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Viaggio di Francesco Pallante in Albania

Tre settimane in uno degli Stati europei meno conosciuti, ex buco nero del continente, a lungo isolato e inaccessibile e ancora oggi in bilico tra identità balcanica e vocazione mediterranea.

  • Itinerario: Bari - Durazzo - Tirana - Scutari - Tirana - Berat - Argirocastro - Saranda - Dhermi - Valona - Durazzo

  • Periodo: 6-27 agosto 2005

  • Giorni: 22

  • Tipo di viaggio: individuale

  • Mezzi di trasporto: nave, automobile

  • Costo: 790 euro (235 nave, 130 per spostamenti interni, 225 dormire, 200 mangiare)

Le diverse facce dell'Albania

Sul ponte superiore del traghetto Ancona-Durazzo è tutto uno sfoggio di scarpe sportive, coloratissime e così perfette che sembrano appena uscite dal negozio. Ragazzi e ragazze vestono Levi’s, Lacoste, Tommy Hilfiger, D&G; ai piedi Adidas, Nike, Reebock, Puma, Merrell; i visi fasciati dagli occhialoni avvolgenti, tra le mani gli ultimi Nokia e Motorola. È dalla moda che passa la prima misurazione del successo di chi è emigrato: farsi vedere da amici e parenti senza indosso nulla di stravagante o costoso equivarrebbe a una mezza ammissione di fallimento. «Ma cos’è ‘sto schifo di occhiali?». Ilir ricorda ancora con un po’ di fastidio l’estate dell’anno scorso, quando tra una battuta e l’altra i suoi occhiali da sole - «che pure mi erano costati 130 euro» - non superarono l’esame del gruppo dei suoi amici. Per non correre rischi, quest’anno ha deciso di tornare senza.

Come tutti i paesi che imboccano con troppo slancio la strada della modernizzazione, l’Albania si presenta al visitatore straniero con diverse facce, che continuamente giocano a disvelarsi, nascondersi, sovrapporsi. C’è un’Albania per ciascuno dei grandi passaggi storici vissuti nel secolo scorso: la monarchia di Zog, il regime comunista, l’attuale democrazia. Quella che si intravede sul traghetto è solo la faccia più recente. Le altre compaiono non appena scesi a terra, dando fin da subito l’impressione di una convivenza basata sulla reciproca indifferenza, come se tra l’una e l’altra ci fosse un’incolmabile distanza e non la fluida continuità delle vicende storiche.

Chi non è albanese deve poi fare i conti con una quarta Albania: quella radicatasi nell’immaginario collettivo europeo negli ultimi quindici anni. La sola idea di un viaggio estivo in terra schipetara suona ai più quantomeno stravagante - «In Albania?!? E cosa ci vai a fare in Albania?» - e immancabilmente i nomi di città come Tirana, Scutari, Durazzo, Argirocastro evocano immagini di violenza e criminalità. Valona è automaticamente il porto degli scafisti, anche se oramai da anni di gommoni verso l’Italia non ne partono più. Gli albanesi sono immancabilmente un popolo pericoloso e spietato, anche se non si capisce per quale ragione dovrebbero essere gli unici in tutto il Mediterraneo a non aver elaborato la cultura dell’ospitalità. Ma, pur rifiutando i pregiudizi, si deve onestamente riconoscere lo scarto esistente tra l’Albania reale e quella immaginata prima di partire e stilare, al ritorno del viaggio, un bilancio fatto più di sorprese che di conferme.

L'Albania del boom

Vista dal mare, Durazzo è un enorme cantiere. Palazzoni alti dieci-dodici piani, nuovi di zecca e in parte ancora disabitati; scheletri di edifici in costruzione; dappertutto le gru delle imprese edili che, confuse a quelle del porto, dominano il profilo della città. Di primo acchito, non si riesce a cogliere la reale portata dell’opera di edificazione: le nuove costruzioni sembrano limitarsi al centro cittadino. E invece hanno quasi completamente preso il posto della pineta che per chilometri si estendeva da Durazzo verso sud, a ridosso della spiaggia che accompagna l’ampia insenatura su cui si affaccia la città. Il risultato è un susseguirsi di palazzi, alberghi, ristoranti, pizzerie, centri commerciali, negozi, discoteche, locali notturni. Se non fosse per i toni orientaleggianti dell’onnipresente colonna sonora, si potrebbe essere in una qualsiasi anonima località turistica della costa ricca del Mediterraneo. Qui niente è tipicamente albanese: il cibo è italiano, la tecnologia asiatica, i vestiti sono occidentali, le automobili tedesche. Persino le olive, nei supermercati di un paese che conta gli ulivi a decine di migliaia, sono Saclà. In giro, la tipica frenesia estiva delle località di mare: struscio serale, giostre per bambini, mercatini all’aperto, gelati, musica e karaoke fino a tarda notte. Ma alla mattina presto i muratori sono già all’opera: la richiesta di seconde case è alta e non è ancora chiaro dove si fermeranno, verso sud, i confini della città.

È la nuova Albania, ma sono anche i nuovi Balcani. La maggior parte degli esercizi commerciali porta il nome di località kosovare: hotel Pristina, ristorante Prizren, farmacia Dakovica... Durazzo è diventata la meta del turismo balneare kosovaro e anche molti albanesi della Macedonia si ritrovano qui, come in un surrogato della Grande Albania vagheggiata ai tempi della guerra dell’Uck contro i serbi. Oggi è un progetto che nessun movimento politico persegue più, 2 quantomeno dichiaratamente, ma è significativo che per andare al mare i kosovari preferiscano attraversare una frontiera internazionale piuttosto che recarsi sulla costa montenegrina a soggiornare nelle località turistiche dello Stato di cui, almeno formalmente, sono cittadini. Il che, peraltro, non impedisce allo «spirito dei Balcani», lo spirito del «tutti contro tutti», di seminare incomprensione anche all’interno della comunità schipetara: una volta entrati in confidenza, non è raro che gli albanesi d’Albania ti confessino il loro fastidio per l’attaggiamento vittimista dei kosovari, che parlano continuamente della repressione serba e rifiutano di riconoscere altrettanto rilievo alle privazioni subite dai loro fratelli d’oltre frontiera durante gli anni del regime di Enver Hoxha.

Ma oggi la parola d’ordine è superare il passato, l’ambizione - ricorda qualcosa? - è quella di «entrare in Europa». Espressione che, nel pensiero comune, significa non soltanto diventare un paese membro dell’Unione europea - traguardo dal quale, nonostante tutti i politici parlino del 2010, l’Albania sembra lontanissima - quanto piuttosto raggiungere un livello di benessere paragonabile a quello dell’Europa occidentale. Il risultato, anche nella fascia centrale del paese, la più sviluppata, è una ridda di contraddizioni: la modernità è stata selettiva, ha investito la sfera della vita privata delle persone (o meglio: di alcune persone), dimenticando quasi completamente la dimensione pubblica. Uomini e donne vestiti di nuovo, vivono in case nuove e vanno a comperare con auto nuove in negozi nuovi, ma sullo sfondo lo scenario resta quello di una volta. Anzi, è peggiorato, perché da quindici anni nessuno se ne cura più: vecchi casermoni slabbrati con le pareti esterne di mattoni a vista, strade sterrate o con enormi buche anche in centro città, tombini senza copertura, continui imbottigliamenti di traffico, antichi edifici lasciati cadere in rovina, illuminazione pubblica ridotta al minimo. E quel che forse è peggio, ovunque discariche a cielo aperto, inevitabile conseguenza del consumismo senza nettezza urbana. Sulla spiaggia si raggiunge il parossismo: mentre le moto d’acqua sfrecciano tra i bagnanti e incessantemente i motoscafi vanno e vengono dalla costa, un vecchio contadino con un asinello carico di frutta offre i suoi prodotti a quanti stanno a prendere il sole su vecchie sdraio spaiate recuperate chissà dove in Italia. L’insieme è contemporaneamente patetico e moderno, squallido e alla moda, indifeso e sfrontato.

La situazione non è diversa in altri punti della costa. A Valona quasi non si coglie più la differenza tra il centro e la periferia, tanto è stata snaturata la fisionomia urbanistica della città: una piccola strada corre lungo il mare, stretta tra palazzoni di recente costruzione e un’interminabile fila di locali notturni; perpendicolarmente, un vialone commerciale risale verso l’interno e va a spegnersi nel grande bosco di ulivi che circonda la città. L’insieme è un ammasso indistinto di edifici, che fa tutt’uno con un indistinto blocco di automobili perennemente in coda. Saranda, nell’estremo sud, era poco più di un villaggio affacciato su una piccola baia, clima mite tutto l’anno, pini marittimi, una manciata di isolette disabitate nella baia. Il mare è ancora pulito, ma adesso sembra di essere a Beirut nelle prime fasi della ricostruzione: scheletri di nuovi palazzi ovunque, spiaggia mangiata, strade per aria, non più un albero, sbancamenti a decine sui fianchi delle colline. Nei dintorni, dove è ancora campagna, le vecchie case dei contadini valgono, con tutto il terreno, non più di 2-3.000 euro; sul lungo mare, un attico al decimo piano in pronta consegna si vende a 600 euro al metro quadro. Un centinaio di chilometri più a nord (ma sono almeno quattro ore in macchina) si trova Dhermi, un paesino arrampicato sulla montagna che ha mantenuto i ritmi di una volta; più sotto una lunghissima spiaggia di sabbia bianca e un mare cristallino. Peccato solo per i continui intasamenti di macchine lungo la strada che scende verso il mare, dove un agglomerato di ristoranti è sorto tutt’intorno a un mastodontico palazzo di epoca comunista (un crimine, più che un edificio). Dhermi è la Capalbio d’Albania e, grazie anche al piccolo eliporto che collega la costa con Tirana in poco più di un’ora, è difficile non incrociare ministri, parlamentari, esponenti di primo piano della nuova classe dirigente. Quest’estate, poi, all’elenco degli illustri ospiti si è aggiunto anche il nome di Massimo D’Alema, arrivato direttamente dall’Italia al timone del suo, ormai famoso, Ikarus.

L'altra Albania

Ma c’è anche un’Albania fuori dal tunnel dello sviluppo senza regole: o perché ancora deve entrarci - com’è per la maggior parte del paese - o perché - è il caso di Tirana - inizia a scorgere all’uscita la luce del ritorno all’equilibrio.

Quello di Tirana è un caso unico. Piccolo villaggio di impronta ottomana fino agli anni Trenta del secolo scorso, attirò in rapida successione l’attenzione delle scuole urbanistiche di entrambi i totalitarismi del Novecento, nel giro di vent’anni trasformandosi in una città perfettamente attrezzata per assolvere al compito di capitale di una piccola democrazia popolare: residenza presidenziale, parlamento, palazzo del governo, sedi dei ministeri, grande piazza centrale con giardino e fontana, museo della cultura popolare, biblioteca nazionale, ospedale, università, banca centrale, accademia delle belle arti, palazzo dei congressi, due alberghi, stadio, parco, stazione ferroviaria. Il tutto affacciato su un unico vialone alberato, ideale scenario delle parate di regime, che definiva da est a ovest i confini della città. In perpendicolare, sull’asse nord-sud, il lungofiume con i quartieri di edilizia popolare e, all’incrocio tra le due direttrici, il «block», l’inaccessibile quartiere di villette a un piano immerse nel verde che costituiva la residenza dei più importanti esponenti del regime. In totale non più di 150.000 abitanti in un’estensione percorribile nel tempo di una passeggiata. Oggi, quella che fino a quindici anni fa era la città, rappresenta grosso modo il centro urbano: caduto il regime comunista, Tirana ha visto quintuplicare il numero dei suoi abitanti e attualmente ospita quasi un terzo dell’intera popolazione del paese. Com’è facile immaginare, la stragrande maggioranza dei nuovi arrivati non si è preoccupata di espletare le necessarie pratiche edilizie per provvedere ai bisogni abitativi della propria famiglia, tanto più che la spinta all’urbanizzazione è esplosa proprio in parallelo al repentino collasso delle strutture statali che seguì la fine del regime. Furono anni di vera anarchia. «Quando aprì il primo chiosco nel giardino vicino a piazza Skënderbej - ricorda Ismail - eravamo tutti entusiasti: finalmente potevamo uscire la sera e sederci all’aperto a bere un caffé, una cosa fino a poco tempo prima impensabile». Ma, ovviamente, la concorrenza non tardò a farsi avanti e in breve l’intero giardino divenne un informe ammasso di chioschetti abusivi realizzati alla buona. Stessa sorte toccò alle sponde erbose del tratto centrale del lungofiume e agli ampi marciapiedi delle strade principali, finché qualcuno decise di iniziare a fare sul serio passando alla costruzione di case per i nuovi arrivati. Ma, per quanto oggetto di un accurato sfruttamento, il piccolo centro di Tirana non poteva certo riuscire a soddisfare la continua richiesta di nuove abitazioni e, inevitabilmente, l’attività edilizia iniziò a spostarsi verso i confini cittadini, dove sorsero interi quartieri abusivi privi delle più elementari infrastrutture e di qualsiasi servizio pubblico. Anche il «block» subì una trasfigurazione: le vecchie villette requisite dal regime comunista alla borghesia liberale di inizio Novecento vennero restituite ai precedenti proprietari, che subito le demolirono dando avvio alla costruzione di un moderno quartiere di palazzi esclusivi. Solo la residenza di Enver Hoxha, ricostruita su due piani negli anni Settanta, è rimasta al suo posto, quasi a simboleggiare il rovesciamento avvenuto rispetto ad allora: per quanto modesta - ricorda le villette delle nostre cinture urbane - era la costruzione più alta della zona, che anche simbolicamente rappresentava la posizione di chi la abitava; oggi è l’edificio più basso del quartiere e dai terrazzi dei palazzi vicini i nuovi ricchi dominano con lo sguardo quel giardino che fino a quindici anni fa potevano solo provare a immaginare.

La svolta è avvenuta nel 2000 con l’elezione a sindaco di Edi Rama, un quarantenne dall’aria decisa, esponente della gioventù socialista ma non compromesso con il passato regime, discreto pittore, idee precise, camicie e modi di fare decisamente informali. È a lui che si deve la fine dell’anarchia, il ritorno del controllo statale sulle attività private, la riqualificazione urbanistica della capitale. Non avendo a disposizione molti soldi, Rama ha messo in campo tre idee, tanto semplici quanto efficaci: ridipingere con colori allegri e motivi vivaci i vecchi casermoni comunisti; demolire le costruzioni abusive che avevano snaturato il centro città; regolarizzare i nuovi quartieri periferici, parallelamente avviandone l’integrazione nell’ambito dei servizi municipali. Il piano ha avuto successo e, dopo i primi quattro anni, Rama è stato rieletto per un secondo mandato: la sua popolarità è alle stelle e sono in molti a pronosticargli un futuro alla guida del governo del paese. Naturalmente non tutti i problemi di Tirana sono stati superati: le periferie restano in gran parte disastrate, le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà sono moltissime, l’inquinamento 4 sta diventando un problema drammatico. Ma nell’insieme l’impressione è quella di una città gradevole, vivibile e sicura, che incuriosisce e sorprende con le sue case colorate, l’allegra vita notturna, le librerie, i cinema, i parchi pubblici e le sponde verdi del lungofiume tornate perfettamente in ordine. La lotta all’abusivismo edilizio continua ed è sorprendente la gioia che si prova nel vedere mucchi di macerie che ingombrano strade e marciapiedi: è la collettività che si riprende i suoi spazi, mentre gli operai sono già all’opera per rimuovere i detriti e ripristinare il bene pubblico. Altro che iniziativa privata a briglia sciolta, viva l’intervento regolatore dello Stato!

Problemi, questi, quasi incomprensibili per il resto del paese. Tolta la fascia centrale tra Durazzo e Tirana, e le località turistiche più in voga, l’Albania rimane un territorio che ancora non conosce i danni dello sviluppo, non foss’altro perché ancora in gran parte non conosce lo sviluppo. In molti casi le cittadine dell’interno portano i segni del tentativo di industrializzazione comunista e del degrado dovuto all’attuale mancanza di risorse, ma quello che emerge è un panorama fatto di natura incontaminata, contadini con un profondissimo senso dell’ospitalità e animali che la fanno da padroni sulle strade spopolate. A est, superata Tirana in direzione del confine macedone, si arriva al lago di Pogradec, il più grande della regione, incassato tra dolci colline e rinomato per la cucina a base di corano, un pesce che vive solo nelle sue acque. Più a sud i veri Balcani, un territorio montagnoso che dietro ogni valico alterna imprevedibilmente ampie vallate a gole asprissime, teatro ideale per la lotta che i partigiani condussero vittoriosamente contro gli invasori nazi-fascisti. Sono zone quasi completamente disabitate, attraversate da un’unica via di comunicazione, prive anche di sentieri di montagna: viaggiarvi di notte è impressionante, non una luce, non una macchina per chilometri e chilometri. I rari villaggi hanno mantenuto l’architettura tradizionale e gli abitanti sembrano consapevoli tutori della loro preziosità: come a Voskopoje, che con le sue ventisette chiese ortodosse affrescate in epoca medioevale rappresenta uno dei gioielli della regione. Mirabile la posizione di Berat, arrampicata lungo le pareti di una stretta gola su cui domina un’antica rocca fortificata: anche qui le chiese affrescate si confondono con le case di legno e pietra nel reticolo dei vicoli tracciati dalle mura che celano freschi giardini privati. Ma basta fermarsi ad ammirare un edificio che il proprietario subito ti invita a entrare, senza che possa mai mancare l’offerta di almeno un bicchier d’acqua. Per noi occidentali è una specie di mondo alla rovescia: indovinata la stanchezza dei turisti, il proprietario di un ristorante ha voluto non solo mettere a disposizione il suo locale per un breve riposo, ma anche offrire un ristoro di benvenuto. Case bianche, tetti in pietra, balconi in legno, vicoli lastricati che risalgono la collina sono la caratteristica anche di Argirocastro, la città che conserva forse meglio d’ogni altra i segni della passata dominazione ottomana. Siamo nel profondo sud, a ridosso del confine con la Grecia, proprio ai piedi delle montagne contro cui si infransero i propositi bellici di Mussolini: raccontano gli abitanti della zona che in alcune vallate ancora si trovano i nomi dei soldati italiani incisi sulla roccia e, per terra, i bossoli espulsi dai loro fucili. Argirocastro è la città natale di Enver Hoxha, e questo contribuisce a spiegare la cura con cui venne preservata anche durante gli anni del socialismo reale. Quel che colpisce, qui così come a Berat, è soprattutto l’integrità dei quartieri storici, rimasti immuni da qualsivoglia contaminazione edilizia di epoca contemporanea.

Per completare il quadro dell’Albania che ancora non conosce lo sviluppo ci sarebbe da dire delle spiagge che scandiscono la costa tra Saranda e lo spettacolare passo di Llogorat, a sud di Valona. Alcune, come la già citata Dhermi, sono molto conosciute; altre, invece, risultano molto più difficili da raggiungere, specie se non si è accompagnati da qualche amico albanese. Forse, però, la cosa migliore è non far loro troppa pubblicità, lasciando che a conoscerle siano i pochi che avranno la voglia di andarsele a cercare.

Tra passato e presente

Dal feudalesimo al comunismo al libero mercato: la storia del Novecento in Albania è un susseguirsi di salti mortali eseguiti senza rete di sicurezza. Il paese è frastornato. Cinquecento anni di immobilismo ottomano sono stati spazzati via da un turbinio di scelte estreme: trent’anni di monarchia parafeudale (1912-1944), cinquant’anni di comunismo rigoroso (1944-1991) e, adesso, quindici anni di liberismo selvaggio. L’Albania ha attraversato tre epoche diverse in meno di un 5 secolo, e per rendersene conto non occorre voltarsi all’indietro, basta guardarsi intorno. Attraversando le campagne capita di imbattersi in contadini al lavoro con aratri trainati dai buoi, e poco dopo di incrociare vecchi trattori cinesi o moderne mietitrebbie che raccolgono il fieno in balle anziché in covoni. Nei centri abitati nonne, mamme e figlie passeggiano assieme, ma il loro abbigliamento denuncia l’abisso culturale che ormai le separa. E tuttavia, una continuità unisce le fratture della storia schipetara recente: gli albanesi stessi. Chiunque abbia più di quindici anni ha vissuto almeno il passaggio dal comunismo alla democrazia e qualunque ultrasessantenne ha conosciuto anche l’epoca precedente.

A suscitare la nostra curiosità, come italiani e occidentali, è soprattutto il periodo del comunismo, quando, nella logica della guerra fredda, un paese distante poche ore di nave dall’Italia diventò virtualmente irraggiungibile. Ossessionati dall’ortodossia e dal timore di perdere l’indipendenza, i dirigenti del Partito albanese del lavoro diedero vita a un regime unico in Europa, rigidissimo - arrivò a dichiarare ufficialmente abolita la religione - e progressivamente sempre più richiuso in se stesso. La prima rottura fu con la Jugoslavia di Tito (1948), accusata di propositi espansionistici; poi fu la volta dell’interruzione di ogni relazione con l’Unione Sovietica (1961), in nome della difesa dello stalinismo; infine toccò alla Cina (1978), colpevole di aver aperto il dialogo con gli Stati Uniti. Le foto ufficiali degli incontri con le delegazioni straniere negli anni successivi sono desolanti: Enver Hoxha e i segretari generali dei partiti comunisti peruviano, ecuadoriano, danese... L’Albania si ritrovò in una posizione scomodissima: sulla linea del fronte della guerra fredda e nemica di entrambi i contendenti. Quella dell’imminente invasione straniera divenne un’idea fissa e, per farvi fronte, fu dato avvio a un’opera faraonica, la «bunkerizzazione» dell’intero paese. Sulle spiagge, sulle strade, in montagna, ovunque furono costruiti bunker e tunnel dove nascondere i soldati e proteggere la popolazione civile. Quanti siano nessuno lo sa. Di certo, demolirli costerebbe troppo: è stato recuperato il ferro che li ricopriva e sono stati abbandonati lì. Ma non si deve credere che la loro costruzione sia stata una mera follia: il regime faceva leva sul radicato patriottismo schipetaro, organizzando regolarmente esercitazioni militari che coinvolgevano l’intera popolazione e potevano durare anche più di una settimana. Intere cittadine venivano evacuate, le famiglie divise, i ragazzi prelevati dalle scuole e portati da vicini e parenti, le donne poste di vedetta alle mitragliatrici antiaeree, gli uomini mandati a fortificare le linee difensive sulle spiagge. «Negli ultimi anni - ricorda Anisa - non ci credevamo quasi più, ma quando nel 1990 la televisione disse che, dopo il Kuwait, Saddam Hussein aveva deciso d’invadere anche l’Albania, non ci venne alcun dubbio e iniziammo a odiare gli arabi come già odiavamo i russi, gli americani e i cinesi».

Era l’ultima menzogna di un regime che sarebbe finito di lì a poco, ma certo non fu solo il nazionalismo a radicare il comunismo in Albania. A dare solidità alla democrazia popolare furono soprattutto le campagne, dove i contadini accolsero come una liberazione la collettivizzazione delle terre, che significava la fine di secoli di sfruttamento feudale. C’erano le comuni, le cooperative e le fattorie, differenti nelle dimensioni, ma analoghe nell’organizzazione del lavoro: si andava nei campi in cambio di un salario, senza potere trattenere per sé niente di quel che si produceva, e il mangiare si comperava nei negozi dello Stato. I contadini erano tali solo perché lavoravano la terra, ma la vita era analoga a quella degli operai e degli impiegati nelle città. Anche le abitazioni erano uguali per tutti: i palazzi - scatoloni di tre o quattro piani senza intonaco - erano gli stessi ovunque, a Tirana come sulla spiaggia di Dhermi. Un’omogeneità d’ispirazione egualitaria cui faceva da complemento una rigorosa immobilità sociale: chi nasceva nelle campagne non poteva far altro che il contadino o, al massimo, se particolarmente dotato negli studi, l’agronomo o il veterinario. Nessuna possibilità di trasferirsi in città: il movimento era possibile solo in senso opposto, ma come punizione per traditori e dissidenti.

Un’idea di come dovesse essere la vita al tempo del comunismo - quanto meno negli ultimi anni - la si può avere andando a Scutari, l’unica grande città del nord. Stretta tra le montagne e il lago, lambita da un ampio fiume navigabile, vicinissima al mare, Scutari è la culla della cultura albanese, città natale di scrittori, poeti, musicisti, intellettuali. È una città che potrebbe avere tutto - natura, storia, cultura - e invece non ha quasi più niente: feudo del partito democratico di Sali 6 Berisha, è stata letteralmente lasciata a se stessa in questi ultimi otto anni di governo socialista. Il risultato è angosciante: ovunque è polvere e detriti, enormi buche per le strade, condutture saltate, marciapiedi in pezzi, semafori scassati, edifici diroccati. Il centro storico è in rovina, quasi nessuna costruzione è stata restaurata. La piazza principale è un semicerchio di tetri palazzoni di mattoni a vista costruiti attorno a uno scalcagnato giardinetto. Nessuno ha più toccato niente dal crollo del regime, unicanovità sono le antenne paraboliche che si protendono da ogni balcone. È come se nell’aria aleggiasse uno scoramento generale, la sola tentazione è quella di scappare via. Molti emigrati non tornano a Scutari nemmeno per le vacanze.

I più duri sono stati gli ultimi anni, quelli successivi alla morte di Enver Hoxha. Il suo successore, Ramiz Alia, è ricordato con una certa benevolenza per aver consentito il transito pacifico alla democrazia, ma sotto di lui gli albanesi arrivarono a conoscere, per la prima volta nel dopoguerra, la desolazione dei negozi vuoti e la fame. A vincere le prime elezioni nel 1991 furono comunque gli ex comunisti, nel frattempo divenuti socialisti, sotto la guida di Fatos Nano. Ma non appena riuscirono a darsi un’organizzazione, gli oppositori guidati dal Sali Berisha, anch’egli ex comunista, ottennero la caduta dell’esecutivo e alle elezioni anticipate dell’anno seguente fu il Partito democratico a trionfare. Seguirono anni convulsi: i nuovi governanti si dimostrarono incapaci di gestire la transizione e lo Stato progressivamente scomparve sotto i colpi delle iniziative sfrontate di criminali e affaristi senza scrupoli. Fu il momento d’oro della malavita, del traffico di esseri umani verso l’Italia, dell’abusivismo selvaggio, delle truffe perpetrate dalle finanziarie piramidali. Per i genitori lasciare andare in giro le figlie da sole era un azzardo: specie nei villaggi i rapimenti di ragazze da avviare alla prostituzione erano all’ordine del giorno. In molti fecero grandi e piccole fortune: in maniera disonesta, ma anche onesta, perché lo Stato restituì i beni confiscati dal comunismo e vendette a tutti, per una cifra simbolica, la casa in cui abitavano. Nel 1997 i nodi vennero al pettine: il fallimento delle finanziarie lasciò migliaia di persone sul lastrico e si arrivò a un passo dalla guerra civile. Dopo un breve periodo di unità nazionale, sostenuta dall’intervento militare italiano, tornarono al potere i socialisti, che si guadagnarono il consenso popolare garantendo capacità amministrativa, sviluppo economico, innalzamento del tenore di vita, ristabilimento di un minimo di ordine, scarsa ingerenza negli affari privati dei cittadini. La gestione del potere avvenne però in maniera rigidamente personalistica: dopo essere stato inizialmente messo da parte dalle nuove leve del suo partito, Nano è tornato prepotentemente sulla scena; e contestualmente anche il Partito democratico non è riuscito a proporre una leadership alternativa a Berisha. Il risultato è che, a distanza di quindici anni dalla caduta del regime comunista, la politica albanese rimane sclerotizzata attorno al confronto tra i leader degli schieramenti emersi allora, e anche la campagna elettorale di quest’anno ne è stata profondamente condizionata. Anziché rivendicare i successi di due legislature di crescita economica (con il Pil in salita di circa il 6% annuo), i socialisti hanno fatto propaganda evidenziando le responsabilità dei democratici nella crisi del 1997. Per contro, anziché proporre un proprio programma per il futuro, i democratici hanno insistito solo sull’elevato livello di corruzione esistente all’interno del partito di governo. Nell’immobilità di questa contrapposizione, a determinare l’esito delle elezioni è stata la scissione patita dai socialisti con la fuoriuscita verso il centro di Ilir Meta, giovane ex presidente del Consiglio, che ha provato a spezzare la logica del contrapposto equilibrio tra le due forze principali. L’iniziativa di Meta ha ottenuto un discreto successo, ma, per effetto del sistema elettorale maggioritario, a trarne beneficio è stato il partito di Berisha, che abbastanza inaspettatamente ha vinto le elezioni. Al di là del risultato, a colpire positivamente i commentatori è stata tuttavia la gestione piuttosto ordinata del passaggio di consegne tra i due schieramenti, segno del progressivo radicarsi delle regole democratiche nella cultura politica.

Dal punto di vista concreto non dovrebbero registrarsi significativi cambiamenti: l’impressione è che Berisha proseguirà sulla strada già tracci ata da Nano, perseguendo la crescita economica più che la giustizia sociale. Non a caso, le polemiche del dopo voto si sono immediatamente concentrate su altri temi, quali l’influenza esercitata su Berisha da certi oscuri personaggi di casa all’ambasciata americana e la decisione del nuovo primo ministro di sottrarre il controllo dei servizi segreti al Presidente della Repubblica, riaffidandoli, come in epoca comunista, alle cure del ministro dell’Interno.

La sfida del futuro

Dopo venti giorni di Albania, Ancona non è più la stessa. Visto dal traghetto il porto - che pure, come tutti i porti, è un confuso via vai di navi, merci e persone - appare ordinato, ogni cosa al suo posto, l’area dove sono in corso lavori di ammodernamento diligentemente recintata. Le auto scivolano sulla banchina ben asfaltata e i rifiuti stanno dove devono stare, nei cassonetti. Viene da pensare che l’Adriatico più che un confine sia una frattura profonda, forse incolmabile, che separa due mondi inconciliabili. Ma non è così. Ridurre l’Albania alle sue attuali difficoltà sarebbe sbagliato e, soprattutto, ingiusto nei confronti dei molti, anche tra gli emigrati, che provano a vivere senza abbandonarsi allo scoramento né ricorrere alla furbizia.

L’Albania non è una realtà univoca: ha molte facce, e tutte diversissime tra loro. A Durazzo, Saranda, Valona imperversa l’Albania del boom economico, un mostro impazzito di cui, come ben sappiamo, non sarà facile riprendere il controllo. Scutari, all’opposto, è l’Albania rimasta frastornata sulle rovine del comunismo, vittima della logica della nuova politica, che ha voluto dimenticare troppo in fretta il concetto di bene pubblico. Nei villaggi dell’interno e sulle spiagge della costa c’è l’Albania dimenticata, una meraviglia che noi possiamo solo più rimpiangere. E infine c’è Tirana, l’Albania in cui l’autorità pubblica prova a riaffacciarsi e a dare un senso più ordinato al processo di sviluppo. È questa la sfida del futuro, quella in cui si gioca l’avvenire dell’Albania, la cui posta in palio è il sempre difficilissimo tentativo di conciliare benessere economico, eguaglianza sociale, rispetto delle tradizioni e tutela dell’ambiente. Tirana ha indicato la strada. La speranza è che il resto del paese decida di seguirla.

Il testo riportato è stato pubblicato con lo stesso titolo sulla rivista nuvole, al numero 27