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L'Albania mi regala mille avventure: uno sfortunato scambio di zaini, un piacevole soggiorno in montagna, un fiordo e un passaggio da una piccola celebrità locale. Le città sono dignitose e riesco anche a creare effimeri rapporti di amicizia. Purtroppo devo passare da Atene, città che si lascia detestare facilmente e poi via con Madi verso le isole. Santorini, tanto bella ma anche caotica e mondana e Creta dove troviamo una dimensione più consona alla nostra idea di vacanza. Rimane poi un giorno da passare in Puglia alla scoperta dei trulli e delle delizie culinarie di Alberobello.
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Mi ricordo che a scuola si studiava Pavlov e i suoi esperimenti con i cani. Egli arrivò a postulare che l'associazione di un rumore con un'azione implicava la successiva attesa della medesima azione al verificarsi dello stesso rumore. Questa di Pavlov mi era sempre piaciuta.
Quando viaggio, solitamente concedo un po' di riposo anche al mio telefono cellulare perché si rinfranchi prima dell'autunno. Succede anche quest'anno. Durante il tragitto in treno verso il sud, tuttavia, come il cane del signor Pavlov, mi ritrovo a sobbalzare e a toccarmi la tasca a ogni vibrazione degli apparecchi vicini. Come la coda della lucertola che vive di spasmi dopo la separazione dal corpo, mi ci vuole un po' per abituarmi.
Intanto il muso del frecciargento taglia la valle lucana nella sua corsa verso l'Adriatico. Di fianco una ragazza sulla quintalata frigna al telefono con la migliore amica. Sembra che le cose stiano così: a un passo dal matrimonio i genitori di lui hanno rinnegato l'unione e impedito al giovanotto di sposarla. Il ragazzo, preso tra due fuochi, non ha ancora deciso. La motivazione di mammà è che lei sarà un peso per tutta la sua vita. Nel senso letterale del termine.
Genti sfodera un sorriso sgraziato e cerca di comunicare a gesti; Alfred ostenta invece un inglese fluente. Insieme sfrecciamo sulla Mercedes, morsicando i primi chilometri albanesi.
Avevo deciso di entrare nel paese dal confine meno battuto, quello a nord del lago di Scutari. Sotto il peso dei lunghi e caldi viali di Podgorica fatico non poco a individuare il bus che mi porterà fino a Tuzi, ancora lontano dal confine. Scendo a un anonimo incrocio e dopo pochi passi eccola, la strana coppia. Vogliono due euro per l'intero tragitto fino a Koplik. Penso di non aver capito, ma loro confermano. Sull'asfalto maltrattato, con il placido lago sullo sfondo, penso alla mia situazione. Un tassista mi avrebbe sfilato venti euro; saranno due ricercati che vivono rapinando turisti? Comparirò domani sull'eco di Scutari? Infilato in questi pensieri scorgo il confine. Grandi feste, pacche sulle spalle, sorrisi. Ma come, e l'estorsione? Vedo Genti riflesso nella vetrina della dogana aprire il bagagliaio, poi arrossire,discutere, implorare, scomparire. Alfred minimizza e l'amico esce in fretta portandosi dietro il suo sorriso monco. Tutto si aggiusta!
Sul versante albanese la strada è ancora peggio. Allo sterrato si alterna un asfalto da buttare. Alfred racconta la sua vita da emigrato, muratore in Montenegro dove guadagna 800 euro e alloggio pagato, il doppio dei salari della sua terra. Torna dai parenti per una breve visita.
Koplik ci accoglie con alcuni bar e un hotel. Alfred mi presenta al boss in grande stile e ottengo un trattamento speciale. E' l'addio ai miei nuovi ed effimeri amici. La porta dell'ingresso in Albania era d'oro e io non ci credevo.
Una valigetta a scacchi sul tapis roulant di un aeroporto. Sembrerebbe non avere eguali nell'orbe terracqueo e invece no, ecco la sua gemella. E' lì per dare il via a una sarabanda comica senza eguali nel cinema degli anni settanta. Ma il cinema, si sa, è pura invenzione...o forse no?
Consumo la sera di Koplik nel ristorante dell'hotel, fumoso come il filtro di una Marlboro. Il cameriere è anche cuoco e si dimena tra la sala e la cucina; io leggo e divoro la mia insalata greca. Torno in stanza a passo lento e apro lo zaino; devo lavarmi e nascosto in qualche anfratto dovrebbe sonnecchiare il beauty. Comincio con il lato sbagliato - però questo sacchetto... - ecco il lato giusto - e questo oggetto? chi me l'ha infilato? - un brivido da massaggio tailandese saetta lungo la schiena: non è il mio zaino!
Dove? Dove può essere successo? Ma certo, la stazione di Podgorica, adesso si spiega tutto. Ecco il perché di quell'adesivo, non era un segno del deposito bagagli. E poi quello zaino stava così dritto, il mio invece cade sempre! Apro lo scrigno segreto, cercando un numero di telefono che mi possa evitare la corsa fino alla capitale del Montenegro, un viaggio scomodo e potenzialmente costoso. Cristina, Saragozza, in viaggio per i Balcani. In pochi minuti compongo un puzzle fatto di carte di imbarco, entrate ai musei e biglietti degli autobus. Apro una finestra su una vita distante, che per un momento si è incrociata con la mia. L'agognato numero, però, non si trova. L'assicurazione parla anche di Albania: e se avesse già passato il confine?
Torno ansimando nella fumeria e cerco aiuto. Valter vive a Milano e spadroneggia come fosse un boss. Con due amici si sta ingoiando un vitello intero, colmo di patate fritte. Vorrebbe aiutarmi, ma al numero della stazione di Podgorica non rispondono e poi "quando io sono arrivato col gommone in Italia, con il cazzo che mi hanno aiutato". L'equazione purtroppo regge e mi conviene elemosinare la comprensione da un emigrato nel Regno Unito, che con gli italiani non ha il dente avvelenato. Alla stazione rispondono, ma nessuno parla inglese e nella sala il serbo non si mastica. La breve conversazione muta segna la morte di ogni ulteriore tentativo.
Il mattino porta con sé dense nubi che mi accompagnano nel viaggio con Hairo e la sua Audi decadente, dove nulla sembra funzionare e i fili escono dai buchi come vermi dalle mele marce. Poi è la volta di Steve tornato dagli Stati Uniti con una piccola fortuna; guardando la Volkswagen sventrata sento odore di balla, ma poi mi rassicura dicendo che non gli piace ostentare la ricchezza, lui le auto di lusso le lascia in garage!
Ingresso in stazione, timori di varia natura. I commessi non sembrano essere al corrente, ma poi una ragazza spiega i fatti: capisco spanjolski, talijanski e mi sciolgo in un sorriso. Guardo i due zaini, identici.
Podgorica è una delle capitali più insignificanti d'Europa, perché mai un turista dovrebbe passare di qui e lasciare il suo zaino per una passeggiata? Infatti di viaggiatori non se ne vedono. Ma due disgraziati che lasciano lo stesso giorno i loro zaini identici che per di più vengono scambiati dall'uomo della consegna è come incontrare il tuo vicino di casa che si sta facendo una birra sulle rive ghiacciate del lago Bajkal.
Quando ero piccolo sapevo costruire le barche con la carta. Ricordate come si piegava il foglio fino a ottenere una nave stilizzata. Ora, immaginate di depositare sul fondo alcuni sparuti granelli di sabbia. Ogni granello, una persona. Così vi sentirete a Theth, in una valle magica, piccoli al cospetto di una cornice ininterrotta di vette altissime, una diversa dall'altra.
Il villaggio di Theth era luogo di villeggiatura privilegiato durante l'epoca del regime, subendo poi un costante degrado che ne lasciava presagire un impoverimento fatale. C'è voluto un progetto curato dalla tedesca Gtz che, sventolando la bandiera del turismo sostenibile, ha riportato la località in auge. Appena si scollina a 1600 metri, con il furgon che annaspa sulle pietre aguzze, si ha l'impressione di avere scoperto una landa desolata uscita da un racconto di qualche viaggiatore di altri tempi che abbia lasciato a noi solo una sgualcita mappa del tesoro.
Francesco ha dieci anni e un inglese oxfordiano con il quale attrae a sé i viaggiatori stupiti dalla vivace oratoria. Ti prende per mano e ti porta a casa sua, una bella cascina, rustica ma con le semplici comodità che anche il viaggiatore più spartano ama ritrovare. Immersi in una pace primordiale che si condivide con una manciata di stranieri raramente avvistabili, inizia l'avventura tra le montagne dell'Albania settentrionale. Soli lungo qualsiasi sentiero, potrete raggiungere le bellissime cascate, dove l'acqua si riunisce a se stessa dopo un volo libero di trenta metri. Potrete stendervi sul prato all'inglese che corre a fianco della chiesa cattolica. E' domenica e le famiglie sono tutte a messa; all'uscita si formano alcuni gruppi, giovani con anziani, donne con uomini, tutti parte di questo grande sogno.
La luce si assottiglia, il tramonto chiede la sua parte di celebrità. Pashka e Sofia raccontano la loro vita da studentesse a Scutari. Durante il terribile inverno, che le costringe a stare mesi senza notizie dei genitori, il paese viene isolato e l'unica via di accesso resta una precaria strada verso sud che nessuno vuole percorrere. Hanno nostalgia dell'eden di Theth, degli animali, del fuoco la sera, dei racconti, delle mille coperte a cacciare via il freddo. Pashka ha terminato la scuola superiore e per due anni aspetterà la sorella più giovane per iniziare con lei l'avventura universitaria. Un piccolo sacrificio in nome dell'unità del popolo di Theth.
Gunter lavora per la Gtz. Gunter e Dagma, una coppia di ferro che ha vissuto quindici anni in Cina lavorando per la cooperazione internazionale. Sono con me a tavola, anche loro ospiti della famiglia. Sgranocchiando la cena, semplice ma appetitosa, mi illustrano il progetto Theth. L'aiuto per dotare le case di qualche comfort, i corsi per trattare con i turisti, le lezioni di inglese alle nuove generazioni, i segni sui principali sentieri. Tutto realizzato senza mai perdere di vista la moderazione e la semplicità. Poi è arrivato Topi e Theth potrebbe non essere più la stessa.
Bamir Topi è un baldo cinquantenne. Da tre anni è presidente dell'Albania. La settimana scorsa è venuto in visita qui, in paradiso, portando con sé alcuni ambasciatori europei. Insieme hanno scoperto la delicata bellezza del luogo. Insieme si sono avventurati nel parco, fino alle cascate. Non sembra però che abbiano colto l'essenza di questo Shangri-la e la solenne promessa finale è stata una strada asfaltata entro due anni. Pashka e Sofia scuotono la testa; nemmeno le loro frequentazioni cittadine possono cambiare la mentalità pura della gente di qui. Nessuna famiglia è contenta. Tutti pensano alle auto, ai rumori notturni, ai palazzi che potrebbero costruire, alla pace infranta. In lontananza sento solo il lento sciabordio delle acque del torrente. Quelle acque che hanno visto tutto, sempre uguali e mai le stesse. Quelle acque che Topi non ha saputo ascoltare.
Nikolla ride come un matto. Lavora a Firenze. E' a capo di una squadra di tagliaboschi senza assicurazione e senza permessi; "se viene la polizia, ci fa neri" e giù a ridere. Nikolla guadagna fino a quattrocento euro al giorno per lavorare e per rischiare. "Poi tanto mi sputtano tutto in discoteca, cosa vuoi"; mi racconta che è arrivato a spendere duemila euro per una serata con ragazze e amici. Adesso è il turno di una sedicenne russa a dissanguarlo; "ma senza le donne cosa sarebbe la vita, solo mangiare e dormire, non la vorrei vivere". Sulla torretta della nave Tropoja mi indica le montagne che si tuffano verticali nelle acque verdi del lago di Koman. Uno spettacolo meraviglioso, che tutti dovrebbero vedere almeno una volta.
Il piccolo molo di Fierze, però, porta con sé una cattiva notizia. Contrariamente alle raccomandazioni di quei soloni della Pianeta Solitario, non esiste un traghetto per tornare e nessun furgon percorre la lunga e tortuosa strada per Scutari. Dieci occhi smarriti, dieci occhi traditi dalla Guida. Ci sono due ragazzi inglesi e una signora tedesca che optano per l'ospitalità nella casetta del porto per la notte. Poi c'è l'irlandese.
Ieratico e solitario, Brendan è un professore di matematica mio coetaneo che con la sua professione ha girato il mondo. Come me non vuole aspettare e non vuole ripercorrere una strada già battuta. Piombiamo al centro del piccolo abitato di Fierze che dorme sonni profondi.
Una Land Rover sta per partire. Possiamo salire? Certo. Diretti a? Scutari? Fantastico, vi portiamo noi. Noi, lo scopriamo presto, vuol dire la mezzo soprano dell'Opera di Tirana, Lindita Kola e suo zio. Mentre scivoliamo leggeri sulla più tortuosa strada della mia vita, entriamo in un mondo rurale lontanissimo dall'Albania che guarda al futuro. Vicini al confine con il Kosovo, costeggiamo un lago artificiale dai colori improbabili, mentre emaciati bimbi si lanciano davanti alla nostra auto per vendere more e mirtilli di bosco. Lindita mi dice che è una delle zone più povere del paese e ammiro la sua moderazione nei giudizi e il contatto con la realtà che la sua professione potrebbe anche toglierle. Nemmeno a dirlo è tutto offerto, pausa caffè inclusa, e quando entriamo in Scutari, obbligandoli a una deviazione sul loro percorso, Brendan si avvicina a me. E' stato molti anni in Sudamerica e con gli occhi lucidi mi sussurra: "Buena gente".
E' l'estate del 1991. Mentre il mondo resta attonito di fronte alle scene dei traghetti colmi di profughi albanesi, due italiani, padre e figlio, stanno viaggiando al sud di quel paese da cui tutti sembrano voler fuggire. Una sera salgono alla vecchia città di Gjirokaster, ma una volta lì scoprono che il vecchio hotel a conduzione statale ha appena chiuso. Non ci sono più soldi per pagare il personale che da un giorno all'altro viene privato del lavoro di una vita. E' a quel punto che Haxhi incontra gli italiani.
Vita mi osserva mentre sorseggia il buon caffè turco e cerca di indovinare la mia attesa per il prosieguo della storia. Poi, sapiente oratrice, riprende il racconto.
Haxhi e Vita Kotoni danno ai due viaggiatori una degna sistemazione nella loro piccola casa ai margini del borgo antico. Padre e figlio riescono anche a fare una doccia.
Arriva il mattino e le due coppie si abbracciano contente. Vita osserva quelle persone venute da un altro mondo allontanarsi. Poi guarda il tavolino e si accorge che c'è qualcosa che i due italiani hanno dimenticato. Sono dollari americani. Vita ne ha sentito parlare e li ha visti, mai però dal vero. Li prende e insegue i forestieri, vuole ridare loro ciò che non le appartiene. Haxhi la ferma e le spiega che sono loro, che esiste qualcuno che è disposto a pagare per l'ospitalità. Vita capisce, ha appena perso il lavoro, come molti in un paese in preda al caos. E' l'occasione che pensavano non sarebbe mai venuta, quella di essere i pionieri dell'impresa privata nel campo turistico.
La coppia fa correre la voce e i viaggiatori cominciano ad arrivare; ma in un piccolo paese uscito da un regime isolazionista non è facile accettare i cambiamenti e i coniugi Kotoni perdono tutti gli amici e la fiducia dei parenti. I loro due figli sono ostracizzati dai compagni di classe e insultati. Finché un giorno arriva un grande gruppo.
Vita e Haxhi, nonostante si siano ingranditi, non hanno stanze per tutti e cercano di coinvolgere i vicini. Spiegano che anche loro potranno avere accesso ai soldi tanto agognati, se smetteranno i panni dei censori. Il miracolo si avvera. Il gruppo trova posto e il paese inizia la sua lenta risalita.
Vita è soddisfatta di aver calamitato la mia attenzione così a lungo e mi racconta la storia di Philip Martin. Uno degli ospiti della famiglia, forse colui che più ha lasciato il segno.
Philip arriva a Gjirokaster nel 1995 e disegna sul libro degli ospiti una perfetta miniatura del castello. I Kotoni sono estasiati, ma non hanno modo di contattare Philip, che intanto ha fatto ritorno negli Stati Uniti. 14 anni dopo, Philip sta navigando sul più famoso social network al mondo e riconosce un cognome familiare: è il figlio di Vita e Haxhi che intanto si è trasferito a Minneapolis. I due si contattano e Philip decide di tornare a Gjirokaster per trovare quella famiglia che gli aveva dato tanto, molti anni prima. Nasce l'idea di un grande murales e Vita decide che sia realizzato nella scuola del paese. Philip torna una terza volta con un amico e realizza tre murales coinvolgendo la popolazione scolastica di Gjirokaster. E' un evento che scuote questo paesino tranquillo, un'avventura che i ragazzi non dimenticheranno mai.
Tutto è iniziato per caso, ma il caso è stato utilizzato al suo meglio e il destino plasmato ora dopo ora da questa bella e intraprendente famiglia albanese.
La mia visita di Gjirokaster è appena iniziata ma nulla mi potrà dare l'emozione del primo caffè, un lungo sorso lungo vent'anni di Vita.
Ai tempi del liceo, nonostante copiassi le versioni dai miei vicini di banco, avevo maturato rispetto e ammirazione per il mondo greco e per i greci. Mi piaceva la loro astuzia, la loro idea di amministrazione e mi intrigavano le tecniche belliche. Tra tutti gli strateghi, stimavo Temistocle per la sua conduzione della battaglia di Salamina. Egli aveva attirato la nutrita flotta persiana in un golfo dove contava l'agilità più che il numero per sopravanzare il nemico. E così il povero Serse, appollaiato sul suo scranno in cima alla collina, dovette assistere a una sonora sconfitta. Che bravo il mio Temistocle!
Nel 1988 atterravo ad Atene pieno di speranze, per la prima visita a una città che ero certo mi avrebbe stuzzicato la fantasia portandola 2500 anni indietro. Nulla di tutto questo: la città mi parve sporca, maleodorante, ostile e inutile. Ripetendo la visita alcuni anni dopo ebbi la stessa impressione. Poi nel 1997, la capitale ellenica venne scelta come sede dei giochi olimpici e le sue quotazioni negli anni subirono un costante incremento, coronato dal successo della manifestazione. Sono questi i presupposti che precedevano la mia terza e decisiva visita.
E' ancora buio quando trascino il mio zaino verso la grande piazza circolare di Omonia. Tutto chiuso. Poche auto, qualche cane. Trovo un bar decrepito. Per un cappuccino cattivo e un misero croissant sono 3,30 euro. Da dietro il bancone nemmeno un azzardo di sorriso. Un folle continua a parlare seduto al tavolo di fronte. Mi rimetto in cammino, ma l'umore non è dei migliori. E' un attimo, mi passa un ragazzo di fianco alla velocità del suono, non capisco. Vedo una signora che urla: ma certo, è un borseggiatore! I pochi passanti tentano di fermarlo con uno sgambetto, ma lui è terribilmente agile. Una serie di finte e anche un omone panciuto è dribblato. Il ragazzo ritorna sui suoi passi, è una belva braccata che lotta con un branco di predatori. Arriva la polizia, un agente si lancia all'inseguimento, ma è goffo e una finta del ragazzo lo disorienta. Inciampa sul marciapiede e cade a terra con il manganello che gli rotola a fianco. Nel suo cammino circolare il ladro ha ormai troppi nemici e un suo coetaneo riesce a fermarne la folle corsa. La strada d'improvviso è animata, mani sulla bocca, commenti divertiti. Mi assicuro il marsupio e continuo sulla Athinai. Che tristezza. Edifici fantasma sono lasciati al proprio destino, cani razzolano i rifiuti, le strade sporche e rotte salutano il nuovo giorno. Un giorno che mi annuncia come nemmeno le olimpiadi siano riuscite a sollevare il destino di una delle più brutte e insignificanti capitali d'Europa.
La carta d'identità è sufficiente per visitare Montenegro, Albania e Grecia. Tuttavia per l'Albania consiglierei di portare il passaporto se si volesse passare da un confine poco battuto o se si desiderasse il timbro di un nuovo paese.
In Albania viaggerete principalmente in autobus. Tuttavia non disdegnate il treno, molto più economico e non troppo lento. Le carrozze sono italiane e tenute discretamente. Verso le isole della Grecia fanno rotta moltissime navi. Prenotate alcuni giorni prima soprattutto per le mete più battute, poiché c'è un limite di biglietti anche per il posto ponte. Questo tipo di sistemazione vi dà diritto a conquistare un qualsiasi fazzoletto di pavimento libero, ma spesso potrete anche occupare una delle poltrone rimaste vacanti. A Santorini è d'obbligo noleggiare un motorino, così come a Creta vi muoverete meglio con una vostra auto.
A Creta potete comprare l'olio, in generale meno buono di quello italiano, il miele e altri prodotti che vi verranno offerti lungo la strada da volenterose signore. Ad Alberobello, invece, provate a fare incetta di latticini, di olio e di succulenti liquori e creme alcoliche.