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Un mese alla scoperta dei balcani meridionali, dall'Albania alla Turchia, attraverso Macedonia e Bulgaria. Piccoli paesi e grandi incontri sull'onda della curiosità.
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Parto l'8 agosto 2005, in treno da Torino fino a Milano e poi in eurostar fino a Bari per prendere il traghetto. Ne approfitto per fare un giro nella città vecchia di Bari – ne vale la pena – con sosta in un ristorante. Mentre sono in coda per il traghetto, qualcuno mi si rivolge in albanese ed è un po' stupito di sapere che sono italiana. In realtà non sono l'unica, ci sono altri quattro o cinque connazionali, ma la maggior parte sono in coda per la Grecia o la Croazia. Il traghetto non è molto affollato e trovo facilmente un posto dove stendere il mio sacco a pelo.
Il mattino dopo arrivo a Durazzo... gran confusione allo sbarco, ma riesco a destreggiarmi e a superare la dogana. Blenti mi è venuto a prendere insieme a Manu. In auto raggiungiamo la nostra casa: un alloggio in un palazzo di recente costruzione, vicino alla spiaggia (dove una volta c'era una pineta), prestatoci da un amico di Blenti. Qui ci aspettano anche Blerina e Francesco. In Albania, per 7 giorni, viaggerò in auto con loro.
Non molto da vedere, città portuale caotica. Case al mare tirate su velocemente, senza opere di urbanizzazione primaria ed un po' troppo vicine alla spiaggia... Alcune costruzioni sono incompiute, per mancanza di soldi o perché abusive. Avete presente certe zone del sud Italia? Si può fare vita da spiaggia (ma non è una delle più belle) e la sera frequentare i locali con musica dal vivo, tipo piano bar, dove Albanesi e Kossovari in vacanza (spesso emigrati che tornano per le ferie) ballano e ascoltano le loro canzoni preferite, lasciando ai musicisti sostanziose mance.
E' collegata a Durazzo dall'unico pezzo di autostrada del Paese (anche se ogni tanto qualcuno la attraversa a piedi e ci passa anche qualche carretto tirato da un somarello). Mi ha fatto una buona impressione: il sindaco è riuscito a far abbattere le case abusive o ad ottenere dai proprietari il pagamento degli oneri di urbanizzazione e così, quartiere dopo quartiere, la città sta assumendo un aspetto abbastanza ordinato. I palazzoni costruiti in epoca comunista sono stati ridipinti a colori vivaci e il tutto risulta piuttosto allegro. In centro ci sono locali e vita notturna da città europea di media grandezza. In più ha una bella posizione, circondata da verde e montagne.
Vi facciamo tappa sulla strada tra Durazzo e Scutari. In cima a una collina, è la città dove è nato Skanderebech. Un grazioso borgo con i resti di una fortezza ed un piccolo bazar con botteghe dove si tessono tappeti e tovaglie e si vendono oggetti d'artigianato, anche vecchi ed antichi.
Purtroppo la città, che una volta era molto attiva culturalmente, ha un aspetto povero e triste: le strade sono dissestate, con buche e pozzanghere, i palazzi comunisti grigi, tetri e scrostati, il centro storico sporco e cadente e molti edifici che un tempo dovevano essere di un certo rilievo sono in rovina. Vale la pena visitare il castello - da cui si gode una bella vista sulla valle e sul lago - e di conoscerne la leggenda. Tre fratelli dovevano costruire sulla rocca una fortezza, per difendere la città, ma durante la notte gli spiriti distruggevano ciò che di giorno i tre avevano edificato. Sconfortati, consultarono un oracolo, il quale disse che l'unico modo per rendere stabili la fondamenta era murarvi viva una delle loro mogli. I tre fratelli si accodarono e decisero che la triste sorte sarebbe toccata a quella delle tre donne che il giorno dopo fosse salita per prima a portare il pranzo al marito. I due fratelli maggiori, però, riferirono la cosa alle loro mogli e solo il più giovane mantenne il segreto. Così il giorno successivo sua moglie, Rozafa, fu la prima a raggiungere la fortezza e dovette essere sacrificata. La donna, però aveva da poco partorito e stava ancora allattando il bambino ed ottenne perciò che nel muro venisse lasciata un'apertura per continuare a nutrire il piccolo. Grazie al suo sacrificio fu possibile terminare il castello, ma ancora adesso, in un punto delle mura, le pietre trasudano latte. Sulla strada principale, poco dopo l'ingresso in città, c'è anche un ristorante, il “Tradita” (che vuol dire “tradizione”), che utilizza una vecchia casa in pietra ristrutturata. Si possono gustare ottime specialità della cucina tradizionale albanese ed avere informazioni per escursioni sulle montagne del Nord (che sembrano essere la zona più selvaggia del Paese e, a sentire i nostri amici, un po' pericolosa).
E' una spiaggia al Nord, vicino Scutari. Si raggiunge con qualche difficoltà percorrendo un tratto di strada a volte sterrata, tra campi e canneti. Una lunga striscia di sabbia poco frequentata. Peccato che, nel tratto più vicino alla strade di accesso, sia molto sporca: non c'è manutenzione e la gente lascia i suoi rifiuti in giro. La situazione è simile anche in altre spiagge: percorrendo la strada tortuosa sembra di arrivare in un luogo bellissimo e selvaggio, ma poi ci si trova davanti imbarazzanti tracce della presenza umana... sigh! Comunque a Veljpolje è sufficiente camminare un po' e la situazione migliora (cosa che non succede, ad esempio, a Spille, poco più a sud di Durazzo). Manu e Blerina ed io facciamo una lunga e piacevole passeggiata sul bagnasciuga verso il confine con il Montenegro, fino alla foce del fiume emissario del Lago di Scutari. L'anno prima mi ero trovata giusto dall'altro lato, ad Ada Bojana.
Scendendo a Sud, verso Valona, facciamo una deviazione per visitare Berat. La zona vecchia è ben conservata, inerpicato su due colline, una di fronte all'altra. Case di pietra, intonacate di bianco, con gli infissi in legno scuro ed i tetti spioventi, le strade strette e lastricate. Una signora anziana ci vede un po' affaticati dal caldo e dalla salita e ci invita a bere qualcosa a casa sua. Le mura racchiudono il borgo più antico, una fortezza, una piccola chiesa con begli affreschi restaurati grazie al contributo di un'associazione italiana. Più in basso una piazza con un basso porticato ed una moschea. Molte case, però, sono disabitate perché la gente è emigrata o si è trasferita nelle città più grandi o sulla costa. Non manca neppure la zona nuova con i palazzi- parallelepipedo del “monismo”.
Ci arriviamo percorrendo una bella strada tra colline e sterminati oliveti. L'autoradio capta le stazioni italiane. Arriviamo verso sera. Il centro è brutto.C'è traffico caotico ed una gran confusione. Attraversiamo la città e cerchiamo un posto dove dormire. La baia, molto bella, è costellata di spiagge attrezzate, alberghi e alberghetti, ristoranti, chioschi, bungalow, ma la costa è più rocciosa e, per fortuna, non ci sono tanti palazzoni come a Durazzo. Non è facile trovare un posto per la notte: è già tardi, gli alberghi sono pieni e non si trovano facilmente neanche stanze da affittare. Anche qui vengono in vacanza molti Albanesi e Kossovari che vivono all'estero. Alcune strutture sono anche gestite da ex emigrati in Italia. Uno di loro, che ha vissuto a Vercelli, finalmente ci trova due stanze in una casetta un po' più su, sulla collina. Non è il massimo, ma per una notte può andare.
Da Valona si sale per una strada ripida, ma molto ben tenuta, fino al passo di Llogorat, ammirando il paesaggio montano ed aspro, poi si comincia a scendere per tornanti ancora più ripidi e sotto, se non si soffre di vertigini, si possono già vedere il mare azzurro e spiagge bianche a cui si è diretti. Nella zona di Dhermi, troviamo due stanze in affitto da due anziani coniugi, che tra loro parlano in greco. Dalla terrazza si vede in mare ed in lontananza un'isola che forse è Corfù. Da lì scendiamo verso il mare. C'è uno stabilimento balneare con una ventina di ombrelloni collegato ad un campeggio con i bungalow, un piccolo ristorante ed una lunga spiaggia di sassolini bianchi del tutto deserta. L'acqua è limpidissima ed intorno ci sono solo oliveti e macchia mediterranea. Più in là, proseguendo invece lungo la strada principale, c'è il paese: alcune case e negozietti intorno, qualche bar e ristorante tipo terrazza sul mare. Il sud dell'Albania sembra essere tutto così: le strade sono terribili, strette, tortuose, spesso sterrate e pericolosamente a picco, attraversate all'improvviso da greggi di capre, ma le spiagge ed il mare sono belli assai :-) Io ci sono stata solo due giorni, ma Manu e Fra hanno avuto modo di approfondire...
Ripassiamo da Valona e ci dirigiamo a Ballsh per cercare un autobus che mi porti verso il confine con la Grecia. Lungo la strada attraversiamo una zona con vecchi pozzi di petrolio, la terra è sporca e c'è odore di benzina cattiva. Arrivati a B chiediamo informazioni per il mio bus. Alla fine lo vediamo passare e lo fermiamo al volo, in modo un po' rocambolesco. Ci separiamo: gli altri, in auto, torneranno a Durazzo, per fare un giro verso nord con il fuoristrada e recuperare altri amici, in arrivo con il traghetto. Io, con il mio fido zaino Cerbero, salgo in fretta sull'autobus, affidata da Blenti al baffuto autista, e comincio il MIO viaggio. Attraversiamo una zona montagnosa. La mia presenza è un diversivo per i miei compagni di viaggio a cui sembra un po' strano trovarsi una ragazza italiana, tutta sola, in giro per le loro terre. Un signore mi chiede se mio padre sa che sono in Albania... Ad Argirocastro, seguendo le istruzioni dell'autista, aspetto la coincidenza con un minibus, sono nella parte nuova, ma intravedo la zona antica, anche questa volta inerpicata sulla collina con case di pietra e legno. La strada prosegue per un po' in una vallata ombreggiata e poi in una pianura arida e rocciosa. Il camioncino mi lascia a poche centinaia di metri del confine, vicino al villaggio di Kakavì.
A piedi supero la dogana e poco più in là trovo l'autobus per Ioannina.
Mi fermo solo per poche ore in attesa dell'autobus serale per Salonicco. E' una graziosa cittadina in mezzo alle montagne. I paesaggi intorno sono molto belli. Non lontano ci sono le Meteore. Penso che prima o poi varrebbe la pena fare un giro per la Grecia montagnosa e continentale, ma non è lo scopo di questo viaggio. Un po' strano essere di nuovo in UE e usare l'euro.
Arrivo prima dell'alba in un'enorme stazione degli autobus e cerco di dirigermi verso il centro. La città, per lo più bianca e moderna, meglio costruita di Atene ed attraversata da alcuni ampi viali, è ancora addormentata. Sembra ricca e si sveglia tardi. Deve esserci una vivace vita notturna: soprattutto sul lungo mare vedo numerosi locali con grandi vetrate, tavoli all'aperto e arredamento trendy (quanto io passo sono chiusi oppure c'è solo qualcuno che sta pulendo). C'è una chiesa ortodossa abbastanza antica, circondata da un giardino e con l'ingresso più in basso rispetto alla sede stradale. Semi nascosto dalle insegne dei negozi, c'è anche un edificio con piccole cupole che doveva essere un bazar o un hammam, quando anche qui c'era l'impero ottomano. Alla stazione ferroviaria lascio Cerbero al deposito bagagli e scopro che esiste un treno notturno che potrebbe portarmi direttamente a Costantinopoli, ma è troppo facile raggiungere così la meta. Passo ancora qualche ora in città, trovo la bottega di un simpatico vecchio fotografo che mi aggiusta la macchinetta (si era rotta in Albania). Comincia a fare caldo. Decido di dirigermi a Nord, arrivare in qualche modo in Macedonia e poi scendere ad Istanbul attraverso la Bulgaria.
Mi ci porta un piccolo treno da pendolari, attraversando una pianura arida e poi salendo verso le montagne. E' una piccola città tranquilla: c'è molto verde e molta acqua. Tre o quattro canali, un parco ed una cascata. Il treno si ferma qui. Esiste un autobus che porta a Florina(Φλωρινα), poi la strada prosegue, in direzione del confine con la Macedonia e di Bitola, ma pare che non ci siano trasporti pubblici per il collegamento (del resto – è noto - Greci e Macedoni non si vogliono molto bene e si contendono il diritto ad usare il nome “Macedonia” e l'onore di aver dato i natali di Alessandro Magno). Trovo un albergo dove dormire in una letto e farmi una doccia dopo un due giorni ed una notte di viaggio. Il mattino dopo mi sveglio in buona forma e decido di non perdere tempo ad aspettare l'autobus per Florina, ma di provare subito a fare l'autostop. Sono fortunata, mi carica un uomo di circa 40 anni, Vassili. Comunichiamo in un misto di inglese (io) tedesco (lui, perché ha lavorato per alcuni anni in Germania) e greco (mi aiutano la reminiscenze classiche ed i precedenti viaggi nelle cicladi). Alla fine si offre di accompagnarmi fino al confine (τελενέω) e di portarmi a prendere un caffè frappè in riva ad uno dei laghi che si trovano sulla strada. Mi fido e va tutto bene. Mi lascia poco prima del posto di polizia che attraverso a piedi. Un soldato che fa la guardia in una garritta bianca e blu e che sembrava una statua mi sorride e mi fa ciao con la mano.
I poliziotti di frontiera macedoni mi chiedono un po' perplessi come ho fatto ad arrivare fin lì. Quando gli dico “in autostop”, allarmati, mi spiegano che da loro non si può fare e mi chiamano un taxi per andare a Bitola: sono pochi chilometri e mi costerà al massimo 5 euro.
Mi fermo solo poche ore. Una chiesa ed una moschea a poca distanza, una via principale con case in stile neoclassico o moderne, negozi, bar e tavolini all'aperto e un'atmosfera piuttosto allegra. Mi procuro un po' di denari nella prima banca passeggio un po' e bevo una bibita in uno dei bar sulla via dello struscio e intanto mi abituo alle scritte in cirillico, poi raggiungo la stazione degli autobus per andare ad Ohrid.
L'autobus è di quelli un po' vecchiotti, il percorso tra montagne e vallate. Ci mettiamo 2 ore per percorrere 80 km. Alla stazione ci sono diverse persone che vogliono affittare camere a 10 €. Il prezzo mi pare nella media e vado con un tale che sa un po' di italiano. L'esplorazione della cittadina inizia con una salita fino alla fortezza, su cui sventola la bandiera della Macedonia e che domina la collina su cui è costruita la parte più antica. Anche qui le case tradizionali sono imbiancate, con travi a vista di legno scuro (come ne avevo viste in Albania), con finestre alte e verande. A volte, come nel sud Italia, alle finestre sono appesi serti di peperoni essiccati al sole. Ohrid è una città ricca di storia e famosa in particolare tra gli ortodossi. Pare che qui, in un convento, Cirillo e Metodio abbiano inventato l'alfabeto cirillico ed iniziato ad insegnarlo e diffonderlo. Se si segue il percorso giusto, salendo verso il castello si possono vedere una grande ed antica chiesa romanica (credo costruita intorno al 1100) con un bel porticato, i resti di un teatro romano ed alcune chiese ortodosse più piccole e meno antiche. E' anche bello vagare un po' caso nei vicoletti. Camminando invece verso nord ovest, a mezza costa sul lungo lago, si trova una piccola chiesa a picco sull'acqua: è quella che si vede in “Prima della pioggia” di Milcho Manchevsky. E' meno isolata di come sembra nel film, ma altrettanto suggestiva. All'interno ci sono degli affreschi: io non sono riuscita a vederli perché sono arrivata era tardi ed era già chiusa, ma in compenso ho goduto la vista di un bellissimo tramonto. Per vedere invece un altro convento famoso, quello di Sveti Naum (Свети Наум), con altri antichi affreschi, bisogna prendere un autobus e dirigersi verso sud est, fin quasi al confine con l'Albania. Si può fare il bagno nel lago, prendere il sole su una delle spiagge o fare una gita in barca. Non stupisce che il turismo sia sempre stato una risorsa per gli abitanti di questa zona. Ha avuto un calo durante le guerre jugoslave, ma ora è ripreso. Arriva gente dal resto d'Europa, dalla vicina Bulgaria, dalla Russia ed anche da Stati Uniti, Australia, etc. Fioriscono caffè, ristoranti, alberghi e l'edilizia è in espansione. Ci sono due vie commerciali ed una piazza sul lago dove la sera turisti e abitanti passeggiano o si incontrano per bere un caffè o mangiare una pizza o dei kebab (qui chiamano così quelli che nel resto dell'ex Jugoslavia si chiamano ćevapi) e dove le bancarelle vendono souvenir e cd masterizzati (anche qui il turbofolk va alla grande). In uno di questi bar ho incontrato Vlado, un avvocato, e Marjan, che è laureato in giurisprudenza e fa l'affittacamere con cui ho chiacchierato un po'. Inutile dire che il posto mi è piaciuto: mi ci sono fermata quasi quattro giorni e sono stata anche a Struga (Cтруга) a Nord ovest, dove scorre l'emissario del lago, poco prima dell'altro confine con l'Albania. La popolazione di questa cittadina, che a parte una via principale graziosa ed alcuni bar sul lungo fiume non ha molto da offrire, è a maggioranza albanese ed infatti scritte ed insegne sono per lo più bilingue. La gita è un'occasione per discutere con Marjan, che mi accompagnato. Il mio nuovo amico non vede di buon occhio la minoranza albanese. Mentre - come ho avuto modo di vedere personalmente e come cerco anche di spiegare - in Albania ci sono cattolici, ortodossi e mussulmani ed in generale la gente non sembra molto interessata alla religione, qui pare che gli Albanesi siano per lo più mussulmani, le loro donne siano molto spesso velate e – cosa che preoccupa il mio interlocutore - facciano più figli dei macedoni, tanto che ormai sono circa il 40% degli abitanti. Nel 2000 stava per scoppiare la guerra anche qui come in Kossovo e, secondo Marjan, per evitare il conflitto ed a causa delle pressioni internazionali, il governo ha fatto concessioni eccessive. I Macedoni con cui ho parlato, pur essendo orgogliosi della loro identità nazionale, non mi sono sembrati contenti dello smembramento della Federazione Jugoslava, che secondo loro è stata voluta, o quanto meno facilitata dall'Occidente (Unione Europea e Stati Uniti), per accaparrarsi a prezzi stracciati le industrie e la gestione delle forniture e dei servizi ed influenzare secondo le proprie convenienze i deboli governi locali. Forse non hanno proprio tutti i torti.
La capitale della Macedonia non offre molto da vedere. Guerre e terremoti – l'ultimo negli anni sessanta - hanno distrutto gran parte degli edifici storici. Arrivando in autobus si nota una grande croce illuminata in cima ad una collina. E' stata messa nel 2000 per festeggiare il millennio, mi spiegano, ma a me sembra più una rivendicazione di identità nazionalreligiosa nei confronti degli Albanesi mussulmani (questa riflessione, però, me la tengo per me). All'ingresso della città i resti di un'antica fortezza o castello, poco più avanti un edificio con le cupolette stile ottomano (forse l'hammam dove ora c'è una galleria d'arte?), che però sembra chiuso per restauri, e poi una specie di moderna fortezza super sorvegliata: l'ambasciata degli Stati Uniti d'America. Pare che ci un bel bazar, ma io arrivo di domenica e lo vedo. In compenso, Vladko, un amico di Marjan, mi porta a fare una gita in montagna, in un parco non molto distante dalla città: una bella passeggiata lungo una gola, fino ad un lago artificiale. Avendo più tempo e l'attrezzatura necessaria si potrebbe fare un po' di trekking con visita a chiesette e monasteri che si trovano qua e là su questi monti (noi ne vediamo solo una, all'inizio del percorso). In serata c'è anche il tempo per un giro in centro che è moderno e ordinato. Lungo il fiume si passeggia tra bar, negozi e centri commerciali ed un sacco di gente che, come dappertutto ha voglia di divertirsi e chiacchierare. Il mattino dopo devo raggiungere la stazione degli autobus, ma mi oriento con qualche difficoltà, in più i bus urbani non circolano per uno sciopero: prendo un taxi e risolvo il problema :-). Faccio una bella colazione con burek, yogurt e caffè e poi parto per Sofia, dove è mia intenzione prendere il treno per Istanbul.
Il viaggio tra Skopije e Sofia è tranquillo. Durante una sosta faccio amicizia con una ragazza di Bitola che studia in Bulgaria e parla inglese: è lei che mi consiglia di visitare Plovdiv oltre a Veliko Tårnovo, di cui mi avevano già parlato. Arrivata a Sofia, raggiungo facilmente la stazione ferroviaria (che qui si chiama “gara” e non più “želenica stanica”) che è accanto a quella degli autobus e chiedo all'ufficio informazioni del treno per Istanbul. La signora allo sportello mi dice che il treno non c'è - è stato soppresso per i danni alla linea causati da un'inondazione- e che devo prendere un convoglio che sta per partire e cambiare a Gorna Orianhovica (Горна Оряxновица). Io, che non ho sottomano una cartina e non ho neanche capito bene il nome del posto dove dovrei cambiare, sono un po' perplessa, ma lei mi dice che devo sbrigarmi, fare in fretta, perché il treno sta per partire, e che posso fare il biglietto a bordo. Così salgo. Non il biglietto, non ho moneta bulgara (i leva) non so dove sto andando. Penso che si tratti di un percorso breve, prima di trovare la coincidenza per Istanbul: in realtà mi trovo ad attraversare quasi tutto il Paese da Ovest ad Est...I miei compagni di scompartimento ed il controllore sono molto incuriositi dalla mia presenza di viaggiatrice scombinata e si mobilitano per aiutarmi: una ragazzina timida mi fa da interprete in inglese, una coppia di mezza età si attiva affinché l'amico che li verrà a prendere porti con sé la quantità di leva necessaria a cambiare i miei 50 €, il controllore, un po' sconvolto, mi fa pagare il biglietto e mi consiglia di scendere a Ruse anziché a Gorna Orianovica, ma, mi dice anche che dovrò aspettare il giorno dopo per trovare il treno per Istanbul.
La prima impressione è un po' inquietante, le strade sono poco illuminate e la stazione sembra in una zona periferica. Devo trovare un posto dove dormire. Provo a chiedere in un paio di hotel, ma mi sembrano eccessivamente cari. Un taxista si offre di accompagnarmi in posto sicuro ed economico, in effetti non è male, ma secondo me lui ne approfitta per fare un po' di cresta sulla corsa. Il giorno dopo esploro la città. L'hotel dove ho dormito è al primo piano di un palazzone piuttosto squallido non lontano dalla stazione. Intorno altri palazzi grigi e sdruciti e strade malconce. Seguendo la via principale e senza camminare molto raggiungo il centro, che invece è rimesso a nuovo. Per prima cosa mi procuro una cartina della Bulgaria, per studiare i prossimi spostamenti. C'è una bella piazza alberata con una grande fontana. Su un palazzo ci sono le insegne della NATO. C'è anche un gruppo di turisti anzianotti, pallidi, grassocci e vestiti di tinte pastello, chissà da dove vengono e cosa ci fanno qui. Io non riesco a togliermi l'impressione che si tratti di una città triste. Vado a vedere il Danubio, veramente immenso a questo punto del suo percorso. Mi viene quasi voglia di passare anche in Romania che in fondo è solo dall'altro lato. Un cartello segnala dei resti romani e così visito il sito. Decido, già che sono qui, di andare sul Mar Nero e di scendere poi da lì verso la Turchia. In albergo incontro Ralmi, un ragazzone canadese di origine turco – curda. E' un informatico, so occupa di comunicazioni satellitari e ha viaggiato tantissimo (recentemente è stato in Iran ed anche, clandestinamente in Iraq, o almeno così mi dice), parla anche bulgaro. E' un tipo un po' strano, ma simpatico. Mi lascia il suo numero di telefono e mi accompagna alla stazione degli autobus.
E' un luogo di villeggiatura sul Mar Nero piuttosto famoso: ci vengono soprattutto dal resto della Bulgaria, dalla Russia e dagli altri Stati del nord e dell'est Europa per cui il mediterraneo è troppo lontano o troppo caro, ma anche viaggiatori curiosi da un po' tutto il mondo. Infatti incontro una ragazza svizzera, un ragazzo francese ed un signore Neozelandese che sono arrivati il giorno prima e si sono conosciuti in treno: con loro passo una piacevole serata. Anche questa volta però l'arrivo non è entusiasmante: vicino alla stazione degli autobus di nuovo i palazzoni squallidi, le strade mal pavimentante, aria di tristezza e di povertà. Triste anche l'uomo che mi affitta una camera nella casa dove vive con la vecchia mamma (se non altro è vicino alla stazione degli autobus e dunque è comodo per i bagagli). I miei nuovi amici si sono sistemati un po' meglio: sono arrivati in treno ed alla stazione ferroviaria c'è un'agenzia che trova sistemazioni, però per un minimo di due notti. La ragazza è in ostello, che invece è lontano e un po' troppo rumoroso. Sul lungo mare e sulla spiaggia ci sono discoteche e ristoranti uno di fila all'altro, tipo Rimini. Ne scegliamo uno che ci sembra un po' più carino, ma il menù è solo in Bulgaro, così io mi rendo utile leggendo il menù e decifrando qualche parola. Beviamo un drink sulla spiaggia ascoltando musica anni 80 e 90. Il ragazzo francese decide di fermarsi in discoteca. Ci diamo tutti appuntamento per il mattino successivo per fare colazione ed una passeggiata insieme. In una via sono state ricostruite le case tradizionali, la stazione ferroviaria è luminosa e pulita, dipinta all'esterno di rosso e bianco (quella di Sofia e di Ruse erano buie e grigio-marroncine): il resto della città è gradevole e pulito, ma senza nulla di rilevante. Così decido di andare subito a
Un po' più a nord sulla costa. Una piccola cittadina, famosa perché agli inizi del novecento la regina Maria fece costruire da architetti italiani un palazzo circondato da un giardino botanico. Vale la pena di visitarlo: si fa una bella passeggiata nel giardino con chioschi e fontane, la villa, con tanto di hammam, è graziosa e c'è una bella vista sul golfo sottostante. Le spiagge non sono male ed io ne ho approfittato per fare un bagno e prendere un po' di sole. Ritornata a Varna ho recuperate le mie cose e sono ripartita con un bus notturno.
Sono arrivata troppo presto al mattino ed ho cercato di dormire un po' alla stazione dei bus, ancora quasi chiusa, finché non mi hanno costretta a sloggiare, ma questa città, che è stata la prima capitale, mi ha definitivamente riconciliato con la Bulgaria. Lasciato il bagaglio alla stazione ferroviaria, in basso e un po' fuori mano, sono risalita vedere il centro storico. Case in pietra o intonacate di bianco con i balconi e le finestre di legno scuro – ok, sì è il solito stile balcanico, ma a me piace - e poi stradine che salgono e scendono, qua e là un porticato, un bel cortile, una chiesa con giardino e cimitero. Noto molte agenzie che offrono consulenza agli stranieri che vogliono comprare immobili – probabilmente un buon affare: ora che la Bulgaria è nella UE i prezzi saranno saliti. Intorno ci sono belle montagne, un fiume e un piccolo gruppo di case bianche con i tetti rossi in fondo alla valle. Molto scenografica la fortezza: spunta all'improvviso passeggiando per la città, è su una collina circondata da mura in cima c'è una chiesa che, a sorpresa, è affrescata da un artista moderno con scene belle ma un po' inquietanti in bianco e nero. Scendo verso il fiume e lo attraverso su un ponte in legno. Ci sono tappeti di lana colorata stesi a prendere aria. Un gruppo di persone gioca a carte nel cortile di una chiesa che è chiusa per restauri. Un'altra si può visitare ed offre dei begli affreschi. Soddisfatta prendo il treno locale per Stara Zagora (Стара Загора), dove intercetterò finalmente la linea Bucarest – Istanbul. Incontro Daniela: ha diciotto anni ed è andata a Veliko Tårnovo per iscriversi all'università. Vive in un piccolo villaggio dove a giugno si fa una gran festa per le rose (questa valle è famosa per le rose). Ha studiato inglese e lo parla discretamente, ma io sono la prima persona straniera che incontra. Viaggia con la mamma, Katia. Entrambe sembrano molto dolci e gentili. Quando arrivano a destinazione ci salutiamo affettuosamente: mi faccio lasciare l'indirizzo per mandare loro una cartolina dall'Italia.
Alla stazione di Stara Zagora non c'è nessuno che parla inglese: voglio un biglietto per Istanbul, ma loro dicono che possono farmelo solo fino al confine. Mi adeguo. Con me salgono un gruppo di personaggi un po' strani con un sacco di pacchi e pacchetti. Una ragazza che mi parla in tedesco vuole a tutti i costi che faccia il viaggio con lei, mi propone anche di andare con lei in albergo una volta ad Istanbul. E' un po' troppo invadente, lo scompartimento dei posti a sedere e strapieno ed io sono stanca, così appena passa il controllore gli chiedo una cuccetta: la maggiorazione è di circa 5 €, poco di più costa il biglietto dal confine fino a destinazione. Alla frontiera ci fanno scendere tutti. La gente si accalca e si spinge allo sportello, due donne vengono quasi alle mani. Alla fine scopro che devo andare in altro ufficio e pagare 10 € per il visto. La polizia fa scendere tutti quelli dei posti a sedere, perquisisce gli scompartimenti, mette tutti in fila e fa aprire le borse. Un agente passa con una carriola e raccoglie pacchetti di sigarette, alcolici ed una gran quantità di altra merce evidentemente non autorizzata. Capisco perché la ragazza invadente si era così attaccata a me: sperava la facilitassi nel suo piccolo contrabbando. Finita la perquisizione tutti risalgono sul treno, che finalmente riparte. Nel mio scompartimento arriva David un ragazzo francese che aveva viaggiato con i contrabbandieri ed ora cerca un po' di tranquillità, mi chiede ospitalità e gliela accordo. Dividiamo le nostre scorte di cibo e facciamo amicizia.
Alla stazione schiviamo vari personaggi che ci offrono di portarci in alberghi e ostelli e troviamo posto all'hotel Anadolu. Una piccola doppia all'ultimo piano su una grande terrazza con vista sui tetti di Aghia Sofia. Costa 15 € a notte e decidiamo di dividercela. Dopo la necessaria doccia ognuno di noi si lancia nell'esplorazione della città secondo i suoi gusti, con l'intesa di rivederci la sera per cena. Che dire? Istanbul è bellissima ed affascinante. Non solo i monumenti, la moschea blu, Aghia Sofia (chiesa, poi moschea, poi museo) la magica Cisterna Basilica ed il palazzo Topkapi con i giardini l'harem e l'hammam, ma anche tutto il resto: il mare che ti trovi davanti all'improvviso sbucando da un vicolo, i minareti aguzzi delle moschee, ogni tanto qualche campanile di chiesa, i ponti moderni, le cupole, il bazar, le spezie, il gran via vai di gente, le donne in pantaloni e quelle nerovestite e velate, le ragazze in minigonna e quelle che portano con civetteria foulard colorati, rigorosamente intonati al vestito. A Beyoğlu, di sera, locali con musica dal vivo non solo per turisti ed un gruppo di adolescenti che sembrano usciti dalla Londra degli anni ottanta. I panini con il pesce grigliato che costano un milione di lire (circa 0,90 €) e gli altri cibi da strada, i dolci, i padri e i figli che si lavano mani e piedi prima di entrare in moschea al venerdì. Ecco, forse sono un po' fastidiose le persone che, riconoscendoti come turista, ti chiedono di dove sei per attaccare discorso e poi cercare di farti da guida o di portarti in qualche negozio per venderti qualcosa... ma non bisogna essere sempre diffidenti: alle volte qualcuno ti ferma veramente solo perché vuole aiutarti o fare due chiacchiere davanti un tè, offrirti una sigaretta e chiederti di mandargli una cartolina quando tornerai a casa! Anche la contrattazione al bazar può essere faticosa, ma se si ha pazienza e lo spirito giusto diventa un rito piacevole, sempre accompagnato da tè e sigaretta. Bella anche la gita sul Bosforo fino al Mar Nero, su un traghetto affollato ed il rientro in autobus attraversando un quartiere moderno e popolare ed uno di parchi e ville di lusso. Mi sono fermata 4 giorni (David è partito dopo 2 notti ed io ho tenuto la stanza da sola), ma penso che ritornerò.
Dal momento che la linea ferroviaria più occidentale è ancora interrotta per l'alluvione, per tornare in Bulgaria prendo l'autobus. Plovdiv è una città universitaria con un bel centro storico, con case di due o tre piani dagli intonaci colorati, questa volta. In una di queste c'è un grazioso ostello. Nella piazza centrale a poca distanza, ci sono una chiesa, una moschea ed i resti del Foro Romano. Dell'epoca romana, quando la città si chiamava Trimontium (o qualcosa del genere), per via delle tre colline su cui sorge, c'è anche un anfiteatro, che ogni tanto viene utilizzato per spettacoli all'aperto. Alcune donne, probabilmente di origine rom, puliscono le strade, con vistose pettorine arancioni sopra le gonne lunghe e ampie (in realtà le ho viste anche in altre città della Bulgaria, ma qui le ho anche fotografate). Alcuni locali graziosi, tra cui un bar gestito da un francese un po' pazzo, con un bel pergolato ed ottima musica, frequentato da giovani un po' alternativi. Per la sera vanno di gran moda discoteche con il karaoke: anche qui la musica preferita è quella che da noi si ascoltava negli anni '80 e '90.
Non lontano da Plovdiv, sui monti Rodopi, un antico monastero con begli affreschi con la possibilità di passeggiare in mezzo ai boschi.
Una grande città, dal centro monumentale e dall'aspetto mittleuropeo. Larghi viali alberati e palazzi di rappresentanza in stile per lo più neoclassico. Un bel mercato coperto, fontane con acqua termale e tante chiese. Una, insieme a resti di mura romane, spunta da sotto il piano stradale nei pressi di un grande incrocio, per vederla si scende in una specie di sottopassaggio, dove oltre ad una serie di negozi di souvenir ci sono pannelli sulle diverse invasioni e dominazioni subite dalla Bulgaria fino all'indipendenza: dai romani, agli unni, ai mongoli, ai turchi... Un'altra, rotonda, è all'interno del palazzo presidenziale. Vicino a quella dedicata ad Aleksandr Nievski -tutta un fiorire di cupole e cupolette - c'è un mercatino delle pulci con centrini, scialli e cimeli comunisti. Sono sicura che anche qui, da qualche parte, c'è la squallida periferia che ho visto nelle altre città bulgare, ma è più difficile andarci a finire.
Decido di tornare ad Ohrid per salutare Marjan e con l'idea di passare due giorni di relax sul lago, facendo il bagno e prendendo il sole. Il tempo è brutto e scombina i miei piani. Chiacchiero ancora di politica con Marjan, che mi spiega che (anche) la Bulgaria considera la Macedonia come parte del suo territorio, che una volta loro andavano in vacanza nel Paese vicino per spendere poco e sentirsi ricchi, mentre ora è il contrario. In realtà a me sembra che il costo della vita sia più o meno lo stesso. Vedo qualche terribile programma di intrattenimento televisivo e musicale: un po' turbo folk e donne discinte un po' balli tradizionali in costume. Scopro anche un buon vino locale, si chiama T'GA ZA JUG che significa “Nostalgia del Sud” prende il nome da una poesia di tale Kostantin Miladinov, poeta macedone dell'ottocento che, in esilio in Russia sentiva la mancanza della sua terra natale. Sull'etichetta sono scritti questi versi: Tamo zorata greit dušata / i sn'ce svetlo zajidvit v gorata / tamo darbite prirorodna sila / so s'sta raskoš gi rasturila: / bistro ezero gledaš beleit / i si od vetar sino tamneit: / pole pogledneš, ili planina, / segde boževa je hubavina / tamo po srce v kaval da sviram... Che abbiamo tradotto, più o meno così: Là il sole sorgendo scalda l'anima, / il sole dà splendore ai boschi sulle montagne:/ porta doni in abbondanza / distribuiti con generosità dalla natura./ Guarda le limpide acque del lago biancheggiare / o diventare blu scuro con il vento / guarda le pianure o le montagne: / ovunque una bellezza divina. / Là il mio cuore potrà battere felice...
Mi dicono che da Struga, al costo di 90 €, parte un bus diretto che arriva a Milano, mi sembra più semplice che riattraversare l'Albania e prendere il traghetto o tornare a Skopije a prendere il treno. In realtà l'autobus, che è frequentato soprattutto da emigranti di lingua albanese, è diretto in Svizzera. Dopo aver attraversato, in circa 24 ore, Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia, lascia me ed una famiglia macedone in autogrill, sulla tangenziale. Chiedo un passaggio ad un signore che mi porta alla più vicina stazione della metropolitana e poi è facile arrivare in stazione e prendere il treno per Torino.