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Stretta tra via Appia antica e via Appia nuova, a sud di Roma, sorge la Villa dei Quintili. Ritenuta nel settecento solo una parte di un’intera città, fu poi scoperto essere la villa di due ricchi fratelli. L’area è divenuta patrimonio pubblico nel 1985 e nel 1998, in seguito all’ultima campagna di scavi, fu deciso di costruire un deposito per la temporanea conservazione degli oggetti venuti alla luce.
Entrando dalla via Appia Nuova occorre salire lungo un breve sentiero. Alla sommità della collinetta sorge una cisterna ed è qui che gli architetti hanno deciso di progettare il deposito. L’edificio serve dunque a immagazzinare i reperti e a rendere possibile in loco i primi interventi: a questo scopo il locale contiene anche un piccolo spazio per il lavaggio e una zona all’esterno protetta dalla copertura.
La struttura si presenta bassa e allungata, come in fuga dai resti della villa, e mostra due lati ben distinti: quello che accoglie il visitatore lascia intravedere il contenuto dell’involucro; quello opposto è invece più chiuso, quasi a nascondere l’opera.
La prossimità di strutture millenarie dai colori scuri e il paesaggio circostante hanno infatti determinato la scelta dei materiali: cristallo e acciaio.
Essi si integrano perfettamente. Il cristallo, presente nel lato “aperto”, riflette il paesaggio circostante ed è posto in opera in grandi lastre senza l’utilizzo di infissi esterni alla struttura. L’acciaio, con pannelli coibentati rivestiti con lamiera pressopiegata di acciaio corten, costituisce invece il guscio dell’edificio e con il suo naturale processo di ossidazione si fonde con i colori del contesto paesaggistico e storico.
Mentre il lato d’ingresso riprende nel disegno dei pannelli in cor-ten l’idea della “catasta” dei contenitori dei reperti archeologici che sono collocati al suo interno, l’altro, necessariamente più chiuso, attraverso la frammentazione del piano in tante sottili fasce parallele, riduce la compattezza del volume che si presenta basso e allungato come la vicina cisterna romana.
In questo modo, l’integrazione tra contemporaneità e antichità si compie grazie alla continuità spaziale e cromatica dei volumi.
Ultima revisione: 12 novembre 2010
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