per la seconda parte del vostro viaggio oppure essere derubati mentre dormite a bordo del vostro bus. Fate attenzione all'agenzia presso la quale acquistate il biglietto e non fatevi tentare da offerte fuori mercato. Un altro problema che ho sperimentato è quello dei biglietti per destinazioni estere, come la Cambogia o Singapore. In questo caso avrete da cambiare più volte e vi potrebbe capitare di non avere mai il biglietto nelle vostre mani. Sarete quindi in balia di volta in volta del vostro autista, senza la possibilità di protestare per alcun disagio. In questo viaggio io e la mia fidanzata siamo stati lasciati alla stazione degli autobus di Penang dove siamo stati informati della mancanza di posti per tutti i bus in partenza per Singapore. Solo la disperazione di sapere che un volo ci aspettava poche ore dopo e non potevamo perderlo, ci ha permesso di trovare la forza per protestare nel bel mezzo della notte e ottenere un posto in un altro bus per una diversa destinazione (di strada) con l'impegno di poter proseguire su un diverso vettore.
CAMBOGIA: la strada tra Poipet e Siem Reap è di quelle che ricorderete a lungo. Sembra che sia intenzione del governo cambogiano di posticipare all'infinito i tempi della sua realizzazione, in modo da costringere i turisti ad arrivare ai templi di Angkor in aereo. Se proprio vorrete percorrerla sappiate che non è più permesso viaggiare sui pick-up e l'unico modo di muoversi sembra quello dei taxi che partono circa 500 metri più a est della frontiera, al fondo di una strada fangosa e di difficile percorrenza. La tariffa non dovrebbe superare i 10 dollari, anche se i gestori del servizio tenteranno di estorcervi almeno il doppio. A loro dire i bus sono ancora più cari, ma non è facile capire da dove partano e quanto costino. Una volta nell'abitacolo dovreste assisurarvi che l'aria condizionata funzioni perchè è obbligatorio viaggiare con i finestrini chiusi causa la terribile polvere che si alza lungo la strada.

Visitare

MYANMAR - BAGAN: si tratta della maggiore attrazione del Myanmar e occorre dedicarle almeno tre giorni. Consiglio vivamente la visita in bicicletta (1 dollaro al giorno!) in quanto avrete la possibilità di scorrazzare lungo strade deserte e piste affascinanti. Il clima è piuttosto secco e non dovreste avere particolari problemi. L'ingresso al sito costa 10 dollari.
BANGKOK - TORRE BAIYOKE: consiglio l'ascesa per ammirare la migliore vista sulla città (€4). In cima vi verrà offerto anche un rinfresco.
BANGKOK - VINAMNEK MANSION: si tratta della più grande costruzione in tek del mondo ed è ubicata nei pressi del palazzo reale, a nord di Banglamphu. E' una visita che reputo indispensabile se si trascorrono almeno tre giorni nella capitale thailandese. Costo: 2 euro.
CAMBOGIA - ANGKOR: il più interessante sito archeologico del sud-est asiatico vale un viaggio da Bangkok. Bisogna dedicargli tre giorni. Il mio consiglio è di visitare l'area con due diversi mezzi di trasporto: la bicicletta e il tuk-tuk. Con la bici si può compiere il piccolo circuito, mentre si può affrontare il grande comodamente seduti sulle motorette a tre ruote. Evitate l'alba ad Angkor Wat nella stagione umida perchè rischiate di non vedere nulla di particolare e di rimanere stanchi per il resto della giornata. Il costo del biglietto per tre giorni è di 40 dollari.
PHI PHI ISLANDS: le isole di Phi Phi Leh e Phi Phi Don si possono visitare con una gita di un giorno da Krabi. Il costo è di circa 25 euro e comprende una serie di attività, il pranzo e il trasporto in motoscafo. Il traghetto regolare per l'isola costa 18 euro a/r e in più siete obbligati a rimanere nella meno interessante Phi Phi Don, quindi se non volete pernottare sull'isola la scelta del giro organizzato è quasi d'obbligo. A Krabi qualsiasi hotel ve lo offrirà.

Dormire

Ecco alcuni hotel dove mi sono trovato bene
MYANMAR: a YANGON l'hotel OKINAWA è molto confortevole e situato in posizione centrale. Unico inconveniente il vicolo di fronte che si allaga immediatamente in caso di alluvione.
a MANDALAY la ROYAL GUEST HOUSE ha un personale molto gentile e un ragazzo che ci lavora che parla italiano. Le stanze sono abbastanza accoglienti e c'è anche la possibilità di accedere al tetto dove rilassarsi e leggere un po'.
a PAKOKKU il MYA YANATAR INN è veramente scadente come qualità delle stanze ma è gestito da una coppia di signori molto simpatici e merita una visita solo per questo motivo.
a BAGAN il NEW PARK è una struttura sullo stile dei motel statunitensi. Si entra dal cortile e le stanze sono molto spaziose e con un bagno molto pulito. La colazione è ottima e abbondante e il personale molto gentile.
a KALAW il GOLDEN LILY è una struttura molto semplice, ma gestita da una simpatica famiglia sikh. Robin, uno dei componenti, è una guida attenta e vi proporrà interessanti trekking sulle colline attorno.
THAILANDIA: a BANGKOK la zona di kao san road è zeppa di ostelli a buon mercato. Poco distante, verso il fiume e parallela a esso, esiste un'altra via "Soi Ram Butri", più tranquilla e dove potrete trovare sistemazioni altrettanto economiche.
a KO TAO la baia di SAI THONG nasconde un'ottima spiaggia e bungalow di ogni tipo. Il posto è un po' caro, ma vanta una posizione tranquilla e un ottimo ristorante con gestori birmani. Unico inconveniente è la posizione remota: per raggiungere la baia avete bisogno di un'imbarcazione o della voglia di una lunga camminata attraverso l'alta vegetazione dell'isola.
a KRABI l'hotel BAIFERN è pulito, in posizione abbastanza centrale e con un padrone simpatico. I costi sono molto contenuti.
CAMBOGIA: a SIEM REAP la POPULAR GUESTHOUSE offre accoglienti stanze a un prezzo assolutamente concorrenziale. Il ristorante offre un ampio menu e la posizione è defilata rispetto al caos del centro nonostante per raggiungerlo basti una camminata di pochi minuti.
TURCHIA: a ISTANBUL il costo della vita è aumentato vorticosamente. E' difficile trovare stanze economiche anche a sultanahmet. L'Hotel METROPOLIS si segnala per i suoi prezzi bassi e per la terrazza con vista sul Mar di Marmara. Da consigliare nonostante lo staff non brilli in simpatia.

Mangiare

Il cibo della zona è in genere ottimo. In Myanmar ho trovato particolarmente gustosa la variante Shan. Il riso è la componente fondamentale, ma il condimento è meno piccante rispetto a quello thailandese. Per colazione eccellente è l'e-kya-kwee, una specie di pane fritto da accompagnare con l'onnipresente Coffee Mix. In Thailandia e Cambogia dovrete porre attenzione ai sapori forti, ma per il resto sperimenterete una delle cucine migliori al mondo. Potrete cenare con pochi euro e permettervi ristoranti di lusso che vi neghereste a casa vostra.

Comprare

La regola è: contrattate fino allo sfinimento del vostro venditore. Otterrete comunque un prezzo troppo alto. In Myanmar non sono molti i prodotti che potrete comprare. Preferite comunque le bancarelle e i venditori solitari rispetto ai negozi che possono avere la parvenza di attività controllate dallo stato. Troverete collane e braccialetti attorno a Mandalay; borsette nelle terre Shan e moltissimi dipinti nell'area di Bagan. In Thailandia concentrate i vostri acquisti a Bangkok dove la scelta è più ampia e i prezzi inferiori. Anche restando solo nella zona di Kao San Road risparmierete rispetto a molti altri luoghi nel paese. Ad Angkor sarete assaliti da giovanissime venditrici che offriranno prodotti artigianali ma anche libri e film abilmente copiati, il tutto per pochi euro. Singapore non pare offrire quelle tariffe stracciate sull'elettronica che potreste immaginare e Istanbul vi attirerà con le false firme del Gran Bazar e le spezie del mercato egiziano.